Il 2025 rappresenta per l’Iraq uno dei momenti più critici per le riserve idriche dell’ultimo secolo. Secondo il Ministero delle Risorse Idriche iracheno, le riserve complessive sono precipitate a circa 10 miliardi di metri cubi, contro i circa 18 miliardi attesi, segnando il livello più basso in 80 anni. Questo deficit drammatico è il risultato di precipitazioni scarse, scioglimenti nevosi ridotti e tagli stringenti al flusso dai fiumi Tigri ed Eufrate a monte.

Nella regione meridionale del Paese, le stazioni idriche hanno registrato portate ridotte anche del 27% rispetto all’anno precedente, complici restrizioni upstream e persistenti condizioni di siccità. In questo quadro, l’intrusione salina dallo Shatt al-‘Arab si è intensificata, portando concentrazioni di solidi disciolti totali fino a 40.000 unità nelle acque del fiume, valori incompatibili con uso agricolo o consumo diretto senza processi complessi di trattamento.
In Siria, il rapporto tra accordi e realtà è sempre più disallineato. Ankara, controllando oltre il 90% del flusso dell’Eufrate e una quota rilevante del Tigri, è accusata da Damasco di violare l’accordo del 1987 che prevede un rilascio minimo di 500 m³/s all’Eufrate al confine siriano. Nei fatti, in molte stagioni le portate sono cadute ben al di sotto di quella soglia, aggravando la siccità e la disponibilità idrica nella Siria orientale. Sul versante delle dighe, il progetto GAP continua ad espandersi. Il completamento del bacino Ilısu è ormai operativo, con una capacità di invaso stimata attorno a 10,4 miliardi di m³ e una potenza idroelettrica di circa 1.200 MW. La futura diga di Cizre – già in costruzione – aggiungerà ulteriori capacità di stoccaggio e irrigazione (circa 121.000 ettari previsti) che potrebbero erodere ancora di più le portate residue destinate all’Iraq.

In sintesi, la scarsità idrica è amplificata da una struttura infrastrutturale assertiva a monte e da un clima sempre più severo. Le conseguenze per Siria e Iraq non sono solo contestazioni geopolitiche: diventano emergenze sanitarie e sociali.
Nei territori sotto controllo del SDF nella Siria nordorientale, la gestione del Tishrin Dam è diventata un epicentro simbolico del conflitto idrico-politico. Tra dicembre 2024 e l’inizio del 2025, i bombardamenti turchi hanno reso l’impianto inoperabile, privando circa 413.000 persone nelle zone di Manbij e Kobani di acqua potabile ed energia elettrica. A gennaio 2025 una serie di proteste civili contro le operazioni turche sul Tishrin Dam ha provocato 25 vittime e oltre 200 feriti, inclusi operatori sanitari e paramedici, con la distruzione di ambulanze. Questi attacchi mirati a infrastrutture idriche e ospedaliere hanno aggravato lo stress sanitario in aree già fragili.
Bassora è ormai un caso paradigmatico della “crisi idrica sanitaria”. Nel 2025, l’intrusione salina è così avanzata che le specie acquatiche d’acqua dolce si riducono drasticamente: stime locali parlano della perdita di 26–30 specie ittiche nella regione. L’area ha già perso oltre 2.000 apiari, e la produzione di miele è precipitata da valori storici di 30 tonnellate annue a circa 6 tonnellate nel 2025. Nel 2018 almeno 118.000 persone furono ricoverate a Bassora per sintomi gastrointestinali dovuti a acque contaminate. Quel modello si ripete oggi su scala più ampia. Nel 2025 le stazioni di desalinizzazione come quella di Abul Khaseeb operano con capacità limitata: producono 72.000 m³/giorno di acqua trattata, coprendo solo la metà della domanda locale.

