Ventisette anni fa scoppiava la prima guerra in diretta tv. A lanciarla contro l’Iraq fu una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, per rispondere all’invasione del Kuwait messa in atto, mesi prima, da Saddam Hussein. Fu una guerra spartiacque, perché da lì in poi cambiò radicalmente il modo di combattere da parte delle potenze occidentali, con l’informazione usata come arma non convenzionale (con inevitabili svantaggi e vantaggi).

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L’operazione Desert Storm (24-28 febbraio 1991)

Per la prima volta, in tv, comparvero i “bombardamenti intelligenti”, o almeno così ci fu detto: la tecnologia più avanzata veniva messa al servizio delle forze militari, per fare in modo che i missili e le bombe andassero a colpire solo i “bersagli”, evitando (o limitando) le vittime civili e gli effetti indesiderati che ogni conflitto porta con sé. Era impossibile non causare vittime innocenti, ma la retorica della “bomba intelligente” fu diffusa in modo così potente da convincerci che davvero potesse esistere una “guerra chirurgica”.

Le immagini della notte di Bagdad, con le scie luminose dei missili e gli spari intermittenti della contraerea, inondarono gli schermi delle nostre tv. I primi a diffonderli furono i reporter dell’americana Cnn.

In Italia fu Emilio Fede, direttore di Studio Aperto, su Italia 1, a comunicare per primo l’inizio della guerra, diffondendo le immagini delle tv americane e traducendo i loro dispacci. I telegiornali della Rai rimasero spiazzati. In pochi giorni diventammo tutti esperti di Tomahawk (i missili lanciati dalle navi Usa di stanza nel Golfo persico), Scud (quelli usati dagli iracheni), Patriot (razzi installati in Israele, e non solo, per difendersi dalla controffensiva di Bagdad), Mig (i caccia russi usati dagli iracheni), Tornado (caccia italiani), gli elicotteri Apache e i micidiali bombardieri americani F-117 Night Hawk, meglio noti come Stealth, “invisibili” ai radar.

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Un bombardiere americano F-117 Night Hawk (Stealth)

Per noi italiani furono giorni di grande apprensione anche per la sorte di due piloti dell’aeronautica, il cui Tornado venne abbattuto dalla contraerea irachena: il maggiore Gianmarco Bellini (pilota) e il capitano Maurizio Cocciolone (navigatore). Il 20 gennaio, due giorni dopo la cattura, la tv irachena mostrò un gruppo di piloti prigionieri, fra cui Cocciolone, con il volto tumefatto. I due ufficiali vennero liberati il 3 marzo, a guerra terminata.

Quando le armi cessarono di far rumore i morti furono poco più di 20mila da parte irachena, 658 da parte della coalizione. Tra i civili deceduti più di mille kuwaitiani, 3600 iracheni e circa trecento di varie nazionalità.

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L’autostrada della morte

Dal 2 agosto 1990 al 17 gennaio (giorno in cui cominciarono a cadere le bombe su Bagdad), fu una continua escalation di tensioni, con Saddam Hussein che più di una volta alzò l’asticella, assumendo un tono di sfida verso tutta la comunità internazionale.

Il 29 novembre 1990 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu votò la “risoluzione 678”, con cui legittimava l’uso della forza contro l’Iraq, fissando al contempo un ultimatum: la mezzanotte del 15 gennaio 1991. Se entro quella data non fosse avvenuto il ritiro delle truppe irachene dal Kuwait, sarebbe scoppiata la guerra. Fu questa risoluzione del Palazzo di Vetro a fornire la copertura giuridica necessaria a legittimare l’uso della forza da parte di molti paesi, compresa l’Italia.

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Pozzi di petrolio in fiamme in Kuwait

Gli Stati Uniti pianificarono un intervento militare basato su tre diverse fasi, che furono racchiuse tutte sotto un’unica sigla: Desert Storm, tempesta nel deserto. Il nome evocava un intervento via terra, che in effetti ci fu, guidata dal generale Usa Norman Schwarzkopf, eroe della guerra del Vietnam e grande esperto di strategia militare, a cui mesi prima era stato affidato il compito di difendere i pozzi petroliferi del Golfo Persico (Desert Shield, lo scudo del deserto). Fu lui, dopo sei settimane di bombardamenti aerei, a guidare l’avanzata via terra. Che durò pochissimo: quattro giorni in tutto.

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Il generale Norman Schwarzkopf e Colin Powell

Quando si trovava a pochi km da Bagdad il presidente Usa George Bush lo fermò, intimandogli di non proseguire oltre. Lui, da militare integerrimo, obbedì. Sapeva che non avrebbe potuto andare oltre, a catturare Saddam, perché la coalizione internazionale avrebbe approvato l’operazione solo se il rais avesse usato le famose “armi di distruzione di massa”, cosa che però il dittatore iracheno si guardò bene dal fare. E visto che il via libera dell’Onu riguardava solo la liberazione del Kuwait, sarebbe stato impossibile per gli Stati Uniti andare oltre (motivo ufficiale). In realtà pare che gli Usa fossero convinti che Saddam sarebbe comunque caduto. “Facemmo un errore – raccontò più tardi Schwarzkopf – a lasciare agli iracheni gli elicotteri (per la ritirata, ndr), perché li usarono contro gli insorti curdi e sciiti. Senza, forse, la storia sarebbe stata diversa”.