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La memoria collettiva, non solo statunitense, riferita al Sud-Est Asiatico, resta indubbiamente legata alla guerra del Vietnam, combattuta tra i primi anni Sessanta (quando venne istituito il Fronte di Liberazione Nazionale filocomunista) e il 30 aprile 1975, data della caduta della capitale Saigon (oggi Ho Chi Minh), che segnò la fine del Governo (autoritario e dispotico) filoamericano del Sud e la riunificazione del Paese sotto l’egida di Hanoi. La narrazione sul conflitto in Vietnam ha causato, in un certo senso, l’oscuramento dei conflitti che hanno interessato le due nazioni vicine – Laos e Cambogia – che videro all’interno della stessa cornice storica l’evolversi di ulteriori e devastanti tragedie, che colpirono soprattutto la popolazione civile.

In particolare, il Laos, nazione che occupa il lato orientale della penisola indocinese e priva di sbocchi al mare, subì tra il 1964 e il 1973 circa 580mila incursioni aeree e bombardamenti da parte delle forze statunitensi che, secondo alcune stime, corrisponderebbero a un carico aereo ogni otto minuti per un decennio, provocando la morte di un decimo della popolazione (allora inferiore ai tre milioni di abitanti).

Il numero totale delle bombe sganciate sul territorio del Laos sfiora due milioni e centomila unità, facendole guadagnare al Paese il triste primato di nazione più bombardata della storia. Per rendere l’idea: i bombardamenti che interessarono Germania e Giappone (assieme) nel corso della Seconda guerra mondiale non raggiungono tali numeri.

Per quale ragione il Paese asiatico fu vittima di una simile ecatombe? Nella narrazione ufficiale, l’obiettivo era quello di annientare le forze filocomuniste che fiancheggiavano la resistenza nordvietnamita. Sempre stando alla versione ufficiale, gli attacchi, protratti per circa un decennio, furono un successo per le forze armate USA e consentirono loro di contrastare i comunisti senza il ricorso a truppe di terra, in tal modo tacitando l’opinione pubblica e il Congresso.

Il problema è che, nonostante la propaganda ufficiale parli di iniziative militari pienamente riuscite, non soltanto le stesse non impedirono il consolidarsi al potere dei marxisti a Vientiane (che permane tuttora), ma soprattutto causarono una contaminazione del territorio, che ancora oggi – contando i morti e i mutilati – provoca numerose vittime tra i laotiani.

Nella capitale del Laos ha sede la Mines Advisory Group, una ONG che si occupa specificamente di fornire supporto e assistenza, assieme a una preziosa attività di documentazione, per le vittime di mine terrestri, ordigni inesplosi e armi leggere e di piccolo calibro. La stessa organizzazione ha denunziato non tanto, e non solo, il problema delle mine antiuomo, quanto delle cluster bomb e degli Uxo, che assieme a vari altri ordigni inesplosi tuttora contaminano circa un quarto dei villaggi laotiani. In particolare, la diffusione delle cluster, piccoli ordigni che ne contengono altri al proprio interno, e che a loro volta si spargono attorno all’ordigno madre: si stima che nel paese ce ne siano qualcosa come 80 milioni, pronti a deflagrare e a causare nuove vittime, con operazioni di bonifica estremamente complicate e pericolose.

Nel solo 2021 si sono contate più di 60 esplosioni, con gli abitanti che vivono nel costante pericolo (e terrore) di essere coinvolti nelle deflagrazioni. I bambini laotiani seguono nelle scuole primarie dei veri e propri corsi per riconoscere gli ordigni, per evitare di raccoglierli.

Tra coloro che si sono impegnati maggiormente nella battaglia per la bonifica c’è una scrittrice laotiano statunitense, Channapha Khamvongsa, della quale si è occupata diverse volte anche il New York Times, grazie alla cui opera di sensibilizzazione sono state stanziati dal governo USA nuovi finanziamenti, cifre peraltro ridicole e del tutto inadeguate (si parla di un incremento di circa 12 milioni di dollari), che non hanno mai permesso di portare a termine il progetto.

Come documenta un libro pubblicato negli anni Settanta dallo scrittore statunitense e attivista contro le guerre Fred Branfman (“Laos: voci dalla piana delle giare”), contenente molte immagini riferite alla tragedia dei contadini laotiani, la vera ragione delle iniziative militari in Laos era del tutto inconsistente, per non dire inesistente. Branfman riporta la dichiarazione, a dir poco allucinante, dell’allora vicecapo della missione USA, Monteagle Stearns, resa dinanzi alla Commissione Esteri del Senato statunitense nel 1969, dove il funzionario disse che c’erano aerei fermi senza far niente, e che occorreva fargli fare qualcosa.

Tenuto conto che nonostante l’impegno di organizzazioni e attivisti, ancora nel 2023 il New York Times riportava come solo l’un per cento delle bombe era stato bonificato, e che a questi ritmi si stima che ci vorranno circa cento anni per raggiungere l’obiettivo finale, è inevitabile che adulti e bambini del Laos continuino nel frattempo a saltare in aria a causa di qualche ordigni inesploso, lascito di operazioni belliche poste in essere perché, stando alle parole di Stearns, “gli aerei militari non avevano di meglio da fare”. Per concludere, citiamo la notizia della sospensione dei programmi di smaltimento (assolutamente inadeguati), per un periodo di tre mesi, recentemente diffusa dal Dipartimento di Stato.

La dimostrazione che se le guerre sono una delle peggiori invenzioni dell’uomo, è difficile dare torto ad Albert Einstein quando asseriva che “due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”. E se possiamo avere qualche dubbio sull’universo, è lecito non averne sul cinismo degli uomini di potere.

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