Il caso del fermo in Iran di Cecilia Sala, giornalista italiana detenuta da più di due settimane, è apparso nelle ultime giornate politicamente legato a quello di Mohammad Abedini Najafabadi, ingegnere 38enne svizzero-iraniano arrestato il 16 dicembre all’aeroporto di Milano Malpensa, dove era appena arrivato da Istanbul.
Abedini, ora detenuto a Opera, era accusato negli Usa da una corte di Boston di aver fatto affari con il corpo dei Guardiani della Rivoluzione iraniani (Irgc), i celeberrimi Pasdaran, che Washington e pochi altri Paesi riconoscono come organizzazione terroristica, e di aver indirettamente contribuito a fornire alle truppe un tempo guidate da Qasem Soleimani le tecnologie necessarie a compiere un attacco con droni che a fine gennaio uccise tre soldati americani in Giordania. Appare sempre più chiara l’interconnessione tra le due vicende, ma in particolare emerge con forza anche la peculiarità dell’arresto di Abedini, in Italia, Paese che non riconosce i Pasdaran come gruppo terroristico.
La situazione resta critica, ma il caso Abedini va osservato con attenzione anche sul profilo strettamente legale. Ne abbiamo discusso con Luca Picotti, avvocato, esperto dei legami tra geopolitica e diritto, dottorando di ricerca presso l’Università di Udine nel campo del Diritto dei trasporti e commerciale e redattore di «Pandora Rivista».
Picotti, quali sono i principali profili legali d’interesse del caso Abedini?
“La vicenda di Abedini rileva e va letta alla luce della particolare posizione americana e di un apparato giuridico che tende ad estendersi al di là dei confini territoriali. Secondo l’accusa, si tratta di un soggetto che, tramite le proprie società, avrebbe, in accordo con un altro, violato le leggi sulle sanzioni americane, nonché fornito prodotti a un gruppo designato dagli Stati Uniti come terrorista e che li ha peraltro utilizzati in degli attacchi a basi americane”.
Quali sono i punti chiave della vicenda che ha condotto al suo arresto?
“In particolare, due sono i punti centrali: da un lato, la violazione delle sanzioni americane e in particolare della normativa sull’export control che impedisce di fornire all’Iran prodotti con tecnologia americana; dall’altro, la designazione unilaterale di un braccio armato (IRGC), più o meno organico allo Stato, come terrorista”.
Una definizione che l’Italia non fa sua…
“È evidente che la posizione di Abedini è tale solo per la particolare posizione americana e il suo dritto. Secondo le leggi svizzere o anche europee, ad esempio, è difficile ritenere che sussista alcun reato, dal momento che trattasi di società regolarmente costituite che operano in un settore, sebbene molto controllato, di per sé legittimo. Al momento la questione si gioca sull’estradizione. Trattasi di una procedura che vede un controllo giurisdizionale, di competenza della Corte d’Appello, e una decisione politica in capo al Ministro della Giustizia. Un momento cruciale sarà il controllo della Corte”.
Quale sarà il ruolo della Corte?
“La Corte valuterà se vi sono i presupposti per l’estradizione e tra questi rileva la cosiddetta doppia incriminazione, ossia che l’ipotesi delittuosa in oggetto sia prevista anche in Italia. Il tema non è scontato, considerato che trattasi, da un parte, di violazione di leggi statunitensi sulla fornitura di tecnologie all’Iran, dall’altra di forniture a un gruppo designato come terrorista dagli Stati Uniti, non dall’Unione europea”.
Esistono profili di sovrapponibilità?
“È vero che ipotesi di sanzioni penali per violazioni di normative sull’export, ad esempio di beni dual use, esistono anche qua. Però allo stesso tempo non sono comparabili con quelle americane, che tendono ad avere effetti extraterritoriali che vanno a intercettare anche beni finali che semplicemente hanno in parte tecnologia americana. Da noi l’extraterritorialità è sempre stata mal vista. Sicché, non è scontato che nel caso di specie vi siano i presupposti per l’estradizione, salvo non venga valorizzato l’aspetto del terrorismo. Parliamo di una fattispecie rilevante ovviamente anche qui, ma sempre ricordando che da noi l’IRGC non è stato designato come organizzazione terroristica”.
Dunque l’estradizione di Abedini non è scontata?
“Vi sono quantomeno margini di discussione. Per tale ragione sarà una decisione importantissima: perché una eventuale negazione da parte della Corte aiuterebbe in termini diplomatici, dal momento che offrirebbe al Ministro della Giustizia una base giuridica per negare l’estradizione (e procedere così a uno scambio). Altrimenti, laddove la Corte ritenesse integrati i presupposti per l’estradizione, rimarrebbe solo la pura decisione politica di non estradare comunque, nonostante il via libera della Corte. Decisione che ovviamente avrebbe le sue ripercussioni diplomatiche”.

