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Un anno fa, i miliziani di Hamas mettevano a segno il loro colpo più violento e sanguinoso, attaccando a sorpresa (ma mica poi tanto, ne parla in questa pagine Andrea Muratore) dalla Striscia di Gaza, uccidendo 1.200 cittadini israeliani in grandissima parte civili e portando via centinaia di ostaggi. Ieri i generali israeliani hanno annunciata la totale sconfitta dell’ala militare del movimento palestinese. È certo possibile che, nell’anniversario delle stragi terroristiche del 7 ottobre 2023, le autorità dello Stato ebraico aggiungano un pizzico di retorica e di ottimismo all’emozione collettiva. Ma è indubbio che, al prezzo di infinite distruzioni e di una intollerabile e ingiustificabile strage di innocenti, l’esercito di Hamas (che è un’organizzazione terroristica per Usa, Ue, Israele, Canada, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Giappone ma non per l’Onu) oggi sia prossimo allo sbando.

Parliamo di esercito non per caso. Si tratta (o si trattava, per meglio dire) di circa 30 mila uomini divisi in sei reggimenti, ognuno dei quali composto da cinque battaglioni, bene armati e ben finanziati. Il vanto di Hamas, che lo aveva più volte messo in mostra facendolo sfilare per le strade di Gaza City. Con un settore artiglieria specializzato nell’uso dei razzi e Unità di commando dedite alle infiltrazioni in territorio israeliano, ma con una inconfondibile spina dorsale: il Genio, ovvero gli addetti alla logistica, alla produzione di armi e soprattutto alla realizzazione dei tunnel e all’organizzazione della vita sotterranea, unico polmone per i miliziani in una Striscia completamente circondata da Israele e in pratica isolata dal mondo.


7 OTTOBRE, UN ANNO DOPO – LEGGI LO SPECIALE DI INSIDEOVER


È impossibile, nella totale assenza di fonti imparziali di informazione dalla Striscia, fare un’eventuale tara alle affermazioni dei generali di Israele o anche solo arrivare a una decente valutazione approssimativa delle perdite subite da Hamas (o di quelle dell’esercito israeliano). Mesi fa, le solite comunicazioni dei portavoce israeliani avevano parlato di 17 mila miliziani eliminati ma, appunto, si tratta di affermazioni prive di conferma e di opinabile credibilità essendo così palesemente di parte. Di certo, i bombardamenti indiscriminati, l’occupazione militare della Striscia, l’interruzione di gran parte dei collegamenti tra Hamas e l’esterno, la pressione militare esercitata da Israele sul Libano e sull’Iran e la collaborazione (forse più con gli Usa che con Israele stesso) dei Paesi sunniti ormai lontani dalla causa palestinese e ancor più lontani dalle sue forme estreme hanno spuntato la forza militare di Hamas e hanno cambiato la sua natura politica.

l passaggio decisivo, da questo punto di vista, è stato l’assassinio del capo politico del movimento, Ismail Haniyeh, ucciso a Teheran il 31 luglio scorso. Haniyeh era praticamente “nato” come dirigente di Hamas, essendo stato ancora giovanissimo il braccio destro dello sceicco Ahmad Yassin, fondatore del movimento nel 1987. Era un politico. Nel magma contraddittorio e tatticismo dell’ideologia di Hamas (a tratti movimento islamista e a tratti movimento di liberazione, a volte pronto ad accettare l’esistenza di Israele e più spesso intenzionato a distruggerlo), assolutamente disposto ad accettare anche forme estreme di violenza per poi trattare da una posizione di forza. Il nuovo leader, Yahya Sinwar, forse ancora vivo e forse no, comunque costretto a vivere nascosto mentre i servizi segreti israeliani cercano di eliminarlo, è un soldato e un killer. Un coetaneo di Haniyeh (entrambi nati nel 1962) che nel 1989, mentre l’altro organizzava l’ala politica del movimento accanto allo sceicco Yassin, rapiva due soldati israeliani e quattro palestinesi accusati di essere spie e li uccideva.

Si è così riprodotta, in forma riveduta e aggiornata ai tempi, quella divisione che in passato si notava anche tra Yasser Arafat e, appunto, il più radicale sceicco Yassin. È comprensibile che Hamas, schiacciato dall’offensiva israeliana, nell’emergenza si affidi a un uomo d’arme come Sinwar. Per il movimento è ormai una pura questione di sopravvivenza. Questo però significa affidarsi a una fazione che, in una prospettiva più ampia, ha fatto il gioco di Benjamin Netanyahu.

Da lungo tempo, infatti, il premier israeliano voleva arrivare alla resa dei conti con quello che considera il più pericoloso nemico di Israele, ovvero l’Iran. E l’azione terroristica lanciata da Hamas il 7 ottobre del 2023 gli ha dato la ragione e la scusa buona. La ragione perché Hamas non poteva più essere tollerato. La scusa, invece, sotto un duplice aspetto. Da un lato Netanyahu ha potuto applicare indisturbato una tattica di guerra molto vicina alla decimazione: 42 mila morti (tra i quali 11 mila bambini e 6 mila donne) per eliminare (come dicono gli israeliani) 17 mila miliziani sono a loro volta il frutto di un terrorismo di Stato, reso accettabile agli occhi delle cancellerie occidentali, di solito così perbene e pulitine, proprio dal massacro di israeliani innocenti operato da Hamas. L’altro aspetto è che Netanyahu ha “usato” l’inaccettabile provocazione di Hamas per risalire tutta la filiera: da Gaza all’Hezbollah libanese fino, come ora vediamo, allo scontro diretto con l’Iran. Nella convinzione, peraltro perfettamente giustificata, che al dunque gli Usa si sarebbero schierati con lui.

Chi parla di Hamas come di un “movimento di liberazione”, dal presidente turco Erdogan agli esaltati nostrani, dice una cosa falsa (Erdogan) o prende un colossale abbaglio (i nostrani): Hamas non ha liberato i palestinesi di Gaza, anzi, li ha costretti a vivere in un limbo a metà tra il socialismo reale e lo Stato islamico; e ha fatto il gioco di Netanyahu, scatenando un conflitto che, come tutti gli altri scontri armati tra palestinesi e israeliani, si è rivolto contro gli interessi dei palestinesi. Anche questa volta i palestinesi hanno perso territori, spazi di libertà, agibilità e credibilità politica. E Israele ne ha guadagnati, questa volta come solo nel 1948.

Com’è ovvio, anche se si arrivasse alla liquidazione completa di Hamas, resterebbe da risolvere il problema palestinese. Che cosa vuole Netanyahu è chiaro: la sparizione dei palestinesi, in un modo o nell’altro. Figuriamoci un loro Stato, come ripetono tutti, da Washington a Bruxelles, in un coro che definire ipocrita è poco. Un solo esempio: nell’anno che ha preceduto il 7 ottobre del 2023, il numero dei palestinesi uccisi dai coloni o dall’esercito di Israele in Cisgiordania è stato il più alto dalla seconda intifada, quella durata più o meno dal 2000 al 2005. Vi risulta che ci sia stato un qualche intervento di Biden o della Von Der Leyen? Che qualche politico europeo abbia speso una parola su quei fatti? Se siamo alle soglie di una grande guerra mediorientale o, peggio, di una terza guerra mondiale come temono alcuni, la responsabilità non è solo di Hamas o di Netanyahu, ma anche di quei silenzi. Chi tace (come chi dice “sto con Israele ma non con Netanyahu”, come se oggi non fosse la stessa cosa) acconsente. Sempre. A tutto.

Fulvio Scaglione

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