Giudici eletti dai cittadini. Messico al bivio, tra democrazia diretta e fine dello Stato di diritto

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Un esperimento audace, un azzardo senza precedenti, un sogno di giustizia popolare che potrebbe trasformarsi in un incubo istituzionale. Il prossimo 11 giugno 2025, il Messico si appresta a riscrivere le regole del sistema giudiziario con una riforma che non ha eguali nella storia moderna: ogni giudice federale, dai nove membri della Corte Suprema agli 850 magistrati federali, fino alle migliaia di giudici dei tribunali locali, sarà eletto direttamente dai cittadini. Un secondo turno di elezioni, previsto per il 2027, completerà questa rivoluzione voluta con tenacia dal partito Morena, sotto la guida prima di Andrés Manuel López Obrador e ora della sua erede politica, Claudia Sheinbaum. Ma dietro la retorica della “giustizia del popolo” si nasconde un rischio mortale: la politicizzazione della magistratura, l’erosione della sua indipendenza e, in un paese già segnato dalla violenza e dalla corruzione, l’apertura di una breccia per l’influenza dei cartelli criminali.

L’idea di fondo è tanto semplice quanto radicale: se il popolo è sovrano, perché non affidargli anche la scelta di chi amministra la giustizia? “Il popolo non è ignorante”, proclama Olivia Aguirre Bonilla, una delle candidate alla Corte Suprema, con il tono di chi difende un principio sacrosanto. “Se sa eleggere un presidente, può eleggere anche i giudici”. È una narrazione potente, che attinge al profondo risentimento verso un sistema giudiziario percepito come distante, elitario, talvolta corrotto. In un Paese dove oltre il 90% dei reati rimane impunito e solo il 14% dei procedimenti giudiziari porta a una condanna, il desiderio di cambiamento è comprensibile. Ma la soluzione proposta da Morena rischia di essere un rimedio peggiore del male.

L’indipendenza del potere giudiziario è una conquista storica, un baluardo contro gli abusi del potere politico e le pressioni della società. Un giudice eletto dal popolo, per quanto possa sembrare vicino ai cittadini, diventa inevitabilmente un attore politico. Deve corteggiare il consenso, navigare le acque insidiose della popolarità, rispondere agli umori dell’opinione pubblica. Come potrà emettere una sentenza impopolare ma giusta, quando il suo futuro dipende dal voto? Come potrà opporsi a una legge voluta da un Governo forte o resistere alle pressioni di chi controlla le piazze, i media, o peggio, i territori? In Messico, dove i cartelli della droga esercitano un potere quasi statale in intere regioni, questo rischio assume contorni drammatici. I narcos, che già finanziano campagne elettorali locali e corrompono funzionari pubblici, potrebbero vedere nell’elezione dei giudici un’opportunità d’oro per infiltrare il sistema giudiziario, candidando loro uomini o piegando i candidati con minacce e denaro.

Un solo precedente

Il precedente della Bolivia, unico caso simile, è un monito inquietante. Dal 2011, i giudici boliviani della Corte Suprema sono eletti dal popolo, ma il risultato è stato una magistratura screditata, invischiata in lotte politiche e incapace di garantire giustizia. Nelle ultime elezioni, il 40% dei voti è stato dichiarato nullo, un segnale di sfiducia totale verso un sistema che ha perso ogni credibilità. In Messico, il pericolo è ancora più grave. La fragilità delle istituzioni, la corruzione endemica e la potenza del crimine organizzato creano un terreno fertile per una deriva che potrebbe trasformare i tribunali in un’estensione del potere politico o, peggio, delle mafie. “Nessuno mi ha eletta”, dichiara Martha Magaña, giudice federale che ha scelto di non candidarsi, con la voce ferma di chi sa che l’indipendenza è il vero scudo della giustizia. “Per questo posso giudicare secondo coscienza, non secondo convenienza”.

Ma la riforma non si limita a cambiare il modo in cui i giudici vengono scelti. È anche un regolamento di conti con una Corte Suprema che, negli ultimi anni, si è dimostrata un ostacolo per il governo di Morena. Più volte, l’alta corte ha bloccato iniziative legislative di López Obrador, guadagnandosi l’accusa di essere una casta al servizio di interessi economici e politici consolidati. “Sono loro i veri nemici dello Stato di diritto”, tuona Gerardo Fernández Noroña, senatore e voce di spicco del partito, con un linguaggio che trasuda disprezzo per un’istituzione che osa opporsi al volere popolare. Per Morena, la Corte Suprema è un simbolo di resistenza conservatrice, un freno alla “trasformazione” del Messico promessa da López Obrador. E la riforma, con la sua promessa di democratizzazione, sembra cucita su misura per ridimensionarne il potere.

Il processo di selezione dei candidati, però, getta un’ombra lunga sulla credibilità dell’intera operazione. Tre commissioni hanno esaminato oltre 24.000 nomi in tempi record, con sedute che, in alcuni casi, sono durate pochi minuti. I requisiti? Dieci anni di esperienza legale, un esame scritto e un sorteggio pubblico. Nessun controllo approfondito, nessuna verifica rigorosa del passato dei candidati. In un paese dove la corruzione è un’arte praticata a ogni livello, questa superficialità appare come un invito aperto al caos. Chi garantisce che i candidati non siano già compromessi? Chi impedirà che i cartelli, con le loro immense risorse, piazzino i propri uomini nelle liste? Il sistema, invece di rafforzare la giustizia, rischia di trasformarla in una lotteria dove vincono i più spregiudicati.

Elezioni o mercato?

E poi c’è la questione della campagna elettorale. I giudici-candidati dovranno scendere in piazza, fare promesse, conquistare voti. In un Paese dove la politica è già un’arena di compromessi e clientele, come si può immaginare che i futuri magistrati restino immuni da queste dinamiche? Le elezioni giudiziarie potrebbero diventare un mercato, con i candidati costretti a cercare finanziamenti, appoggi politici, o peggio, l’approvazione di poteri occulti. E una volta eletti, come potranno giudicare con imparzialità chi li ha sostenuti?

Il Messico si trova così sospeso su un precipizio. La riforma, venduta come un trionfo della sovranità popolare, potrebbe trasformarsi in un’arma a doppio taglio: da un lato, un sistema giudiziario ostaggio delle emozioni collettive o delle strategie dei partiti; dall’altro, un’apertura senza precedenti al crimine organizzato, che già oggi controlla pezzi di Stato. In nome del popolo, si rischia di sacrificare l’essenza stessa della giustizia: la sua capacità di essere un faro imparziale in un mare di conflitti e interessi. Quando la bilancia della giustizia sarà nelle mani di chi sa manipolare meglio le masse o dominare i territori, chi potrà salvare un paese già piegato dalla violenza e dalla sfiducia? Il Messico scommette sul suo futuro, ma il prezzo di questa scommessa potrebbe essere la sua stessa anima istituzionale.