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Sangue artificiale e sovranità trasfusionale: quando l’emergenza diventa dottrina di sicurezza

Il sangue è un bene “sociale”; quello artificiale, per come nasce, è un bene industriale. Questo sposta l’asse della sicurezza sanitaria.

Nella geopolitica della salute, alcune risorse restano invisibili finché non mancano. Il sangue è una di queste: essenziale, deperibile, logisticamente complesso. Proprio per questo, la ricerca sul “sangue artificiale” — un insieme di tecnologie che mirano a sostituire o integrare le trasfusioni da donatore — sta smettendo di essere soltanto una promessa biomedica e sta assumendo i tratti di una infrastruttura strategica. In gioco non c’è solo l’innovazione clinica, ma la sovranità trasfusionale: la capacità di uno Stato di garantire scorte salvavita senza dipendere da flussi di donazione e catene di approvvigionamento vulnerabili.

I numeri globali che spiegano la posta in palio

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno vengono raccolte circa 118,5 milioni di donazioni di sangue nel mondo, ma con una distribuzione fortemente asimmetrica: il 40% delle donazioni avviene nei Paesi ad alto reddito che ospitano il 16% della popolazione globale.

Il divario non è solo quantitativo, è sistemico: l’OMS indica una mediana di 31,5 donazioni per 1.000 abitanti nei Paesi ad alto reddito contro 5,0 per 1.000 nei Paesi a basso reddito. Questa forbice è il punto di partenza della questione geopolitica: dove la donazione è scarsa e la logistica è fragile, la “sicurezza trasfusionale” somiglia più a un miraggio che a un servizio pubblico.

A rendere il quadro ancora più vulnerabile è la natura deperibile dei prodotti ematici:

  • i globuli rossi hanno una shelf life fino a 42 giorni in refrigerazione
  • le piastrine, cruciali per il controllo delle emorragie, sono tipicamente conservate fino a 5 giorni (a temperatura controllata e con agitazione) In pratica: anche quando c’è disponibilità clinica, la finestra temporale è stretta; e in guerra o in una crisi infrastrutturale, la logistica “mangia” scorte.

Nelle emergenze, l’ideale è poter trasfondere senza perdere tempo. Ma il sangue “universale” per i globuli rossi (0 negativo) è raro: solo il 7% della popolazione è O negativo. Questo dato, che sembra una curiosità, in realtà è una variabile strategica: più un sistema sanitario (o militare) è dipendente dalle scorte 0 negativo per il trauma, più diventa esposto a shock di domanda improvvisa. Da qui l’interesse per prodotti “universali” o “quasi universali”: sostituti che possano essere somministrati rapidamente, senza compatibilità di gruppo, soprattutto nel trauma e nelle maxi-emergenze.

Globuli rossi coltivati in laboratorio

Nel novembre 2022 il Regno Unito ha annunciato la prima sperimentazione clinica al mondo in cui globuli rossi “coltivati” in laboratorio sono stati trasfusi in volontari, all’interno del trial RESTORE guidato da NHS Blood and Transplant. La sperimentazione usa una “mini-trasfusione” (circa 10 ml) per confrontare la permanenza in circolo delle cellule coltivate rispetto a quelle standard da donatore.

Qui la geopolitica passa dalla filantropia alla capacità industriale: se produrre eritrociti diventa un processo scalabile, entra nel perimetro delle politiche industriali e della sicurezza delle supply chain, come accaduto con vaccini e principi attivi.

Sostituti sintetici/biomimetici

L’altra strada mira a sostituire funzioni (soprattutto trasporto di ossigeno e supporto alla rianimazione) senza replicare per forza un globulo rosso “vero”. È la linea più appetibile per militari e protezione civile, perché punta a un oggetto con caratteristiche logistiche superiori: lunga conservazione, trasporto semplificato, impiego rapido.

Un dato che segna il salto di scala politico: nel luglio 2024 Science ha documentato come sia stato messo in campo un investimento/finanziamento dell’ordine di 46 milioni di dollari per sviluppare un sostituto del sangue “fieldable (utilizzabile sul campo), esplicitamente orientato al trauma e ai contesti operativi. Quando un’agenzia di ricerca per la difesa finanzia una tecnologia medica, il messaggio è chiaro: il sangue entra stabilmente nel dominio della prontezza operativa.

La prova che “non è fantascienza”

Un caso che mostra sia il potenziale sia i limiti della tecnologia è Hemopure (HBOC-201), un trasportatore di ossigeno a base di emoglobina. Non è approvato dalla FDA negli Stati Uniti, ma risulta approvato in Sudafrica (dal 2001) e in Russia (dal 2010) per indicazioni legate ad anemia acuta. Questo crea un punto geopolitico delicato: l’accesso a certe tecnologie può dipendere da geografie regolatorie e da canali come l’uso compassionevole, e non da una disponibilità uniforme.

Nel 2026, BMJ Open ha invece pubblicato il protocollo di uno studio in Giappone su NMU-HbV, che valuta sicurezza e farmacocinetica fino a dosi importanti (fino a 400 mL). Qui la posta in gioco è doppia: da un lato validazione clinica, dall’altro la costruzione di un vantaggio competitivo nazionale su una tecnologia potenzialmente “dual use” (civile e militare).

Perché tutto questo è geopolitica

Le forze armate, oggi, stanno già adattando dottrine di trasfusione a scenari in cui l’evacuazione rapida e la superiorità aerea non sono garantite: il ritorno di pratiche come le “walking blood banks” (donazione sul posto da personale pre-screenato) è stato raccontato anche in chiave di preparazione a guerre ad alta intensità. Questo contesto spiega perché prodotti più stabili e universali siano così ricercati: riducono dipendenza da mezzi, tempi e catene del freddo.

Anche senza parlare di “sangue artificiale”, l’Europa offre un esempio concreto di vulnerabilità: un’analisi sulla raccolta di plasma e la domanda di immunoglobuline evidenzia uno squilibrio strutturale tra consumo e autosufficienza, con dipendenze significative da raccolte extra-europee e una pressione crescente della domanda. Il parallelo è immediato: se domani il “sangue artificiale” diventasse un bene industriale scalabile, chi ne controlla produzione e supply chain potrebbe esercitare un potere simile a quello visto per farmaci critici e vaccini.

Il sangue da donazione è un bene “sociale”; il sangue artificiale, per come nasce oggi, tende a essere un bene industriale (brevetti, impianti, know-how, requisiti). Questo sposta l’asse della sicurezza sanitaria: non basta avere cittadini donatori, serve una politica industriale e di ricerca, e spesso partnership internazionali selettive. La promessa più dirompente dei sostituti del sangue non è sostituire l’intero sistema trasfusionale (almeno nel breve), ma coprire i buchi dove il sistema fallisce.

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