Il conflitto scoppiato il 7 ottobre scorso col proditorio attacco di Hamas a Israele dalla Striscia di Gaza, è diventato, se escludiamo il conflitto del 1948/49, la più lunga guerra che sta affrontando lo Stato ebraico nella sua breve storia: Kippur, Sei Giorni e altre operazioni militari successive sono state sensibilmente più brevi.
Tel Aviv non ha inizialmente predisposto l’invasione della Striscia ma ha effettuato delle “sortite” nel nord di essa per alleggerire la pressione, per individuare punti critici e covi di Hamas, nonché per dare modo alla popolazione di spostarsi nella parte meridionale di Gaza.
In effetti lo Stato maggiore delle Idf (Israel Defence Forces) ha quasi da subito individuato una linea immaginaria che taglia a metà la Striscia invitando i civili ad abbandonare il territorio situato a nord di essa.
Dopo un periodo di circa due settimane dall’inizio delle prime “sortite”, le Idf hanno iniziato quelle che sono apparse da subito delle vere operazioni di ampio spettro: l’aviazione ha colpito quasi costantemente i suoi obiettivi insieme al supporto di fuoco navale e a operazioni di forze speciali, mentre da terra le forze corazzate e meccanizzate cominciavano una lenta avanzata.
Successivamente l’attività dell’esercito israeliano si è spostata anche a sud della linea di demarcazione e attualmente i maggiori centri di resistenza sono situati nei pressi dell’abitato di Khan Younis. Qui le Idf attualmente stanno operando per eliminare la resistenza palestinese e per sgomberare la popolazione civile, costretta ad ammassarsi a ridosso del confine egiziano, presso il valico di Rafah.
Le milizie di Hamas hanno ripreso ad attaccare le forze di Tel Aviv nel governatorato orientale, meridionale e settentrionale di Khan Younis dopo l’8 febbraio mentre nei giorni precedenti, dal 25 gennaio, hanno concentrato la maggior parte dei loro attacchi nella parte occidentale. Le operazioni israeliane di sgombero e di eliminazione di covi e depositi di armi sono, in questi giorni, contrastate con vigore dalle milizie di Hamas che stanno impegnando la Settima Brigata di fanteria e la 35esima Brigata dei paracadutisti delle Idf insieme alla 646esima di fanteria.
Il conflitto, come sappiamo, non è però limitato esclusivamente alla Striscia di Gaza ma riguarda anche il West Bank (o Cisgiordania) e il sud del Libano.
Nella giornata del 13 febbraio la Brigata Martiri al-Aqsa ha rivendicato tre attacchi alle forze israeliane nel nord della Cisgiordania mentre si sono registrati scontri tra Jenin, dove Tel Aviv rivendica di aver catturato un leader di Hamas, e Gush Etzion.
A nord, invece, lo scontro è tra l’esercito israeliano e le milizie sciite di Hezbollah, che sappiamo essere usate dall’Iran come suoi proxy. Sempre il 13 febbraio Hezbollah ha rivendicato almeno sei attacchi alle forze israeliane utilizzando missili guidati anticarro a Kiryat Shmona innescando la reazione dell’aviazione israeliana, che anche nella giornata del 14 febbraio ha condotto raid nel sud del Libano. I
media israeliani hanno riferito che Hezbollah ha incorporato centinaia di combattenti palestinesi della Jihad islamica in Siria nella forza Radwan, ovvero un’unità d’élite: quello siriano resta quindi un fronte aperto per Israele, che periodicamente colpisce obiettivi come l’aeroporto di Damasco o quello di Aleppo nel tentativo di bloccare l’arrivo di armamenti di vario tipo dall’Iran.
Il 21 gennaio scorso, inoltre, un raid dell’aviazione di Tel Aviv ha colpito una palazzina nella capitale siriana in cui si stava tenendo un vertice dei pasdaran, ovvero il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane (o Irgc). Quell’attacco, secondo fonti locali, avrebbe ucciso cinque ufficiali iraniani e tre siriani.
Se il conflitto con Hamas è quello ufficiale più lungo della storia recente, quello non dichiarato alla presenza iraniana in Siria lo è ancora di più: i raid dell’aviazione israeliana in territorio siriano proseguono da anni nel tentativo di contrastare la presenza di Teheran nel Levante.
Lo scoppio del conflitto nella Striscia di Gaza, come sappiamo, ha attivato altri proxy iraniani, gli Houthi yemeniti, che stanno conducendo una guerra parallela a quella di Hamas per cercare di mettere sotto pressione la comunità internazionale che sostiene Israele attraverso il blocco del traffico marittimo passante per lo Stretto di Bab el-Mandeb, vitale per il commercio in quanto via obbligata di passaggio tra il Mar Mediterraneo e l’Oceano Indiano.
Le operazioni belliche israeliane a Gaza non sembrano cessare di intensità, e prevediamo che nonostante l’attuale amministrazione statunitense comincia a esprimere apertamente il suo disappunto, il governo di Tel Aviv continuerà il conflitto almeno fino a quando non giudicherà di aver messo in sicurezza la Striscia, che equivale a dover decapitare Hamas ed eliminare i miliziani palestinesi. Probabilmente la tensione in queste settimane continuerà a salire con la presenza di più di un milione di profughi a Rafah, e non è da escludere che Israele possa quindi cercare di continuare a forzare questo esodo col suo strumento militare.

