Quella dei dossieraggi è una storia antica come il mondo: da quando l’uomo ha compreso che la conoscenza è potere e che le informazioni su nemici, amici, conoscenti e non, valgono oro, la pratica di raccogliere dati privati ha conosciuto un’evoluzione al passo con il progresso tecnologico.
Ora che presso la Procura di Perugia si parla dello scandalo dossieraggi che coinvolgerebbe il tenente della guardia di Finanza Pasquale Striano e il pm dell’antimafia Antonio Laudati, l’argomento è tornato di strettissima attualità.
Sarebbero 800 gli accessi abusivi compiuti da Striano sul sistema in uso agli investigatori per monitorare le operazioni economiche sospette. Un’operazione vasta, che lascia pensare non tanto a un’iniziativa privata, quanto piuttosto a qualcosa di sistematico, qualcosa che certamente un tenente della GdF non poteva decidere da solo.
E mentre il procuratore capo di Perugia Raffaele Cantone e il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo vengono sentiti dal Copasir, un’altra bomba esplode e si aggiunge alla cronaca di questi giorni.
Dalle pagine de La Verità, Giacomo Amadori racconta una storia di perversione, stalking e sottili ricatti operati da un colonnello dei carabinieri, ufficiale di polizia giudiziaria, nei confronti di una testimone tanto controversa quanto importante, poiché legata a un periodo particolarmente oscuro della nostra storia repubblicana: Donatella Di Rosa, meglio nota come “lady golpe“.
Sorvolando su questa vicenda, che se sarà confermata rischia di minare dalle fondamenta tante inchieste condotte dal sopracitato colonnello su gravi fatti degli anni di piombo, come la strage di Brescia, ci si domanda per quale motivo Amadori abbia scelto proprio questo momento per far esplodere lo scandalo. Colpire l’antimafia, di cui il colonnello del Ros è uno degli investigatori più attivi? O forse suggerire che anche lui sia in qualche modo coinvolto in attività di dossieraggio?
Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che di certo quello tra Massimo Giraudo, questo il nome del colonnello, e i giornalisti (per non parlare dei testimoni) è un rapporto molto particolare. Sono infatti molti giornalisti quelli che lo difendono a spada tratta. Alcuni sono gli stessi che in questi giorni di fuoco gridano a gran voce di difendere la libertà di stampa.
Ricordiamo infatti che anche diversi giornalisti sono finiti indagati dalla procura di Perugia per aver beneficiato delle informazioni indebitamente fornite da Striano.
Ci uniamo al coro: la libertà di stampa non si tocca. Ne inficerebbe la tenuta stessa del sistema democratico che, pur con i suoi difetti, è la migliore alternativa che abbiamo. Attenzione però alle deviazioni.
Un conto è la libertà di stampa. Un conto è mettersi al servizio di una fonte, abbeverarsi annullando il giudizio critico, accettare qualunque input senza domandarsi il perché di tanta generosità immotivata.
Perché di questo stiamo parlando: nel mare magnum del giornalismo, vi sono persone che diventano, per loro scelta, ricettacolo di informazioni, veline, verbali, intercettazioni. Tutto fa brodo. E questa sarebbe la libertà d’informazione da difendere? O forse che in questi giorni tra chi si erge a paladino del giornalismo c’è qualcuno che sta in realtà difendendo un sistema malato, frutto di un rapporto distorto tra chi fa informazione e chi le informazioni le fornisce?
È una domanda retorica. L’inchiesta di Perugia e la vicenda che vede al centro il colonnello Giraudo rischiano di provocare un movimento tellurico senza precedenti. Da un lato si rischia di scoprire l’esistenza di una vera e propria centrale trasversale di commercio di informazioni, dall’altro si rischia di minare la credibilità di tante carriere costruite su un castello di carte. Ovviamente passate sotto banco.