La scarsità idrica impatta direttamente la salute: l’uso forzato di acqua non adeguatamente trattata aumenta il rischio di diarree, epatiti, parassitosi e altre malattie idrotrasmesse. A ciò si aggiunge l’aumento del particolato (PM₂,₅) dovuto alla desertificazione: in estate, nel centro-sud dell’Iraq, i valori hanno raggiunto i 190 µg/m³, aggravando le patologie respiratorie.
Il colpo all’agricoltura è violento. Nel Sud iracheno l’irrigazione è stata ridotta, costringendo molte aziende ad abbandonare i seminativi. In Dhi Qar migliaia di famiglie sono state sfollate dalla contrazione delle paludi mesopotamiche. Gli allevamenti di bufali hanno registrato perdite drastiche: alcuni allevatori sono passati da 120 capi a 50, a causa della scarsità di pascoli e acqua. In Siria, la crisi agricola si intreccia con la crisi umanitaria: nel 2025 oltre 14,5 milioni di persone risultano insicure dal punto di vista alimentare, 9,1 milioni in crisi acuta e 5,4 milioni a rischio di fame severa. Le rese cerealicole si sono ridotte del 40% rispetto all’anno precedente.
L’acqua, quando scarseggia, diventa un vettore di rischio. Il calo di portata riduce la capacità diluitiva dei fiumi, permettendo concentrazione microbica e chimica. Le reti idriche in Siria e Iraq, spesso obsolete e con perdite diffuse, non riescono a garantire clorazione efficace; questo rende più probabili i focolai di colera e altre infezioni. Nel 2022 la Siria ha vissuto la riemersione del colera, che si è ripresentato in cluster anche nel 2023 e 2024, legati alla contaminazione dell’Eufrate. In Iraq nel 2024 si sono registrati oltre 1.200 casi confermati, con diversi decessi. La scarsità d’acqua spinge le comunità a ricorrere a pozzi superficiali e a fonti contaminate, aumentando la probabilità di trasmissione oro-fecale. Bambini e anziani sono i più vulnerabili, con ricoveri per disidratazione e diarrea acuta. L’igiene personale viene compromessa, con effetti anche su malattie cutanee e infettive.
La relazione asimmetrica fra Turchia (a monte) e Siria/Iraq (a valle) è ormai incontrovertibile. Nel 2025, Baghdad ha accusato Ankara di aver promesso flussi di 400 m³/s per i mesi estivi, ma di averne ricevuti solo circa 120 m³/s. Il sistema degli accordi bilaterali degli anni Ottanta non è sufficiente: mancano clausole di trasparenza e salvaguardie sanitarie. Le dighe turche sono presentate come strumenti di regolazione e prevenzione, ma per le comunità a valle ogni metro cubo trattenuto può significare carestia e malattie. Le vie possibili includono accordi vincolanti su flussi minimi destinati alla potabilizzazione, trasparenza sui dati in tempo reale, corridoi idrici umanitari in periodi critici, investimenti in reti resilienti e sorveglianza epidemiologica integrata.

Integrare i dati aggiornati al 2025 rafforza la tesi: non siamo di fronte a una semplice crisi idrica, ma a una crisi sanitaria strutturale che oscilla tra scarsità, conflitto e vulnerabilità. In Siria, gli attacchi alle infrastrutture idriche e le proteste attorno al Tishrin Dam mostrano come l’acqua sia diventata arma e obiettivo. In Iraq, la caduta delle riserve a livelli record, la salinizzazione crescente, la perdita di biodiversità e le epidemie idrotrasmesse illustrano il costo umano di un disegno idrico concentrato a monte.
Il 2025 non è un anno isolato: è l’anticipazione di futuri scenari in cui il clima peggiora e l’uso unilaterale delle acque diventa insostenibile per chi vive a valle. Se la salute non diventa un asse vincolante nei patti diplomatici e idrici della regione, la “geopolitica dell’acqua” continuerà a tradursi in una crisi silenziosa che riempie gli ospedali, desertifica i campi e costringe le famiglie a migrare.

