Il governo di “falchi” di Benjamin Netanyahu pressato dal capo dell’opposizione, Benny Gantz, sul cessate il fuoco con Hezbollah? Mentre a Tel Aviv si parla del possibile accordo tra Israele e il gruppo paramilitare libanese, questo è quanto sembra emergere. Il leader di Unità Nazionale, formazione centrista non priva di impianti del sionismo nazionalista, contesta il fatto che Bibi non sia pronto ad andare fino in fondo nel braccio di ferro con la milizia sciita. Dopo due mesi di bombardamenti, la decapitazione della leadership di Hezbollah e una dura campagna di terra, lo Stato Ebraico non è riuscito a smantellare l’organizzazione nemica come forza combattente. E visto il moltiplicarsi dei fronti di lotta, l’apertura di una fase d’incertezza sul futuro dei combattimenti e la necessità di concentrare le energie politiche, alla fine Netanyahu ha aperto all’accordo di cessate il fuoco.
Netanyahu sarebbe pronto a una tregua di 60 giorni nei combattimenti in cambio del ritiro di Hezbollah dal Sud del Libano, ma l’escalation degli scontri degli ultimi giorni in cui la trattativa mediata dagli Usa si intensificava lascia presagire che una futura resa dei conti sia solo rinviata. “Sabato, un attacco israeliano a Beirut ha ucciso più di 29 persone e ne ha ferite più di 65”, ha scritto Foreign Policy, aggiungendo che “tre funzionari della difesa israeliana hanno dichiarato al New York Times che l’attacco mirava ad assassinare un alto comandante militare di Hezbollah, Mohammad Haidar, che non è stato ucciso”. In risposta, quasi 300 razzi sono stati lanciati da Hezbollah verso Israele tra domenica e lunedì, a testimonianza che la guerra per Tel Aviv è tutto fuorché vinta.
Le perdite crescenti, le tensioni sorte dagli attacchi che hanno interessato la missione Unifil e l’assenza di una ratio strategica nella guerra hanno spinto Netanyahu, per tatticismo, a più miti consigli nel breve periodo. Ma è guardando al domani che Gantz, per alcuni mesi alleato del primo ministro nel gabinetto di guerra costituito dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, si muove. “Il ritiro delle forze e le dinamiche che si creeranno renderanno le cose per noi più difficili e sarà più facile per Hezbollah riorganizzarsi”, ha scritto Gantz su X criticando la possibilità di accordo, aggiungendo che a suo avviso “non dobbiamo fare le cose a metà, non dobbiamo perdere l’opportunità di un accordo forte che cambierà radicalmente la situazione nel Nord”. Gantz ragiona da ex capo di Stato Maggiore e sa che Hezbollah, ben più di Hamas, è una minaccia securitaria primaria per Israele.
Già a fine 2023 pronosticava un’offensiva contro gli sciiti libanesi e ora, nei due mesi di tregua, potrebbe avere il proprio spazio politico per insidiare Netanyahu sul tema su cui il capo del Governo si è sempre speso, ovvero la sicurezza degli israeliani. Fronte a cui il 7 ottobre è stato accusato di venire meno e che ora vuole rilanciare come suo portando a suo vantaggio l’eliminazione dei capi nemici: oltre al segretario generale Hassan Nasrallah, il suo successore designato Hashem Safieddine, i capi militari Ali Karaki, Ibrahim Aqil e Fuad Shukr sul fronte di Hezbollah, Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar su quello di Hamas, a cui si aggiunge l’alto dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina Muhammad Abdel Aal, ucciso a Beirut il 30 settembre scorso.
Ebbene, per Gantz finire il lavoro è necessario. E Netanyahu, accusato all’estero di essere eccessivamente brutale con la sua leadership bellica, finisce accusato da una figura “moderata” di eccessivo riguardo verso i nemici di Israele. Un cortocircuito solo apparente, che mostra un dato di fatto: è la guerra la ragion d’essere del sesto esecutivo del leader del Likud. Senza, si riapre la contesa. Con molti alti esponenti della politica di Israele pronti a fare le scarpe a “Mister Sicurezza”. Un dato politico che di per sé fa ben poco promettere per una tenuta stabile della tregua.
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