La lebbra, o malattia di Hansen, è una malattia infettiva cronica causata dal Mycobacterium leprae (e, più raramente, dal Mycobacterium lepromatosis). Colpisce principalmente la pelle, i nervi periferici, le mucose del tratto respiratorio superiore e gli occhi. Se non diagnosticata e trattata precocemente, può portare a danni neurologici permanenti, perdita di sensibilità, deformità e disabilità fisiche visibili, che storicamente hanno alimentato uno stigma sociale profondo e duraturo.
Dal punto di vista clinico, la lebbra non è altamente contagiosa. La trasmissione avviene generalmente attraverso contatti stretti e prolungati con persone non trattate, probabilmente tramite secrezioni respiratorie. La maggior parte delle persone esposte non sviluppa la malattia, grazie a una risposta immunitaria efficace. Inoltre, la lebbra è oggi curabile: la terapia multidrug (MDT), raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), interrompe la trasmissione e previene l’evoluzione verso forme invalidanti se avviata in tempo.
Nonostante ciò, la lebbra non è una malattia del passato. A livello globale, continua a essere classificata come malattia tropicale negletta, perché colpisce soprattutto popolazioni povere, marginalizzate e con accesso limitato ai servizi sanitari. Secondo i dati più recenti dell’OMS, ogni anno vengono diagnosticati oltre 170.000 nuovi casi nel mondo, con una quota significativa di donne e bambini, segno di una trasmissione ancora attiva in alcune aree. Persistono inoltre migliaia di nuovi casi con disabilità di grado avanzato, indicatore di diagnosi tardive e sistemi sanitari insufficientemente accessibili.
La distribuzione geografica della lebbra oggi è fortemente diseguale. La grande maggioranza dei casi si concentra in pochi Paesi, in particolare: Asia meridionale e sudorientale, America Latina, Africa subsahariana. In questi contesti, la malattia si intreccia con povertà, lavoro sommerso, stigma culturale e debolezza delle infrastrutture sanitarie.
Al contrario, in Europa la lebbra è considerata non endemica: i casi sono rari e, nella quasi totalità, diagnosticati in persone che hanno vissuto o soggiornato in aree dove la malattia è ancora presente.
Gli allarmi in Europa
È proprio questo scarto—tra una malattia globalmente persistente e una percezione europea di scomparsa definitiva—a rendere politicamente sensibile ogni segnalazione nel continente. Quando un caso emerge in uno Stato europeo dopo decenni di assenza, come accaduto recentemente, la notizia viene spesso interpretata come un “ritorno” della lebbra. In realtà, ciò che riaffiora non è tanto la malattia in sé, quanto una zona di frizione tra mobilità globale, sistemi sanitari nazionali, gestione del rischio e memoria collettiva. È in questo spazio—dove un evento sanitario a basso rischio epidemiologico produce un’alta intensità simbolica e politica—che la lebbra torna a essere un tema di geopolitica della salute, più che di emergenza clinica.
La notizia che ha riacceso l’attenzione europea sulla lebbra non nasce da una “ripresa” epidemica diffusa, ma da un evento puntuale con un forte impatto simbolico: a dicembre 2025 le autorità rumene hanno segnalato casi sospetti e confermati a Cluj-Napoca, in un contesto lavorativo (un centro benessere) che ha immediatamente generato titoli, inquietudini e—come spesso accade con malattie storicamente stigmatizzate—reazioni sproporzionate rispetto al rischio reale.
Secondo il Communicable Disease Threats Report (CDTR) dell’CDC l’11 dicembre 2025 il Ministero della Salute rumeno ha riportato 1 caso confermato e 3 sospetti di lebbra a Cluj-Napoca; le persone coinvolte erano donne “originarie dall’Asia” impiegate come massaggiatrici. Tra le misure adottate: sospensione dell’attività del salone fino al termine delle indagini, disinfezione dei locali e controlli sanitari sul personale. L’ECDC ricorda inoltre che l’ultimo caso in Romania risaliva al 1981.
