In Turchia, la guerra per il controllo di Istanbul non si combatte più nelle urne, ma nei tribunali. Il 20 maggio, altre 22 persone sono finite in manette con l’accusa di corruzione all’interno del comune metropolitano. Ufficialmente si tratta di un’inchiesta sull’uso illecito dei fondi pubblici, ma l’impressione, sempre più nitida, è che ci si trovi davanti a un’operazione chirurgica, costruita per decapitare politicamente uno degli ultimi avamposti dell’opposizione: il municipio di Istanbul.
La narrazione è ormai consolidata. Dopo l’arresto del sindaco Ekrem Imamoglu, avvenuto il 19 marzo, e il suo progressivo isolamento mediatico (incluso il blocco del suo profilo su X, seguito da quasi dieci milioni di utenti), il Governo ha attivato la macchina giudiziaria con meticolosa determinazione. L’obiettivo è chiaro: delegittimare l’unico leader capace di contendere a Recep Tayyip Erdogan il futuro della Turchia.
Imamoglu, già sindaco di Beylikduzu e poi trionfatore a Istanbul nel 2019, è oggi al centro di una campagna di demolizione politica. Le accuse che lo travolgono – manipolazione di appalti, concessione di licenze edilizie in cambio di tangenti, relazioni opache con imprenditori latitanti – vengono alimentate da testimonianze rese da ex dirigenti comunali passati improvvisamente dalla collaborazione all’accusa. Come Ertan Yildiz, che parla di 200 milioni di dollari sottratti attraverso appalti pilotati e sostiene che il sindaco avrebbe addirittura ordinato pagamenti milionari da parte di hotel abusivi affacciati sul Bosforo.
Eppure, tutto questo sa di déjà-vu. L’uso selettivo della magistratura come arma politica non è nuovo in Turchia. Dal tentato golpe del 2016, Ankara ha sistematicamente epurato le istituzioni, la stampa, il mondo accademico. Ora tocca alla resistenza municipale, quella che più ha fatto tremare Erdogan nel 2019, quando l’AKP perse il controllo delle grandi città. Istanbul, cuore economico e simbolico del Paese, era la madre di tutte le battaglie. E Imamoglu ne era il volto.
Un banco di prova per il 2028
Il Partito Popolare Repubblicano (CHP) parla apertamente di giustizia manipolata. Le proteste esplose dopo l’arresto di Imamoglu ne sono il segnale più eloquente: l’opinione pubblica, anziché indignarsi per presunte tangenti, si stringe attorno al sindaco, percependo l’operazione come una vendetta politica. I sondaggi parlano chiaro: da marzo a oggi, il consenso per Imamoglu è cresciuto, superando quello del presidente in carica.
Il governo respinge ogni accusa, parlando di inchieste fondate, rapporti del MASAK, prove documentali, intercettazioni. Ma il dubbio resta: perché colpire ora? Perché con questa brutalità mediatica? Perché oscurare i canali social di un politico, se non per impedirgli di mobilitare i suoi elettori?
L’impressione è che il caso Imamoglu sia un banco di prova per il 2028. Erdogan, nonostante il controllo su esercito, intelligence e media, sa che la sfida è aperta. E che il vero duello, quello che potrebbe mettere fine a un’era, si giocherà proprio contro chi è riuscito, almeno per un breve momento, a strappare Istanbul dalle mani del potere.
La giustizia, in questo gioco, è solo uno strumento. E il processo in corso non è solo contro un sindaco, ma contro l’idea stessa che in Turchia possa esistere un’alternanza politica pacifica. In fondo, lo aveva capito lo stesso Imamoglu, quando disse: “Non combatto per la mia libertà, ma per il diritto dei cittadini a scegliere chi li governa.” Ora, quel diritto rischia di essere processato insieme a lui.
Recep Tayyep Erdogan guida la turchia ormai da molti anni edace uno dei politici più spregiudicati e dinamici della scena internazionale. Ma il suo potere ha vacillato più volte e lui non si fa scrupoli sui modi per conservarlo. Ne abbiamo parlato spesso e ne parleremo ancora. Se vuoi approfondire, segui InsideOver, sostieni il nostro lavoro, abbonati oggi!
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