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Sudan, nella mattanza senza senso l’unica speranza arriva dai medici

Medici in prima linea in Sudan, nel Paese dove la guerra ha travolto anche loro e non ha risparmiato nemmeno gli ospedali.

Nel Darfur è stato perso ogni briciolo di umanità e ogni senso di pietà. E, più in generale, la guerra civile nel Sudan appare sempre più una mattanza che un conflitto. Pur se spietata e ingiusta, la guerra in teoria avrebbe anche le sue regole. Regole che nel Paese africano sono state calpestate e gettate via nel vortice di una violenza senza senso. Sono stati colpiti anche gli strati più vulnerabili della popolazione, quelli che con ogni diatriba sorta tra le parti non hanno alcun legame. Donne, bambini, anziani, malati, nessuno è stato risparmiato, specialmente dopo la conquista, da parte delle milizie Rsf, della città di El Fasher. Le armi sono state puntate anche contro coloro che, generalmente, in ogni guerra rappresentano la parte più neutra: i medici. Gente in divisa non si è fermata nemmeno contro gente dotata solo di camice. La sorte e il coraggio di molti medici sudanesi rappresentano oggi un monito, ma anche una speranza per lo stesso Sudan e per l’intera Africa.

Strutture sanitarie nel mirino

L’episodio simbolo di quanto patito ancora oggi dai medici sudanesi, è rappresentato dalla strage attuata all’interno dell’ospedale pediatrico di El Fasher. A ottobre, pochi giorni dopo l’ingresso delle Rsf in città, i miliziani hanno puntato dritto verso il nosocomio costruito a suo tempo con fondi sauditi e dedicato anche alle madri che vengono qui a partorire. Chi è entrato qui con armi spianate, non ha risparmiato nessuno: pazienti, bambini, parenti, nessuno è più uscito dalla struttura. In totale, secondo le organizzazioni umanitarie che sono riuscite a raccogliere testimonianze da chi è riuscito a scappare dal Darfur, i morti sarebbero stati 460. Tra questi ovviamente anche medici e infermieri.

La circostanza è resa più tragica dal fatto che i miliziani hanno individuato l’ospedale come obiettivo: non si è trattato di una strage “casuale”, ma di una mattanza preordinata. E non è purtroppo il solo caso accertato. Anzi, a fornire una prima stima di quanto sta accadendo in Sudan è stato il segretario dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus: “Dall’inizio del conflitto nel 2023 – si legge in una sua nota – sono stati attaccati 185 presidi sanitari e 1.204 operatori, tra medici e paramedici, sono stati uccisi”. Numeri tragici ma che si fermano alla prima metà del 2025: queste cifre cioè non tengono conto di quanto accaduto ad El Fasher e in tutto il Darfur nelle ultime settimane.

Le immagini satellitari che mostrano gli orrori in corso nel Darfur

Un segnale di speranza

Eppure, anche nel marasma di una guerra senza regole e senza umanità, i medici sudanesi continuano a operare. Nel Darfur, nelle zone assediate dalle Rsf, nessuno è scappato. Chi ha lasciato le città, lo ha fatto seguendo le carovane di sfollati per iniziare a lavorare nei campi profughi improvvisati nel deserto. Questo vale anche per tutte quelle regioni del Sudan sotto il controllo del governo: anche qui si combatte e spesso droni e missili rivali prendono di mira, ancora una volta, ospedali e presidi sanitari.

In tutto il Sudan sono migliaia i medici ancora attivi. Grazie a loro si sta reggendo un sistema sanitario, quello sudanese, ridotto al minimo tra territori occupati, strutture distrutte e medici uccisi. Segno di come anche nel buio si intravede una piccola luce: nel Sudan martoriato e lasciato senza speranza, i camici bianchi stanno dimostrando che si può invece ancora lavorare per il futuro. É cioè possibile dimostrare che esistono persone attive per aiutare il prossimo e per agevolare, un giorno si spera non troppo lontano, la ricostruzione.

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