Negli scorsi giorni anche le autorità sanitarie della Croazia hanno confermato un singolo caso isolato di lebbra, il primo registrato nel Paese dopo più di 30 anni. L’ultimo caso risaliva al 1993, e nel corso del XX secolo la nazione balcanica aveva visto solo una manciata di episodi. Si tratta di un lavoratore straniero originario del Nepal, residente in Croazia da circa due anni con la sua famiglia. La malattia è stata identificata dopo che la persona si è presentata ai servizi sanitari di Spalato con sintomi compatibili. Il paziente ha iniziato tempestivamente terapia antibiotica specifica. Le autorità sanitarie hanno anche identificato i contatti stretti, che sono stati monitorati o trattati preventivamente, anche se non risultano contagiati.
Malattie rare e mobilità globale
Sul piano strettamente epidemiologico, l’ECDC valuta il rischio di ulteriore diffusione come molto basso se si fa correttamente contact tracing. Per questo si ricorre alla definizione operativa (WHO) di “contatto” per le indagini: una persona che è stata in stretta prossimità con un paziente non trattato per un tempo “prolungato”, spesso indicato come 20 ore a settimana per almeno tre mesi in un anno (familiari, vicini, compagni di classe, colleghi nello stesso ufficio, ecc.). In base a questo criterio, l’ECDC conclude che probabilità e impatto a livello di popolazione sono “very low”.
In letteratura e nella sanità pubblica europea, la lebbra è descritta come non comune: i casi diagnosticati sono quasi tutti importati da aree endemiche (con rare eccezioni). Un’analisi specifica sull’Europa sottolinea che, con l’elevata mobilità internazionale, la lebbra può essere diagnosticata in molti Paesi europei, ma raramente in persone che non hanno mai viaggiato o vissuto in aree più endemiche; inoltre, la presenza di casi in bambini “locali” è un indicatore di trasmissione recente e viene segnalato come fenomeno che sembra essersi interrotto in Europa, pur con le cautele del caso.
Se in Europa la lebbra è rara, nel mondo non lo è. I dati del portale WHO – Global Health Observatory indicano che nel 2024 (dati riportati da 188 Paesi/aree/territori) si contano 172.717 nuovi casi, di cui 69.394 (40,2%) donne, 9.397 (5,4%) bambini, e 9.157 nuovi casi con disabilità di grado 2 (289 dei quali in bambini). Per il 2023, diverse sintesi (che richiamano l’aggiornamento WHO del Weekly Epidemiological Record) indicano 182.815 nuovi casi a livello globale, con un incremento rispetto al 2022. Questi numeri servono a capire la dinamica geopolitica: la lebbra è una malattia che persiste dove i sistemi sanitari hanno più difficoltà (diagnosi tardive, accesso discontinuo alla terapia, stigma che allontana dai servizi). E quando persistono i “serbatoi” globali, i casi importati nei Paesi a bassa endemia restano possibili.
I casi di lebbra registrati in Romania e Croazia mostrano che, anche in assenza di un rischio epidemiologico significativo, i sistemi sanitari europei sono chiamati a confrontarsi con una sfida strutturale: non perdere competenze su malattie rare o storicamente assenti. In un contesto di mobilità globale, la capacità di riconoscere tempestivamente patologie poco familiari ai clinici—evitando ritardi diagnostici che aumentano danni individuali e allarme sociale—diventa parte integrante della sicurezza sanitaria. Allo stesso tempo, questi episodi confermano l’importanza di protocolli di sorveglianza già pronti per eventi isolati, capaci di attivare rapidamente indagini epidemiologiche, gestione dei contatti e comunicazione pubblica proporzionata al rischio. Non si tratta di prepararsi a una nuova emergenza, ma di consolidare una sanità pubblica che funzioni anche nei margini: dove i numeri sono piccoli, ma le conseguenze politiche e simboliche possono essere grandi.