Lieve condanna per Donald Trump, i giudici di New York non vanno alla guerra

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La fedina penale sporca e nulla più, niente carcere o richieste di pene detentive: Donald Trump è stato condannato a New York per i 34 capi d’accusa che lo vedevano imputato nel caso del pagamento della pornostar Stormy Daniels per celare una presunta relazione extraconiugale che avrebbe potuto danneggiarlo, se rivelata, durante la campagna elettorale del 2016.

Trump era stato condannato a maggio, poi un tribunale della Grande Mela aveva impugnato la decisione a dicembre. Ora la condanna definitiva che non va di pari passo con una richiesta di carcerazione. Così ha decretato l giudice Juan M. Merchan, condannando The Donald ma richiedendo immediatamente la sua scarcerazione incondizionata. Il New York Times ha definito “rara e molto clemente” la decisione di Merchan, specie visto il fatto che non è stata nemmeno imposta una qualche forma di risarcimento al tribunale o di spesa a mo’ di cauzione.

Merchan ha dichiarato esplicitamente che la clemenza è dovuta all’imminenza dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, sottolineando che l’elezione alla presidenza offre una “copertura d’ufficio all’incarico, non al suo occupante”.

In altre parole: l’individuo Trump potrà pur essere condannato, ma il fatto che si stia per insediare a Pennsylvania Avenue impone di rispettare la continuità voluta dagli elettori. Alla Casa Bianca, vista una recente sentenza della Corte Suprema, Trump godrà di un’ampia libertà d’azione negli atti ufficiali che potrebbe metterlo al riparo da futuri processi. Con questa vicenda, si conclude la lunga sequela di processi che l’hanno coinvolto nell’interregno tra i suoi due mandati.

“Donald Trump, il cittadino comune, Donald Trump, l’imputato non avrebbe diritto alle protezioni della presidenza”, ha sottolineato nella spiegazione della sentenza di condanna il giudice Merchan, aggiungendo, citato dal New York Times: “È solo quella carica che lo protegge dalla gravità del verdetto”. Una mossa non scontata, quella della toga della Grande Mela. Si è voluto evitare un ultimo, definitivo braccio di ferro tra Trump e il potere giudiziario americano alla vigilia dell’insediamento di The Donald come successore di Joe Biden, lasciando scorrere le acque in maniera il più quieta possibile e senza surriscaldare i toni.

Politico.com ricorda che, alla fine, anche chi ha portato avanti l’accusa a The Donald ha accettato la sentenza proposta dal giudice, facendo notare che “nelle osservazioni alla corte prima che Merchan pronunciasse la sentenza, il procuratore Joshua Steinglass ha affermato che il suo ufficio ha approvato la sentenza di scarcerazione incondizionata a causa delle circostanze del caso”. Steinglass, tuttavia, “ha avvertito che Trump è stato una forza distruttiva nei confronti delle forze dell’ordine” in questo procedimento.

In fin dei conti, tutti tirano un sospiro di sollievo: per molti avversari di Trump, c’è la possibilità di poter usare l’arma del “presidente condannato” negli anni dell’opposizione; per The Donald, viceversa, si sdoganerà l’arma retorica dell’assedio giudiziario condotto nei suoi confronti senza poter influire sulla sua rielezione. Per la corte di New York, si liberano energie e risorse preziose per casi più legati alla sicurezza pubblica. La sensazione, però, è che presto questa vicenda sarà dimenticata: per tutti urge poter tornare a occuparsi di questioni ben più importanti.