L’esercito iracheno ha lanciato l’offensiva finale per strappare ai militanti dello Stato Islamico Falluja. L’annuncio è stato fatto attraverso la televisione panaraba al Arabiya.L’accerchiamento della città da parte dei militari iracheni e delle milizie sciite sostenute dall’Iran, infatti, era stato completato ieri, e, secondo quanto ha riferito il premier iracheno, Haidar al Abadi, i miliziani sciiti filogovernativi non parteciperanno alla presa della città a maggioranza sunnita, ma entreranno in scena solo se l’esercito dovesse trovarsi in difficoltà. A Falluja, restano intrappolati circa 50mila civili, tenuti in ostaggio da 700 miliziani jihadisti, che frustano o amputano le gambe a chiunque tenti di fuggire dalla città assediata.Gli Occhi della Guerra ha chiesto a padre Luis Montes, missionario dell’Istituto del Verbo Incarnato e direttore spirituale del seminario del patriarcato caldeo ad Erbil, come l’Iraq sta vivendo queste ore cruciali.“Come succede in questi casi, c’è molta gente che sta soffrendo ed è una situazione difficilissima per i civili, perché l’esercito avanza e i terroristi usano le persone come scudi umani”, racconta padre Montes, “ma l’orrore di Falluja non è niente in confronto a quello che succederà quando lanceranno l’offensiva per prendere Mosul”. A Falluja, spiega infatti padre Montes, si stanno svolgendo le “prove generali” dell’offensiva finale che i militari iracheni stanno preparando contro la principale roccaforte del Califfato in Iraq, che lo stesso Obama aveva dato per certa entro l’anno. Lo stesso disastro umanitario di Falluja, potrebbe ripetersi, quindi, secondo il sacerdote, a Mosul, ma in proporzioni maggiori. “È impossibile determinare esattamente il numero degli abitanti ma secondo molti Mosul è arrivata ad ospitare due milioni di persone”, spiega padre Montes.“Qui si dice che l’offensiva su Mosul partirà a breve, ma la questione non è tanto quando sarà lanciata l’offensiva ma come sarà lanciata”, afferma il sacerdote, “alcuni dicono che in due mesi l’esercito riuscirà a riconquistare la città, altri invece dicono che Mosul non cadrà, io dico che sarà molto difficile perché Mosul è una città sunnita, e li né l’esercito, né, tanto meno le milizie sciite, godono dell’appoggio della popolazione e quindi per questo riprendere questa città sarà un vero e proprio disastro”.“Le milizie sciite hanno la forza di riprendere Mosul, ma nessuno vuole che siano loro a farlo, perché farebbero carne da macello con i sunniti, come è successo a Ramadi”, spiega padre Montes, “a Mosul lo Stato Islamico lotterà fino alla morte, utilizzeranno i civili come scudi umani e combattere l’Isis in questa città dove la popolazione non ha nessuna fiducia nel governo, nell’esercito e nelle milizie sciite, sarà una catastrofe”.L’odio fra sunniti e sciiti qui crea più problemi dell’Isis, secondo il sacerdote, che ci spiega che a partire dal 2003 ogni giorno si verificano nel Paese almeno 20 attentati. “Solo nell’ottobre 2015 ci sono stati 128 attentati, compiuti da sunniti contro sciiti e viceversa”, spiega il sacerdote, “fra i musulmani è così: la legge è occhio per occhio dente per dente, che tradotto vuol dire bomba per bomba, sangue per sangue”.Un’acredine che, come dimostra il caso di Mosul, un tempo “capitale” cristiana dell’Iraq, si acuisce man mano che la storica presenza cristiana arretra. Ma le prospettive di un ritorno dei cristiani nelle terre occupate dal Califfo non sono affatto rosee. “Sono gli stessi cristiani a non voler tornare a Mosul, e non solo a causa dell’Isis”, spiega il sacerdote, “sono stati traditi dai loro stessi vicini di casa musulmani, dagli amici di infanzia, la stessa gente che ha poi detto loro ‘vogliamo che lo Stato Islamico prenda possesso delle vostre case’, e che nella maggior parte dei casi ha preso possesso delle case abbandonate dai cristiani, ancora prima dell’Isis”. In più, continua padre Montes, sappiamo che lo Stato Islamico ha distrutto moltissime abitazioni di cristiani a Mosul, e quindi anche chi volesse fare ritorno nella città, una volta liberata, non potrebbe perché non ha più una casa”. “Se le cose continuano così, la comunità cristiana qui si estinguerà”, spiega padre Montes, “nessuno ha mosso un dito per aiutare i cristiani nella Piana di Ninive: la maggioranza di loro è andata via e quelli che sono rimasti stanno aspettando solo il momento giusto per andarsene”.La scomparsa della presenza cristiana in Iraq per il sacerdote significherà “una vittoria per gli estremisti, una società più violenta e la rinuncia alla convivenza pacifica”. Le conseguenze, spiega il missionario, saranno gravissime anche per la comunità internazionale: “hanno trasformato l’Iraq in un campo di addestramento per terroristi e il risultato è che quello che è successo a Parigi e a Bruxelles, non solo continuerà ma sarà ancora più pesante”.”La comunità internazionale dovrebbe combattere lo Stato Islamico attraverso la cooperazione fra potenze internazionali e potenze regionali”, afferma padre Montes, “bloccando il contrabbando di petrolio dell’Isis, bloccando le forniture di armi ai cosiddetti ribelli moderati, e lavorando assieme ai governi locali, siriano e iracheno: se si venissero compiuti solo questi tre passi lo Stato Islamico potrebbe essere totalmente sconfitto in poche settimane”.Gli interessi delle singole potenze però, secondo il sacerdote missionario, impediscono questa cooperazione e quindi una soluzione all’instabilità legata alla presenza jihadista. “Gli interessi internazionali vanno contro quelli locali”, conclude il presule, “gli Stati Uniti non vogliono lavorare con la Russia, l’Arabia Saudita non vuole lavorare con l’Iran, e sotto ci siamo noi: la scacchiera sulla quale stanno giocando, senza riguardo per il dolore e la sofferenza di milioni di persone”.    

Nel campo comunista di Goli Otok
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