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Quando le agenzie battono le prime notizie provenienti dal sud di Israele, lo scenario sembra quello “consueto” spesso osservato attorno la Striscia di Gaza. Con cioè Hamas e la Jihad Islamica intente a lanciare missili e l’Iron Dome israeliano a intercettarli. Alle 7:15, ora locale, del 7 ottobre 2023 Mohammed Deif, membro di spicco di Hamas, lancia infatti il proclama: “Abbiamo lanciato l’operazione alluvione su Al Aqsa, 5.000 razzi sono stati spediti contro Israele”. Il numero indicato sembra imponente e anche lo scenario sul campo, con i vari kibbutz israeliani vicino Gaza svegliati dalle sirene anti aeree, appare difficile.


7 OTTOBRE, UN ANNO DOPO – LEGGI LO SPECIALE DI INSIDEOVER


Ma, come detto, a prima vista non sembra nulla di diverso da quanto spesso visto da queste parti. Anche perché in pochi, in Israele e tra gli analisti internazionali, immaginano un Hamas impegnato in modo diretto contro lo Stato ebraico. Netanyahu, premier tornato in carica da pochi mesi, ha orientato le forze di sicurezza a Jenin e in tutta la Cisgiordania nei periodi precedenti. Mentre a Gaza, nei raid pre 7 ottobre, la sua aviazione ha preso di mira soprattutto la Jihad Islamica.

Il giorno più lungo di Israele

E invece, quella mattina ha rappresentato l’inizio di una lunga guerra e di cui, a oggi, non si vede fine. Ma ad accorgersene sono soltanto le popolazioni locali, da una parte e dall’altra della barriera che divide la Striscia di Gaza dai territori israeliani. Dal lato dello Stato ebraico, il risveglio è dei più atroci: la gente non solo osserva la caduta dei missili, per via della saturazione del sistema Iron Dome, ma avverte anche colpi di arma da fuoco a pochi passi dalle proprie abitazioni.

Chi si affaccia dai rifugi domestici nota uomini in divisa che avanzano, ma non si tratta di soldati israeliani. Al contrario, sono miliziani di Hamas che hanno iniziato una vera e propria invasione. Dall’altra parte del confine, una folla si riunisce nelle piazze centrali di Gaza City e dei vari campi profughi della Striscia. Si è sparsa la voce che Hamas ha divelto parte della barriera che funge da confine e a centinaia si riversano verso il territorio israeliano.

A non accorgersi di quanto sta accadendo sono invece i vertici della Difesa di Tel Aviv. Nei loro quartier generali, i comandi dell’esercito dello Stato ebraico ricevono molte segnalazioni a cui però non corrispondono delle precise risposte. Forse è questo il momento in cui “l’effetto sorpresa” a cui è andata incontro la leadership israeliana consente il prolungamento dell’attacco di Hamas. Per diverse ore, in alcuni casi anche per due giorni interi, l’esercito non riesce a riprendere il controllo dei kibbutz attorno la Striscia.

Re’im, Be’eri, Nahal Oz, ma anche la cittadina di Sderot, sono tutti nomi delle località destinate a rimanere simbolo dei massacri di quelle ore. Qui più di 200 civili vengono rapiti e portati nella Striscia, almeno 800 invece vengono uccisi, 300 di loro trovano la morte al Nova Festival, un rave party in corso di svolgimento a 5 km dalla Striscia. Le immagini dei rapiti trascinati via e dei kibbutz dati alle fiamme, fanno il giro del mondo. E danno l’impressione a Israele di ritrovarsi immersa nella sua insospettabile vulnerabilità.

Il disastro umanitario a Gaza

Dopo azioni del genere, si è subito capito che è solo questione di tempo prima di osservare una rabbiosa risposta israeliana. Già dal 7 ottobre iniziano i primi raid, per giorni poi si discute circa la possibilità di un’azione di terra da parte dell’esercito. Nel frattempo, buona parte della stampa israeliana è contro Netanyahu: è a lui, principalmente, che viene attribuita la debacle delle forze di sicurezza, è a lui che molti imputano la scelta di dedicare all’Iran e alla Cisgiordania le attenzioni, dimenticandosi di Hamas. Anzi, in molti articoli viene puntato il dito contro il premier israeliano per aver considerato più volte, nel corso degli anni, Hamas quasi un male minore.

Le prime azioni di terra alla fine avvengono il 28 ottobre, quando l’esercito ammette di aver effettuato alcune incursioni nel nord della Striscia. Le incursioni via terra sono precedute da quelle via aria, con decine di bombardamenti che colpiscono ogni ora Gaza. Ed è questo l’inizio della tragedia umanitaria: la Striscia viene assediata, nei raid vengono colpiti interi quartieri residenziali. Per Israele, tutto questo è colpa della scelta di Hamas di piazzare obiettivi militari tra le case dei civili. A partire dai tunnel, i quali costituiscono la principale risorsa del movimento islamista dove i propri capi locali, come ad esempio Yahya Sinwar, riescono a nascondersi.

