Per oltre due decenni, lo Yemen ha visto un lento ma tangibile miglioramento delle condizioni di salute pubblica. L’aspettativa di vita alla nascita è salita da 59 anni nel 1990 a poco più di 65 nel 2021, mentre il tasso di mortalità complessivo ha mostrato un declino progressivo. Un fragile progresso che lasciava intravedere la possibilità di un percorso di sviluppo, pur dentro i limiti di un sistema sanitario sottodimensionato e scarsamente finanziato rispetto agli altri paesi mediorientali.
Dal 2015 in poi, però, la guerra ha rovesciato quel fragile equilibrio. La mortalità legata ai conflitti è esplosa, passando da 1,9 a 50 decessi per 100mila abitanti negli anni più intensi della guerra civile. Questo incremento non rappresenta solo un dato statistico, ma la chiara manifestazione di un collasso: ospedali bombardati, medici senza stipendio, milioni di persone senza accesso all’acqua potabile. Le prove indicano che l’assenza di salute in Yemen non è solo un effetto collaterale della violenza, ma un esito diretto di una strategia che ha preso di mira il sistema sanitario e i bisogni primari della popolazione.
La fragilità del sistema sanitario
Le infrastrutture mediche yemenite erano già deboli, con appena 0,3 medici ogni mille abitanti alla vigilia del conflitto. Oggi metà delle strutture è fuori servizio e circa 274 ospedali risultano distrutti o gravemente danneggiati. Attacchi aerei hanno colpito direttamente cliniche e pronto soccorso, costringendo organizzazioni come Medici Senza Frontiere a ritirarsi da intere aree del Paese.
A questa distruzione fisica si somma un collasso amministrativo: migliaia di operatori sanitari non ricevono stipendio da mesi, mentre la mancanza di farmaci e attrezzature rende impossibile affrontare anche le emergenze più comuni. Le malattie croniche, come diabete e ipertensione, che altrove sono gestibili, nello Yemen diventano condanne. La combinazione di infrastrutture distrutte, personale assente e blocchi logistici crea un circolo vizioso: meno servizi disponibili significa più malattie non curate e quindi maggiore pressione sul sistema già fragile.
L’acqua e cibo come arma di guerra
Oltre 16 milioni di persone non hanno più accesso all’acqua sicura. Il bombardamento delle reti idriche e fognarie, unito al blocco delle importazioni di carburante, ha reso il funzionamento delle stazioni di pompaggio proibitivo. In alcune zone, il prezzo dell’acqua potabile è semplicemente fuori dalla portata della popolazione. La conseguenza è intuibile: epidemie di colera tra le peggiori mai registrate, con oltre 200mila casi sospetti in soli due mesi del 2017. La mancanza di accesso a ospedali e antibiotici ha trasformato il colera in una piaga letale.
La guerra ha inoltre affamato lo Yemen. Oggi 7 milioni di persone soffrono di malnutrizione, tra cui 2,5 milioni di bambini sotto i cinque anni. Le donne incinte e in allattamento in stato di malnutrizione acuta superano il milione. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute (Oms), il 44% dei bambini sotto i cinque anni soffre di ritardo della crescita, mentre un rapporto ONU del 2024 segnala oltre 600 mila casi di malnutrizione acuta, di cui 120mila gravi. La malnutrizione aumenta la vulnerabilità alle malattie: bambini deprivati di nutrienti essenziali hanno molte più probabilità di morire per infezioni che altrove sarebbero facilmente trattabili.
Questi fattori spiegano anche la ricomparsa di patologie una volta sotto controllo: morbillo, difterite, malaria hanno ripreso a diffondersi rapidamente, alimentati dalla riduzione delle coperture vaccinali e dalle condizioni igieniche drammatiche nei campi per sfollati.
In questo quadro, la guerra non si limita a generare vittime dirette. Trasforma ogni malattia in un’emergenza, dove le infezioni respiratorie diventano letali senza antibiotici, l’ipertensione conduce a ictus senza farmaci di base, i traumi restano senza chirurghi. È quella che gli epidemiologi chiamano “effetto cascata”, laddove una concatenazione di fallimenti sistemici che, sommati, producono un tasso di mortalità insostenibile.
Il peso delle malattie cardiovascolari
Secondo un ampio studio epidemiologico pubblicato su Population Health Metrics (2025), nel 2021 quasi la metà delle morti in Yemen — il 49,5% — era attribuibile a malattie non trasmissibili, con la cardiopatia ischemica e l’ictus tra le prime tre cause di decesso. Una statistica che potrebbe sorprendere se letta fuori dal contesto.
In un Paese devastato dalla guerra, ci si aspetterebbero come cause prevalenti i traumi da conflitto o le infezioni. In realtà, il collasso del sistema sanitario ha reso letali proprio quelle patologie croniche che altrove si controllano con terapie di base, dal monitoraggio della pressione agli antiipertensivi. Il dato non racconta quindi un “paradosso” ma una verità fattuale: nello Yemen, l’assenza di farmaci e di personale sanitario uccide silenziosamente più delle armi.
Una risposta umanitaria sotto attacco
Se lo Yemen non è già sprofondato in un collasso totale, il merito va agli attori umanitari. UNICEF, Oxfam, Azione contro la Fame e molte altre ONG continuano a garantire campagne di vaccinazione, distribuzione di cibo e acqua, centri nutrizionali per bambini gravemente malnutriti.
Ma i loro sforzi sono ostacolati su più fronti: i blocchi alle importazioni che paralizzano l’arrivo di medicine e carburante, gli attacchi diretti a ospedali e convogli, i cronici sotto-finanziamenti. Nel 2025 l’appello delle Nazioni Unite per lo Yemen era coperto solo al 25%, un dato che da solo spiega perché milioni di persone rimangano senza assistenza.
Il caso yemenita mostra come la guerra non sia solo una causa di morte immediata, ma un fattore che disintegra le basi della salute pubblica. Il costo della crisi non si misura solo nei decessi odierni, ma nel futuro rubato a un’intera popolazione: bambini malnutriti, giovani privati dell’istruzione, adulti segnati da malattie croniche senza cure.
La comunità internazionale avrebbe strumenti concreti per ridurre questa catastrofe, come garantire l’accesso sicuro e costante alle forniture mediche e alimentari, proteggere ospedali e personale sanitario dai bombardamenti, finanziare adeguatamente programmi di vaccinazione e nutrizione, sostenere progetti idrici per ripristinare l’accesso all’acqua potabile. Anche in assenza di una pace immediata, interventi mirati potrebbero salvare vite e limitare il collasso generazionale.
Lo Yemen non è solo una tragedia nazionale, ma un monito universale. La sanità non è mai un settore isolato, ma il fulcro di un tessuto sociale che, una volta lacerato, richiede generazioni per essere ricucito.
