Un “tribunale speciale” contro la Russia: la giustizia a orologeria dell’Unione Europea

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

L’Unione Europea ha deciso di muoversi con passo sicuro verso la creazione di un Tribunale Speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. La mossa è ambiziosa e politicamente potente: l’obiettivo dichiarato è dimostrare che nessun leader è intoccabile, nemmeno Vladimir Putin. Un messaggio chiaro, destinato non solo al Cremlino, ma anche a chiunque, in futuro, volesse seguire la stessa strada.

La distinzione tra crimini

La strategia è semplice: i crimini di guerra possono essere perseguiti dalla Corte Penale Internazionale (CPI), ma il crimine di aggressione – quello che dà origine a tutto – necessita di un tribunale ad hoc. L’idea di base è condivisibile: senza l’aggressione, non ci sarebbero bombardamenti su obiettivi civili, deportazioni forzate e stupri di guerra. Dunque, punire solo i crimini di guerra senza toccare chi ha ordinato l’invasione sarebbe come perseguire i ladri di una banca, lasciando però libero chi ha pianificato il colpo.

La questione, tuttavia, è più complicata di quanto sembri. Se il principio è giusto, il tempismo e la selettività con cui si applica il diritto internazionale raccontano un’altra storia.

La giustizia dei vincitori

L’Europa e i suoi alleati stanno costruendo un impianto giuridico per punire la leadership russa, mentre guerre altrettanto devastanti – e spesso altrettanto illegali – non hanno mai visto lo stesso zelo. L’invasione dell’Iraq nel 2003, ad esempio, si basava su prove false sulle armi di distruzione di massa. Lì, il concetto di “crimine di aggressione” non ha mai trovato spazio nei palazzi della diplomazia occidentale. Tony Blair e George W. Bush non si sono mai preoccupati di essere processati, né tantomeno i leader di paesi che hanno scatenato guerre con il pretesto della “lotta al terrorismo”.

La realpolitik insegna che il diritto internazionale non è applicato con la bilancia della giustizia, ma con la logica della forza. Un tribunale è credibile solo se non è percepito come strumento di una parte contro l’altra. Se il diritto diventa uno strumento di guerra, allora smette di essere diritto e diventa un’arma politica.

Il nodo negoziati

Il secondo punto è l’impatto di questa iniziativa sulle possibili trattative di pace. Mentre l’UE e Kiev spingono per il tribunale, l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump dichiara di voler negoziare direttamente con Putin. E qui sta la contraddizione: da un lato si vuole perseguire il capo del Cremlino come criminale supremo, dall’altro si cerca una via diplomatica per fermare la guerra. Ma come si concilia la giustizia con la necessità di una trattativa?

Se Putin sa che il destino che lo attende è un processo internazionale, che incentivo avrebbe a fermare il conflitto e negoziare la pace? Storicamente, i tribunali post-bellici hanno avuto successo quando erano parte di un accordo più ampio, non quando venivano usati come strumenti di pressione politica. La Serbia di Slobodan Milošević ne è un esempio: il processo all’Aja è stato possibile solo quando il quadro politico lo ha permesso.

Conclusione

La creazione del Tribunale Speciale per l’aggressione all’Ucraina è senza dubbio un passo importante nella costruzione di un ordine internazionale basato sulla responsabilità. Ma se la giustizia internazionale vuole essere credibile, non può funzionare a intermittenza. O si applica sempre, anche agli alleati, oppure rischia di trasformarsi in un altro capitolo della giustizia a orologeria, dove il momento giusto per colpire dipende solo dai rapporti di forza del momento. E, in quel caso, più che giustizia, sarebbe solo un’altra forma di guerra.