Una nuova variabile si è innestata in Medio Oriente e ha un nome e cognome: Muqtada al Sadr. Nella prima metà di agosto il leader religioso iracheno ha visitato le capitali dei Paesi arabi più influenti del Golfo: Rayd ed Abu Dabi. Dove ha incontrato i principi ereditari dei rispettivi regni: Mohammed bin Salman e Mohammed ben Zayed.
Un attivismo che va registrato con certa attenzione per cercare di capire i possibili sviluppi che potrebbe avere nel complesso mosaico mediorientale. Nonostante sia a malapena conosciuto dal grande pubblico occidentale, Muqtada al Sadr negli ultimi anni è stato un attore non marginale della geopolitica mediorientale.
Chierico sciita, ha costituito un suo esercito personale, l’esercito del Mahdi, che ha giocato un ruolo di primo piano in Iraq negli anni successivi all’invasione americana (che l’hanno definita guerra di “liberazione”) avvenuta sotto l’amministrazione di George W. Bush.
Il suo esercito, infatti, è stato uno dei principali attori della “resistenza” irachena, grazie anche al sostegno iraniano, scontrandosi sia con le varie bande armate presenti nel Paese che con l’esercito regolare iracheno, allora sotto la stretta influenza di Washington, ma anche direttamente con le truppe americane.
Tanto che ebbe un ruolo di primo piano nei negoziati che portarono alla fine della guerra e alla costituzione del nuovo Iraq, nel quale ha iniziato a svolgere anche un ruolo politico, prima sostenendo il governo di Nuri al-Maliki, caduto poi in disgrazia presso l’Occidente, poi l’attuale primo ministro Ḥaydar alʿAbadi, legato all’Iran più del predecessore.
Insieme ad al Sadr ha cambiato volto anche il suo movimento, il quale, pur restando di chiara impronta militare, è diventato anche un soggetto politico, partecipando alle elezioni con certo successo. Nonostante resti il fondamento sciita, tale movimento ha assunto un carattere nazionalista, contestando non solo l’influenza occidentale in Iraq ma a volte, pur conservando solidi legami con l’Iran, anche quella di Teheran.
I legami con il Paese degli ayatollah, pur forti, si sono complicati nel tempo anche a causa dello sviluppo della politica interna iraniana: il nuovo presidente, Hassan Rouhani, e il relativo governo, hanno un carattere laico, mentre al Sadr è un chierico e il suo movimento è essenzialmente religioso, tanto prendere il nome dal Mahdi, una figura centrale dell’escatologia dell’islam sciita.
Così, se i suoi rapporti con il clero sciita iraniano sono solidi, meno solidi appaiono quelli con il governo di Teheran, al quale peraltro parte del clero sciita (e gli apparati statali e militari che a tali ambiti fanno riferimento) sono oppositivi. Uno scontro sordo quello che si sta consumando in Iran, nel quale anche la variabile al Sadr può giocare la sua parte.
La commistione tra religione e nazionalismo propria del movimento del Mahdi può apparire un’assurda ibridazione agli occhi occidentali, non lo è in Medio oriente, basti pensare all’esercito di Dio, Hezbollah, che da anni incarna questo modello (ma in fondo anche l’Occidente ha conosciuto commistioni simili, seppur con declinazioni e fondamenti diversi).
Il motivo delle visite di al Sadr in terra sunnita sembra essere quello di ritagliarsi un nuovo spazio di manovra, e di autonomia, in Iraq.
I Paesi sunniti guardano con sempre maggiore preoccupazione il dilatarsi dell’influenza iraniana in Medio oriente, favorita non poco dal fallimento del regime-change in Siria, che ha saldato ancora di più l’asse Damasco-Teheran.
La paura più grande dei regni sunniti è che vada a realizzarsi la cosiddetta mezzaluna sciita, ovvero una continuità territoriale sciita che unisca Teheran al Libano del Sud, controllato da hezbollah.
L’offerta che Muqtada al Sadr fa ai Paesi sunniti è quella contrastare in qualche modo tale prospettiva, del quale si farebbe garante, proponendo loro un Iraq più autonomo dall’Iran.
Una proposta che non poteva che incontrare il favore dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Tanto che il principe ereditario saudita ha promesso di sostenere finanziariamente al Sadr, ma soprattutto di aprire un consolato di Ryad in Iraq.
Più che significativo il luogo nel quale sarebbe ubicata tale delegazione diplomatica: Najaf, città dove il chierico sciita ha la sua roccaforte.
Un gioco sofisticato e spregiudicato quello di Muqtada al Sadr, che nel proporsi come interlocutore del mondo sunnita in Iraq, deve evitare di andare in urto con Teheran: i suoi, almeno ad oggi, non potrebbero seguirlo in uno scontro frontale contro la nazione che è punto di riferimento dell’islam sciita.
Così, se ai sunniti si propone come un freno all’influenza iraniana in Iraq, e al dispiegarsi della mezzaluna sciita, a Teheran si propone come un mediatore con il mondo sunnita, con il quale l’Iran da tempo cerca un dialogo in grado di attutire le tensioni regionali.
Una posizione che appare difficile da mantenere e limita la libertà di azione del chierico iracheno. Ma, allo stesso tempo, gli potrebbe conferire una rilevanza di primo piano nel rebus mediorientale. Al Sadr si propone di fatto come un ponte tra sciiti e sunniti, come interlocutore privilegiato per avviare un dialogo, anche sottotraccia, tra i due mondi in conflitto.
Da questo punto di vista appare significativo il fatto che il principe saudita avrebbe chiesto proprio ad al Sadr di mediare presso Teheran per trovare una via di uscita alla guerra in Yemen.
Fu proprio Mohammed bin Salman, allora ancora ministro della Difesa di Ryad, a far entrare in guerra i sauditi contro i ribelli houti, i quali avevano spodestato il filo-saudita Abd Rabbo Mansur Hadi.
Il principe immaginava un facile successo contro quelli che reputava dei semplici straccioni, invece è stato tutt’altro: gli houti, legati a Teheran, non solo hanno resistito, ma hanno portato la guerra fin dentro il territorio saudita, bersagliando con i loro missili le città di confine.
Probabile che prima di prendere le redini del Regno, Mohammed bin Salman voglia chiudere il conflitto, il cui insuccesso rischia di danneggiarne l’immagine. A dare notizia del messaggio distensivo inviato a Teheran tramite Muqtada al Sadr è stata la Fars, l’agenzia di stampa ufficiale iraniana, particolare che ne accredita certo fondamento.
Al Sadr potrebbe addirittura ottenere il tacito placet dei suoi acerrimi nemici israeliani, preoccupati più dei sunniti della possibilità che si crei una mezzaluna sciita ai propri confini.
Insomma, il chierico iracheno ambisce a occupare un ruolo chiave nel quadro mediorientale. Un’ambizione alta. Forse troppo per le sue forze, stante che la regione è preda di scosse telluriche che potrebbero stritolarlo. Ma il suo gioco è appena iniziato e le conseguenze sono ancora tutte da scoprire.