Il rinnovato filone d’indagini sul caso-Garlasco del 2007 interroga nel profondo la nostra civiltà del diritto su diversi fronti. Mette i grandi casi di cronaca nera alla prova delle nuove riforme e di un atteggiamento mediatico spesso pressante, che condiziona le indagini almeno tanto quanto i fatti di “nera” condizionano i media stessi (Stefano Nazzi docet!). E soprattutto, risveglia le insidie legate all’emersione di un giustizialismo fai-da-te, alla spettacolarizzazione di nuove indagini ed elementi, alla pronuncia di condanne in sede mediatica prima ancora che processuale.
Quanto successo attorno ad Andrea Sempio, indagato nel nuovo filone aperto dalla Procura di Pavia per l’omicidio di Chiara Poggi per cui oggi risulta condannato in via definitiva Alberto Stasi, fidanzato della ragazza uccisa diciotto anni fa, è emblematico. Sempio, oggi 37enne, è stato messo al centro di un carosello mediatico caotico in cui spesso il sensazionalismo sembra prevalere sulla ricerca della verità.
Non è nostra intenzione in questa sede commentare quanto i nuovi elementi dell’indagine possano o meno influenzare il caso. Siamo ancora in una fase prematura e non è il nostro mestiere, che invece in questa sede è quello di ammonire per ricordare le fondamenta di una civiltà giuridica che si fonda su un principio di democrazia e responsabilità civica: la presunzione di non colpevolezza per indagati e imputati, come si suol dire, “fino a prova contraria”. E il diritto per ogni cittadino ad affrontare nelle migliori condizioni possibili e con le dovute garanzie una fase critica e complessa come quella delle indagini e, soprattutto, del processo.
Tra serie Tv e realtà
Vale per tutti. E a maggior ragione vale per i casi di assoluta gravità come quello di Garlasco, dove un’eccessiva hype mediatica e un oggettivo coinvolgimento dell’opinione pubblica di un caso che per diciotto anni ha diviso gli italiani possono oggi essere condizionanti. In un concetto: vale anche per il filone d’indagini riguardante Andrea Sempio, sulla cui presunta presenza sulla scena del crimine in quel tragico 13 agosto 2007 che ha segnato la storia del paese della provincia pavese si sta dibattendo.
La civiltà del diritto dovrà essere rispettata in ogni caso. Lo dovrà essere se il dibattito si sposterà dal fronte delle indagini a quello processuale, ma lo deve essere già oggi. In particolare, nel rispetto del sano garantismo che protegge nel momento del delitto la vittima, nella fase delle indagini chi è sotto inchiesta, durante il processo l’imputato e dopo una pena il condannato, va sempre tenuto conto dell’equilibrio tra diritto di cronaca, dovere di copertura dei fatti e di informazione trasparente e rispetto degli individui e della loro personale responsabilità di fronte allo Stato e alle sue leggi.
Non sappiamo se Andrea Sempio andrà a processo in seguito delle indagini che lo vedono coinvolto ora a Pavia, non sappiamo se altre persone che adesso non risultano indagate saranno a loro volta coinvolte, non sappiamo molto ad oggi su Garlasco se non che media, commentatori, opinionisti stanno analizzando in maniera attiva e continua un caso articolato spesso mancando la big picture d’insieme e una visione di sistema che ci ricordi la differenza tra le serie true crime e la realtà. Possiamo dire però senz’altro che forse sarebbe l’ora di un minor clamore. Meno autoproclamati costruttori d’inchieste, meno nervi tesi, meno durezza retorica sul caso, più analisi ponderata. Meno prime pagine, più tempo per lavoro sereno a inquirenti e difesa di un imputato che, va ricordato, è indagato e non sotto processo e, men che meno, condannato. E resterà innocente fino a prova contraria. Come deve essere in un Paese democratico che della civiltà del diritto deve continuare a fare un suo perno. Rinunciando a giustizialismi di sorta che cozzano col nostro ordinamento.
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