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Giudiziaria

L’odissea senza fine di Alberto Trentini, l’italiano prigioniero nel Venezuela di Maduro

Alberto Trentini, il cooperante italiano di 46 anni originario del Lido di Venezia attualmente detenuto in Venezuela, è un buon motivo per indignare l’opinione pubblica italiana. Dal 15 novembre 2024, data del suo arresto, sono passati quasi 300 giorni, passati...

Alberto Trentini, il cooperante italiano di 46 anni originario del Lido di Venezia attualmente detenuto in Venezuela, è un buon motivo per indignare l’opinione pubblica italiana. Dal 15 novembre 2024, data del suo arresto, sono passati quasi 300 giorni, passati in un carcere di massima sicurezza a Caracas senza accuse formali. La domanda da porsi, almeno quella che vorrei porre io, è semplice e straziante: “Come stai Alberto?”.

Arrivato in Venezuela il 17 ottobre 2024 come capo missione per l’ONG Humanity & Inclusion, Alberto era lì per coordinare aiuti nelle zone remote del paese, al confine con la Colombia. Il 15 novembre, durante un trasferimento da Caracas a Guasdualito, è stato fermato a un posto di blocco dalle autorità del SAIME (Servizio Amministrativo per l’Identificazione, la Migrazione e l’Immigrazione). Insieme a lui, l’autista locale della ONG. Da quel momento, il buio: trasferito alla Direzione Generale del Controspionaggio Militare (DGCIM), è stato isolato senza contatti con famiglia, avvocati o ambasciata italiana. Le accuse? Non ufficiali, ma voci parlano di “cospirazione” e “terrorismo”, respinte categoricamente dalla famiglia e dall’ONG perché infondate. Da evidenziare che Alberto soffre di ipertensione e necessita di farmaci specifici e per mesi non si è saputo nulla delle sue condizioni di salute.

La famiglia, guidata dalla madre Armanda Colusso Trentini, vive un’agonia prolungata. “Dal suo arresto, nessuno è riuscito a vederlo né a parlargli”, dichiarava a gennaio 2025 l’avvocata Alessandra Ballerini, la stessa che difese Patrick Zaki e i genitori di Giulio Regeni. Appelli disperati: petizioni su Change.org con migliaia di firme, flashmob in Piazza San Marco a Venezia, fiaccolate al Lido, digiuni a staffetta con oltre 2100 adesioni. La pagina Facebook “Alberto Trentini Libero” conta migliaia di follower che non smettono di mobilitarsi.

Il governo italiano si è attivato, ma con ritmi estremamente lenti. A gennaio 2025, il ministro degli Esteri Antonio Tajani convoca l’incaricato d’affari venezuelano per protestare contro il silenzio sulla questione e l’espulsione di tre diplomatici italiani da Caracas. Ad aprile, la premier Giorgia Meloni chiama personalmente Armanda, assicurando: “Stiamo lavorando per riportarlo a casa”. A maggio, dopo sei mesi, la prima telefonata. Alberto rassicura i familiari, “Sto bene, ricevo pasti e medicine”. Un barlume di sollievo. A luglio, la seconda chiamata: “Sono provato, ma sto bene”. Il viceministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Edmondo Cirielli la definisce “un passo avanti”.

Preziose testimonianze confermano la sua resistenza. Un ex detenuto svizzero, rilasciato a luglio dopo una trattativa diplomatica, ha condiviso la cella con Alberto al carcere El Rodeo I. “Sta bene fisicamente, è simpatico, un grande fumatore. Pensa sempre ai genitori. Non merita di stare lì. Se ce l’ho fatta io, ce la farà anche lui”. Descrive condizioni durissime: celle lager, ore d’aria limitate a 45 minuti tre volte a settimana, guardie con volti coperti, torture psicologiche come cappucci in testa e interrogatori forzati. “Ero legato a una sedia, obbligato a firmare confessioni false”. Eppure, Alberto resiste, figlio unico con ideali di pace e solidarietà.

Non è solo. In Venezuela, circa 15 italiani sono detenuti, molti italo-venezolani per motivi politici, come Américo De Grazia e Biagio Pilieri Gianninoto, oppositori di Maduro. Ma Alberto è unico: un semplice cittadino italiano, “puro” per il regime, merce di scambio ideale. A fine luglio, Tajani nomina Luigi Vignali, direttore generale per gli italiani all’estero, come inviato speciale. La sua missione a Caracas, prevista per agosto, salta all’ultimo per “motivi interni” venezuelani, ma è ricalendarizzata. L’opposizione, dal PD a AVS, critica i ritardi e chiede ulteriori missioni parlamentari.

La società civile non tace. Reti come AOI, CINI e Link2007 esprimono preoccupazione per le violazioni dei diritti umani. Don Luigi Ciotti di Libera, Beppe Giulietti di Articolo 21, i genitori di Regeni e Zaki partecipano a sit-in. A giugno, Armanda in conferenza stampa all’Ordine dei Giornalisti: “Vi prego, non stancatevi di parlare di Alberto”. Al Festival di Venezia ad agosto, striscioni e appelli durante il suo 46° compleanno in carcere, il 10 agosto. “Cosa penserà mio figlio del suo Paese che l’ha abbandonato?”, chiede Armanda.

Il caso Trentini evidenzia i rischi della cooperazione in regimi autoritari come quello di Nicolás Maduro, dove oltre 60 stranieri sono detenuti per “scambi”. Paragonato a Cecilia Sala, liberata dall’Iran in 21 giorni, quello di Alberto è un calvario infinito. Perché? Perché la diplomazia non accelera? Perché la pressione mediatica non è abbastanza forte? Ma soprattutto come sta Alberto? Fisicamente bene, ma l’anima di un uomo dedito al bene comune è e sarà ferita sempre da un Paese che si dimentica di lui, che si smuove solo quando la popolarità o gli scambi politici finiscono per prevalere sugli imperativi umanitari e morali. L’Italia intera deve unirsi ancora una volta: liberate Alberto, portatelo a casa.

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