Benjamin Netanyahu sapeva. Sapeva e non ha agito. O, ancora peggio, non ha voluto agire. In poche parole, ha fallito nella sua missione primaria: “proteggere i cittadini israeliani“. Cade come un macigno il rapporto della Civilian Commission of Inquiry into October 7, la task force indipendente guidata dal giudice Varda Alsheikh che ha riunito esponenti dell’accademia e della società civile israeliana per studiare cosa ha portato ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023. Il giudizio è durissimo: i leader di Tel Aviv “hanno fallito nella loro missione primaria di proteggere i cittadini di Israele”. E non finisce qui. Netanyahu ha ricevuto “ripetuti avvertimenti” circa la pericolosità di Hamas, che quel giorno in un’incursione massacrò 1.200 persone, per la maggior parte civili.
Il rapporto non ha valenza di documento ufficiale, ma sicuramente pesa come un macigno, in quanto promosso dopo quattro mesi di ricerche e centinaia di audizioni. Scrivono gli autori del rapporto che in vista del 7 ottobre 2023 e dopo l’attacco “l’arroganza e la mancanza di volontà di ascoltare hanno portato anche all’impreparazione di vari ministeri governativi e sistemi pubblici, ritardando la risposta ai residenti assediati e in seguito agli sfollati dal sud e dal nord . Questi fallimenti sono continuati per settimane dopo il 7 ottobre”, riporta il documento. Il governo è accusato di “arroganza” assieme a diversi vertici dell’Israel Defense Force che “non era preparata stata per la massiccia invasione dei terroristi di Hamas in Israele, anche se il loro piano era noto” da tempo dall’intelligence militare.
“L’arroganza e la cecità intrinseca” della politica, affondano i relatori, “hanno anche portato la classe dirigente” a usare i militanti sunniti come leve per spaccare la Palestina in due. Netanyahu, ne ha scritto su queste colonne di recente Claudia Carpinella, è accusato di aver speso soldi pubblici per “continuare a rafforzare Hamas trasferendo fondi ed evitando di prendere iniziative offensive di fronte alle minacce, il tutto mentre idealizzava la realtà e cercava di comprare la tranquillità della sicurezza con i soldi”. Un atteggiamento di cui è accusata l’intera classe politica israeliana, ivi compresi gli altri ex premier degli ultimi quindici anni, Yair Lapid e Naftali Bennett.
Ci troviamo, in quest’ottica, nell’amara condizione di quando si è costretti a riportare che sì, lo avevamo detto. Su queste colonne abbiamo più volte parlato dei dilemmi sui “buchi” securitari del 7 ottobre, citato già a caldo, quando ancora Hamas sciamava in Israele, che questa guerra sarebbe stata la guerra di Netanyahu, che non reggeva l’idea dell’attacco inaspettato capace di bucare il confine tra Israele e la Striscia. Abbiamo sottolineato i dubbi sulla volontà di scaricare colpe politiche sull’intelligence militare da parte di Netanyahu, il divide et impera tra i servizi segreti, l’assenza di un piano per il futuro. In questa guerra Netanyahu ha accusato il mondo intero di sostenere Hamas: ha fatto carta straccia del diritto internazionale, attaccato a testa bassa l’Onu e l’Unrwa, col suo governo ha usato strumentalmente le accuse di antisemitismo a fini politici, da ultimo ha calpestato pure la libera stampa. Ma alla fine poteva, in sostanza, accusare solo sé stesso.
Che succede ora? La mossa è un duro colpo politico per Netanyahu. Il quale starebbe, secondo il Times of Israel, provando a correre ai ripari: “Netanyahu sta tentando di promuovere una legge che vieterà l’istituzione di una commissione statale d’inchiesta sull’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre”, scriveva cinque giorni fa la testata israeliana. Aggiungendo che “la legislazione consentirà invece l’istituzione di una commissione politica d’inchiesta, che sarebbe presieduta da un legislatore della coalizione e da un legislatore dell’opposizione. Anche alti funzionari della sicurezza presteranno servizio nel comitato”, annacquando a favore dell’estrema destra di governo ogni eventuale ricerca in materia. Dopo la sentenza della Corte Penale Internazionale che l’ha dichiarato ricercato per crimini di guerra e dopo le accuse sul possibile genocidio a Gaza, Bibi è in fuga dalla possibilità di un’inchiesta interna. E mentre la guerra a Gaza continua, e in Libano si cerca una via d’uscita dal conflitto con Hezbollah con un fragile cessate il fuoco, gli oppositori soffiano sul fuoco delle critiche a Netanyahu per il “collasso della sicurezza”, questo dice il report, che la sua amministrazione ha consentito. Di cui il Medio Oriente paga ancora le conseguenze.

