Ci sono legami torbidi che nemmeno il crollo del muro di Berlino è riuscito a spezzare. Uno di questi ha legato per lungo tempo la Jugoslavia e l’Iraq. La Jugoslavia stabilì una grande presenza ingegneristica e tecnologica in Iraq da quando Saddam Hussein prese il potere tant’è che, durante l’invasione dell’Iraq nel 2003, gli analisti militari occidentali fecero riferimento a mappe e consigli degli ex ingegneri dell’ormai defunta società serba Aeroinzenjering, che aveva costruito i bunker sotterranei di Saddam Hussein insieme a molti aeroporti in Iraq negli anni ’80. Il sodalizio logistico e militare tra i due Paesi si rinsaldò talmente tanto che nel 1999, durante il bombardamento Nato della Jugoslavia, l’intelligence britannica arrivò a sospettare che Slobodan Milošević e Saddam Hussein stessero negoziando un’alleanza militare “leggera” che avrebbe migliorato la loro capacità di sfidare l’Occidente per resistere agli attacchi dei bombardamenti alleati, insieme a un supporto di basso profilo dalla Russia e dalla Cina. E ancora, nel 2002, un anno prima dell’invasione dell’Iraq, la Serbia era uno dei pochi paesi che ancora riforniva d’armi Baghdad.

L’ “accordo del secolo”

Ma veniamo al 2009. Quando il leader del Partito democratico ed ex Ministro della Difesa del governo della Serbia Dragan Sutanovac  atterrò a Baghdad venne accolto come una star. Perché era lì? Per firmare un accordo di cooperazione militare con l’Iraq per conto del governo serbo, parte di un programma di rilancio degli stretti legami di cui i due paesi godevano prima dell’espulsione di Milošević del 2000 e del rovesciamento di Saddam Hussein tre anni dopo. La Serbia aveva già stipulato un accordo da 235 milioni di dollari per vendere armi al governo iracheno  l’anno prima. Accolto in patria come “l’accordo del secolo”, ha visto la Serbia concordare sull’esportazione di  pistole, velivoli a prova di proiettile, attrezzature balistiche, mortai, velivoli da addestramento militare, granate di gas alle forze irachene che cercavano di sostenere il governo contro combattimenti feroci. Le granate M99 da 40 mm – molto più pesanti delle bombole di gas lacrimogeni utilizzate dalle forze di polizia di tutto il mondo per controllare i disordini civili – sono arrivate in quattro spedizioni nel 2009, come rivela un’inchiesta del gruppo Birn (Balkan Investigative Reporting Network): dieci anni dopo quell’accordo, quelle stesse armi sono state usate dalle forze del governo iracheno per disperdere i manifestanti antigovernativi nella capitale irachena, con effetti mortali.

Armi che non disperdono ma uccidono

Le granate di livello militare prodotte in Serbia (e Iran) sono state responsabili di almeno 20 delle oltre 400 morti riportate da quando sono scoppiate le proteste all’inizio di ottobre, secondo Amnesty International. Le autorità irachene non starebbero usando queste armi per disperdere i manifestanti ma per uccidere: questo tipo di ordigni perfora i crani, entra nei corpi e li lacera; vengono lanciati nel bel mezzo della folla dove sfilano famiglie e bambini causando una morte tremenda. Le autorità irachene hanno immediatamente rispedito al mittente l’accusa: l’indagine del gruppo Birn, tuttavia, ha scoperto che le granate serbe facevano effettivamente parte dell’accordo sulle armi Iraq-Serbia del 2008, con il Ministero della Difesa iracheno come utente finale. Ciò contraddice direttamente l’affermazione televisiva del ministro della Difesa Najah al-Shammari secondo cui le armi non venivano importate attraverso i canali ufficiali iracheni. “Abbiamo monitorato le proteste in tutto il mondo e non avevamo mai visto ferite del genere”, hanno dichiarato gli ispettori di Amnesty. Non si tratterebbe, dunque, di comuni lattine di lacrimogeni usati dalle forze dell’ordine di tutto il mondo bensì di ordigni di tipo militare usati per i combattimenti e, dunque, per uccidere: sono, infatti,  tra le cinque e le dieci volte più pesanti, dal peso di circa 250 grammi. Attraverso resoconti di testimoni oculari e analisi di fotografie e numeri di serie, si è risaliti al produttore di munizioni serbo Sloboda Cacak e al percorso che le armi hanno intrapreso in Iraq attraverso l’intermediario Yugoimport-Sdpr, la società che ha costruito il quartier generale di Baghdad del partito Ba’ath negli anni di Saddam Hussein e almeno cinque bunker sotterranei negli anni ’90, sfidando le sanzioni delle Nazioni Unite.

Un arsenale sparso per il mondo

Le granate sono solo una piccola parte di una partita di armi multi-miliardaria tra Iraq e Serbia risalente a decenni fa, quando la Serbia faceva parte della Jugoslavia socialista ed entrambi i paesi erano alleati nel movimento non allineato dell’era della Guerra Fredda. Durante gli anni ’90, quando la Jugoslavia era sotto sanzioni occidentali, i contratti militari e di costruzione in Iraq erano un’ancora di salvezza per l’economia serba e la Yugoimport-SDPR ne fu una grande beneficiaria. La caduta di Milosevic e di Saddam Hussein interruppe questo sodalizio, riportato in auge dal governo riformista che ha preso il potere in Serbia fermamente intenzionato a rimettere in moto l’industria delle armi e riempire le casse statali. Tra il 2009 e il 2017, la Serbia ha anche esportato armi in Iraq attraverso Giordania, Montenegro, Bulgaria, Stati Uniti e Polonia, ma il valore di queste esportazioni e il loro preciso scopo non è noto. Solo negli ultimi tre anni, le armi di fabbricazione serba sono state individuate nelle zone di conflitto in Afghanistan, Nairobi, Camerun, Yemen e Siria. L’anno scorso, Amnesty International ha scoperto che il Camerun aveva usato armi di fabbricazione serba in uno schema di “sistematiche violazioni” dei diritti umani e ha invitato la Serbia a sospendere l’esportazione di armi verso lo stato africano. Ancora, nel settembre 2017, le mitragliatrici Coyote di fabbricazione serba (le Zastava M02 Coyote ) sono state avvistate in Nigeria dopo essere state utilizzate da terroristi islamisti che combattono per Boko Haram.

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