7 ottobre, un anno dopo – Da Gaza a Kiev, la guerra mondiale non è più a pezzetti

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Tra Kiev e Gerusalemme corrono 3.370 chilometri e tra Kiev e Teheran altri 3.115. Al confronto, tra Gerusalemme e Teheran è un soffio: 1.665 chilometri. Potremmo ripetere il gioco con le capitali di altri Paesi che, in un modo o nell’altro, sono stati coinvolti o hanno deciso di farsi coinvolgere, chi più chi meno, in questo ultimo anno di guerre: la giordana Amman, Beirut in Libano, Damasco in Siria, Parigi, Mosca, Washington…

Le guerre di quest’ultimo terribile anno, dalle stragi dei terroristi di Hamas alle bombe di Israele sulla moschea di Gaza, passando per l’offensiva ucraina fallita fin Donbass e quella più riuscita nella regione russa di Kursk, sono già mondiali. Anzi, se osserviamo il quadro con attenzione, è difficile non notare che si tratta in realtà di un’unica guerra. Lo scontro tra un “vecchio” ordine mondiale infragilito e confuso e un ordine “nuovo” dai contorni ancora confusi ma ben deciso ad affermarsi. Mondo unipolare contro mondo multipolare, come direbbero russi e cinesi. Democrazie contro autocrazie, come direbbero americani ed europei.Il più sanguinoso dei caos, come direbbero tutti gli altri.

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Che si tratti di questo, o di qualcosa di molto simile a questo, lo dimostra il ruolo degli Stati Uniti. Per lungo tempo hanno fatto la loro parte nel creare le premesse per questa esplosione di violenza. In Palestina assistendo inerti (a parte qualche ininfluente balbettìo di Barack Obama) alla continua espansione degli insediamenti illegali di Israele, di fatto collaborando alla compressione in spazi fisici e psicologici sempre più ridotti del popolo palestinese. Una strategia miope, appoggiata solo alla forza militare di Israele e degli Usa, che non poteva non arrivare a fine corsa e quindi ad annullare la credibilità dell’app e di Abu Mazen, alla prevalenza degli estremisti (leggi Hamas) e a un’esplosione finale. In Ucraina spingendo per un’allargamento della Nato (fin dal 2008 veniva promesso a Kiev un prossimo ingresso nell’Alleanza) che agli occhi dei russi, che avevano dovuto digerire l’allargamento a tutta la galassia Ovest dell’ex Patto di Varsavia), proprio in Ucraina e in Georgia aveva la sua linea invalicabile. Basta, di fronte a certe prospettive di conflitto, ripetersi che i popoli hanno diritto a scegliere il proprio destino? Salva qualcuno dire che la Russia ha torto ed è colpevole?


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Che fossero calcoli cinici (sulla pelle dei palestinesi e degli ucraini) o solo sbagliati (e la qualità dell’attuale campagna elettorale può portare a pensarlo) poco importa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma gli Usa non possono perdere, non possono accettare che il loro mondo (quello unipolare o democratico che dir si voglia) subisca un’ulteriore corrosione. E quindi li abbiamo visti entrare sui diversi fronti di questa guerra mondiale prima con riluttanza (all’Ucraina, all’inizio della minaccia russa, solo armi difensive; a Israele rimbrotti e la minaccia di non fornire più bombe) poi con sempre maggiore decisione, fino a decidere con Israele quel potrebbe essere la risposta ai bombardamenti dell’Iran e con l’Ucraina quali obiettivi colpire con i famosi missili a lunga gittata, che con ogni probabilità verranno “sdoganati” da Joe Biden tra pochi giorni (il 12) nell’ennesima riunione a Ramstein (Germania)..

Anche l’altro lato della barricata, a dispetto di dichiarazioni e manifesti, combatte la sua guerra mondiale. La Russia si sarebbe forse “accontentata” di rubare all’Ucraina una parte dei suoi territori. Ma quando il coinvolgimento della Nato e dei Paesi occidentali è cresciuto ha capito di poter assestare un colpo alle fondamenta del “vecchio” ordine. Per Mosca quella in corso, più che una guerra contro l’Ucraina, è una guerra contro gli Usa per interposta Ucraina, proprio come per gli Usa conta non tanto salvare l’Ucraina quanto indebolire la Russia. Ed è per questo che la Cina arma e rifornisce la Russia, come l’Iran e la Corea del Nord. Ognuno ha un fronte proprio (Taiwan, la Corea del Sud, il Giappone…) ma il nemico è uno e la guerra è globale: i “pezzetti” di guerra mondiale, di cui Papa Francesco parla fin dal 2014, si stanno infine congiungendo.

Si è fatto un gran parlare, in questi dodici mesi terribili, di “linee rosse”. Dall’una all’altra siamo arrivati a prospettive di “soluzione finale” per i palestinesi (e poco meno per il Libano) e di guerra nucleare in Ucraina. Qual è dunque il limite, il passo che nessuno vorrebbe mai fare? E qual è il sacrificio a cui i diversi contendenti sono disposti pur di evitare il passo fatale? Non aspettiamoci sussulti di razionalità dai protagonisti. Gli Usa sono un’isola, anzi una portaerei, persino una guerra nucleare nel cuore dell’Europa non li toccherebbe. La Cina ha la Russia che combatte al suo posto (più o meno come l’Ucraina combatte per gli Usa). Israele e Iran forse sono arrivati (finalmente, direbbero Netanyahu e i pasdaran) alla resa dei conti. Chi resta? L’Europa, certo. Se solo avesse un pensiero, una voce, un’anima. Ma chi può credere a un’ectoplasma che non batte ciglio di fronte alla strage degli innocenti di Gaza (11 mila bambini e 6 mila donne uccisi dalle bombe), che sceglie la consunzione del popolo ucraino (52 milioni di persone nel 1992, 28 milioni adesso) in cambio di un (raggiungibile?) obiettivo politico, che non sa che fare nemmeno sui dazi alle auto elettriche cinesi? E che si aggrappa al Rapporto Draghi come a una coperta di Linus?

Fulvio Scaglione