Una prima tregua viene raggiunta, con la mediazione di Qatar e Usa, il 24 novembre. Durerà pochi giorni e sarà l’unica. In quei frangenti, vengono rilasciati cento ostaggi in mano ad Hamas, mentre rientrano a casa migliaia di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Ma a dicembre è di nuovo guerra: le azioni israeliane si spostano verso Khan Younis, poi verso Rafah, città che ospita l’unico valico con l’Egitto. Il livello di distruzione è enorme: ad oggi, si calcola che in 12 mesi siano morte nella Striscia oltre 40mila persone. C’è il rischio dell’insorgenza di malattie ed epidemie, manca il cibo in diverse aree del conflitto e il sistema sanitario viene giudicato dall’Onu al collasso.

Da Hamas ad Hezbollah, il nuovo obiettivo di Israele

Le conseguenze del conflitto attirano le attenzioni di parte della comunità internazionale, a partire dal Sudafrica. Il governo di Pretoria chiede l’intervento della Corte Penale Internazionale, la quale il 21 maggio 2024 ipotizza l’esistenza di crimini di guerra e chiede l’incriminazione, tra gli altri, del premier Netanyahu, del ministro della Difesa Gallant e del capo di Hamas a Haza, Yayha Sinwar.

Il conflitto va però avanti. Contrariamente a quanto atteso e a quanto visto nella storia israeliana, le operazioni belliche stanno avendo una durata di svariati mesi. Anche perché, con il trascorrere delle settimane, ad accendersi è un altro fronte. Quello cioè settentrionale. Hezbollah, movimento sciita libanese attestato a ridosso delle frontiere del nord di Israele, tramite il capo Nasrallah annuncia il proprio appoggio ad Hamas. Ma, nel farlo, ha anche fatto intuire di non voler avviare azioni di terra contro lo Stato ebraico come nel 2006.

Il lanci di razzi verso le comunità del nord di Israele, tuttavia, accendono gli animi. Con l’esercito dello Stato ebraico che, gradatamente, sposta le proprie truppe e i propri mezzi verso nord.

Il botta e risposta con l’Iran

Hezbollah del resto è alleato diretto dell’Iran, anzi rappresenta il braccio di Teheran nella regione. La Repubblica Islamica, come noto, è il principale avversario di Israele nella regione. Da qui la strategia di Netanyahu volta a colpire obiettivi iraniani nei Paesi vicini. Il primo aprile, in particolare, un raid colpisce l’ambasciata iraniana di Damasco. L’attacco ha provocato la morte, tra gli altri, di Mohammad Reza Zahedi, un importante comandante dei Pasdaran. Ma soprattutto, il raid prende di mira quella che a tutti gli effetti, per il diritto internazionale, è territorio iraniano.

Da qui la prima risposta di Teheran, attuata nella notte tra il 13 e il 14 aprile. Decine di droni e missili vengono scagliati contro il territorio israeliano. I danni materiali sono limitati, tuttavia il gesto a livello politico appare senza precedenti. E si ripeterà il primo ottobre, in risposta ad altri due eventi considerati dall’Iran come un attacco diretto ai propri interessi: la morte del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, avvenuta il 31 luglio proprio a Teheran, e la morte di Nasrallah, avvenuta il 27 settembre a seguito di un raid israeliano sui quartieri sciiti di Beirut.

Le operazioni in Libano e i colpi contro Hezbollah

Ben si intuisce dunque come, con l’approssimarsi del primo anniversario del 7 ottobre, Israele voglia chiudere i conti con l’alleato più vicino al’Iran. L’uccisione di Nasrallah è arrivata pochi giorni dopo l’incremento delle incursioni aeree israeliane nel sud del Libano e su Beirut. Ma soprattutto, dopo uno degli episodi più clamorosi nella storia delle operazioni di spionaggio: il 17 e il 18 settembre infatti, vengono registrate centinaia di esplosioni di dispositivi mobili in tutto il Libano.

A saltare in aria sono soprattutto cercapersone e walkie talkie in dotazione ai miliziani di Hezbollah per comunicare tra loro. L’azione dei servizi israeliani, permette di mettere fuori combattimento più di mille miliziani di Hezbollah e di rintracciare complici e sostenitori del movimento sciita. A questo, occorre aggiungere il via alle operazioni di terra in territorio libanese arrivato nei primi giorni di ottobre.

Nel primo anniversario delle stragi del 7 ottobre dunque, è il fronte nord quello più importante. Ma a Gaza si continua a combattere e a morire, con Hamas sì indebolita ma non ancora sconfitta. E con almeno 100 ostaggi israeliani ancora presenti tra i tunnel della Striscia e prigionieri del movimento islamista.

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