Con la discrezione tipica di chi non vuole disturbare le anime belle, è venuto ed è passato il secondo anniversario della guerra nello Yemen, ufficialmente cominciata il 26 marzo del 2015, allorché l’aviazione dell’Arabia Saudita cominciò a bombardare il Paese per contenere l’avanzata dei ribelli Huthi. Un minimo di contesto potrà servire, perché tutto quanto è successo non sembri una storia di marziani.Nel 2011 anche lo Yemen, dominato per decenni dalla figura autocratica di Alì Abdallah Saleh, ha vissuto la sua Primavera araba. Non molto diversa da quelle di Egitto, Siria, Tunisia, Marocco, Giordania e Bahrein, in qualch fase più drammatica: di fronte alle proteste di piazza (allora dovutamente esaltate dai media occidentali) Saleh tentenna, poi promette elezioni e nuova Costituzione, viene ferito in un attentato (3 giugno 2011) e infine (27 febbraio 2012) cede il potere ad Abed Rabbo Mansur Hadi, per 18 anni suo vice.A questo punto le potenze occidentali, con gli Usa in prima fila e l’Arabia Saudita subito dietro a spingere, timorose che il Paese che domina il Golfo di Aden possa decidere da solo il proprio destino, organizzano il solito pacchetto “democrazia per tutti”, sotto forma di un’elezione presidenziale con un unico candidato, appunto Hadi, il vecchio compagno di merende del deposto dittatore. Hadi riceve il 99,8% dei voti. Roba che Ceausescu si sognava. Roba che Assad, che prende meno, viene considerato uno spregevole dittatore che trucca le elezioni. E tutti a Washington e a Riad sono contenti.Non si accorgono, o fanno finta di non accorgersene, che più del 45% degli aventi diritto non è andato a votare, non ha partecipato all’elezione-truffa. Si tratta, in buona sostanza, della corposa minoranza sciita che da molti anni si è data una rappresentanza politica e militare chiamata appunto Huthi, dal cognome dei fratelli Mohammad e Hussein che hanno fondato il movimento. Potevano gli Huthi sottostare a una farsa che portava al potere il principale collaboratore di colui che aveva mandato contro di loro l’esercito e aveva fatto assassinare Hussein? Così gli Huthi rifiutano le proposte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Oman, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti) e muovono all’attacco della capitale Sanaa.È a quel punto che l’Arabia Saudita comincia a bombardare. Quella nello Yemen è la guerra di re Salman, salito al trono il 23 gennaio 2015. Convinto di replicare senza sforzo la repressione attuata dal suo predecessore nello Yemen, e ansioso di mostrare il nuovo volto aggressivo della monarchia saudita, Salman va a infilarsi in un suo personalissimo Vietnam. Dopo due anni, gli Huthi sono ben lontani dalla resa e Al Qaeda controlla ancora diverse aree dello Yemen. Il bilancio umano è terribile: più di 12 mila morti, quasi 50 mila feriti gravi, tre milioni di sfollati, 19 milioni di persone sottoposte a scarsità di acqua potabile e cibo, delle quali 7 milioni sono a rischio di carestia e morte per fame. Più di 2 milioni di bambini sono malnutriti e quasi 500 mila sono gravemente malnutriti. L’Unicef ci dice, inoltre, che almeno 1.600 bambini sono stati uccisi e almeno 2.500 mutilati. Più del 50% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno.Per stroncare la ribellione degli Huthi, la coalizione guidata dall’Arabia Saudita e i suoi alleati (Usa, Francia, Regno Unito, Canada e Turchia) hanno decretato un embargo totale, via aria, terra e mare, che come tutti gli embarghi colpisce la popolazione e non i combattenti. Gli Huthi, aiutati dall’Hezbollah libanese e dall’Iran, resistono e continueranno a resistere.Curiosamente, nessuno per lo Yemen parla di federazione come si fa con tanta insistenza per l’Iraq e per la Siria. Nessuno, qui, vuole arrivare a una partizione del Paese tra la maggioranza sunnita e la più che corposa minoranza sciita, che da molti anni di fatto controlla diverse province. Qui l’unica ipotesi contemplata è la vittoria totale dei sauditi e dei loro alleati.Purtroppo, per arriva a quel risultato, i sauditi, ormai alla disperazione, bombardano senza risparmio scuole, mercati, quartieri. Dal punto di vista militare, e considerati i mezzi di cui dispongono, è l’unica cosa che sanno fare. Godono, questo è vero, della complicità del mondo progressista e democratico, che sui massacri nello Yemen stende da due anni un velo ipocrita. Il Parlamento europeo, nel febbraio 2016, ha avuto un sussulto di dignità e ha chiesto il blocco della vendita di armi all’Arabia Saudita, ma ovviamente non se n’è fatto nulla. Anzi: è poi risultato che l’Arabia Saudita impiega bombe a frammentazione, che una Convenzione firmata nel 2008 ha messo al bando. Purtroppo alla Convenzione non hanno aderito gli Usa (come Russia, Cina, Indi, Israele e altri), che così serenamente riforniscono i sauditi degli ordigni necessari.Oltre ad armarli, Francia, Regno Unito, Canada, Turchia e Usa aiutano i sauditi fornendo loro l’intelligence militare. Il che vuol dire che quando una bomba a frammentazione cade su una scuola o su un mercato, c’è anche il loro zampino. Ma mi raccomando, zitti tutti!