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Il dato diffuso dalla Ong Iran Human Rights – oltre mille esecuzioni nei primi nove mesi del 2025 – non è soltanto un indice dell’arretratezza giuridica del sistema iraniano, ma un messaggio politico. L’impiccagione, usata come spettacolo di terrore nelle carceri e, talvolta, in pubblico, diventa l’equivalente di un discorso presidenziale: serve a riaffermare che lo Stato clericale mantiene il controllo. La Repubblica islamica non è nuova a questa strategia. Negli anni Ottanta, quando la guerra con l’Iraq e le tensioni interne minacciavano la sopravvivenza del regime, le esecuzioni di massa furono lo strumento per piegare oppositori reali o presunti. Oggi, il contesto è diverso ma non meno insidioso: proteste popolari, crisi economica, tensioni con Israele e isolamento diplomatico.

L’effetto delle proteste e della guerra con Israele

Le rivolte del 2022-2023, nate dalla morte di Mahsa Amini, hanno rivelato che la legittimità del sistema è fragile. La breve guerra di giugno 2025 con Israele, benché conclusa in dodici giorni, ha accentuato la percezione di vulnerabilità. In questo quadro, la pena capitale diventa un moltiplicatore di paura: non solo un castigo per chi ha trasgredito, ma un avvertimento preventivo a tutta la società.

Dietro le impiccagioni, però, si intravede anche un calcolo economico. Il 50% delle esecuzioni riguarda reati di droga: l’Iran è un corridoio per gli oppiacei provenienti dall’Afghanistan e i traffici alimentano reti criminali e corruzione. Eliminare migliaia di piccoli spacciatori o trafficanti significa, da un lato, mostrare la volontà di “pulizia”, dall’altro mascherare la crescente incapacità di gestire fenomeni sociali e criminali che si alimentano della crisi economica. Con l’inflazione alta, le sanzioni reintrodotte dall’ONU e il rial deprezzato, il regime trasforma l’impiccagione in un surrogato di stabilità.

Non si può dimenticare che una parte delle esecuzioni colpisce accusati di spionaggio per Israele. In un Paese ossessionato dalla penetrazione dei servizi segreti stranieri, giustiziare pubblicamente un “agente del Mossad” significa rinsaldare la narrativa dell’accerchiamento e legittimare l’apparato militare-securitario. È la logica del “nemico esterno” come collante interno. In un Medio Oriente segnato da conflitti ibridi e guerra di intelligence, la forca diventa l’estensione delle operazioni militari sul piano domestico.

Geopolitica della paura

La repressione non è solo affare interno. Avviene proprio mentre il presidente Masoud Pezeshkian si presenta all’Assemblea generale dell’ONU, nel momento in cui la comunità internazionale discute di nucleare iraniano e nuove sanzioni. È un messaggio duplice: all’interno, lo Stato non arretra; all’esterno, l’Iran non si lascia condizionare dalle pressioni occidentali. La pena di morte, insomma, diventa linguaggio geopolitico.

Le esecuzioni di massa si inseriscono in una cornice più ampia: la guerra economica. Le sanzioni hanno ridotto drasticamente gli spazi di manovra di Teheran, costringendo il Paese a dipendere da reti parallele con Russia, Cina e Paesi dell’Asia centrale. Ma l’uso sistematico della pena capitale rischia di avere un costo geopolitico e geoeconomico crescente: peggiora l’immagine internazionale dell’Iran, disincentiva investimenti e alimenta la narrazione occidentale di un regime “fuorilegge”. In un’epoca in cui le relazioni economiche sono sempre più legate alla reputazione e alla conformità agli standard internazionali, l’Iran paga un prezzo non solo morale, ma anche materiale.

Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di IHR, parla apertamente di “crimini contro l’umanità”. Se l’ONU accogliesse questa impostazione, la questione delle esecuzioni entrerebbe nella stessa categoria giuridica delle violenze etniche o delle pulizie politiche. Sarebbe una svolta pesante: ogni trattativa sul nucleare, ogni accordo economico, ogni apertura diplomatica dovrebbe fare i conti con la dimensione criminale della repressione iraniana.

La doppia trappola di Teheran

Teheran appare così prigioniera di una doppia trappola: da un lato, la necessità di mostrare forza attraverso la repressione, dall’altro l’inevitabile isolamento che questa stessa repressione produce. La strategia della paura può garantire sopravvivenza immediata al regime, ma ne mina la resilienza nel lungo periodo. Perché nessuna economia può reggersi solo sulla paura, e nessuna geopolitica può ignorare per sempre l’impatto delle forche.

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