La difterite è una delle malattie che la medicina moderna ci ha insegnato a dimenticare. È una frase paradossale, ma descrive uno dei più grandi successi di una prevenzione efficace. Per generazioni, la vaccinazione ha ridotto a livelli minimi una malattia che può provocare soffocamento, miocardite, danni neurologici e anche morte. Il risultato è stato talmente efficace che per molti cittadini la difterite è diventata un concetto astratto, non un pericolo concreto, ma un ricordo. A Palermo, una bambina di quattro anni è morta dopo aver contratto la difterite, non era vaccinata. Anche un cuginetto della stessa età è risultato positivo ed è stato ricoverato, ma il suo quadro clinico è migliorato; secondo le informazioni diffuse dall’ospedale, aveva ricevuto le prime dosi del ciclo vaccinale.
La vicenda è ora al centro di accertamenti sanitari e giudiziari. Ma prima ancora di essere un caso giudiziario, è un caso di sanità pubblica. Perché racconta qualcosa che va oltre Palermo, racconta ciò che accade quando la percezione del rischio di una malattia scende più rapidamente della necessità di continuare a prevenirla. Quando una malattia è molto diffusa, il rischio è visibile, quando interi reparti ospedalieri sono pieni di bambini con complicanze infettive, il rapporto tra malattia e prevenzione è immediato. Quando invece la vaccinazione funziona per decenni, la malattia scompare dall’esperienza quotidiana.
Il calcolo psicologico può rovesciarsi: il rischio della vaccinazione, per quanto piccolo, diventa concreto e immediatamente percepibile; quello della malattia diventa teorico. È uno dei meccanismi alla base della vaccine hesitancy, l’esitazione vaccinale. Non significa che chi esita sia necessariamente un “no-vax”, tra il rifiuto ideologico di ogni vaccinazione e l’adesione completa esiste un’ampia area di persone che rimandano, interrompono, non completano i cicli, si affidano a informazioni non verificate o semplicemente non percepiscono più l’urgenza della prevenzione, ed è proprio questa zona grigia a interessare la sanità pubblica.
Cosa è successo a Palermo
La difterite non era scomparsa: il primo errore sarebbe quindi raccontare la vicenda come se un agente patogeno dimenticato fosse improvvisamente riapparso. Nel 2024 l’ECDC ha registrato 151 casi nell’UE/SEE, 83 dei quali dovuti a Corynebacterium diphtheriae tossinogenico. Tra i casi con stato vaccinale noto, il 62% riguardava persone non vaccinate oppure con un numero di dosi inferiore a quanto riportato nelle indicazioni, ancora prima, nel 2022, l’Europa aveva registrato un aumento significativo dei casi, soprattutto in alcune popolazioni vulnerabili. L’ECDC ha successivamente documentato la persistenza di un ceppo, ST574, in diversi Paesi europei anche dopo la fase acuta dell’epidemia. Tra il 2023 e il 2025 sono stati notificati 82 casi attribuiti a quel ceppo.
Il quadro è dunque molto diverso dalla narrazione “la difterite è tornata dal nulla”. La malattia è rimasta presente, ciò che la vaccinazione ha ridotto è la probabilità che possa trovare una popolazione sufficientemente suscettibile per produrre una trasmissione sostenuta e soprattutto una quota significativa di malattia grave.
Il batterio non è il problema principale: lo è la tossina. La precisione scientifica è importante anche per capire perché il vaccino funziona.Il vaccino antidifterico è un vaccino a “tossoide” non introduce nell’organismo la tossina attiva, ma una forma inattivata che consente al sistema immunitario di sviluppare anticorpi protettivi.
La difterite grave è determinata dall’azione della tossina, che può danneggiare il cuore e il sistema nervoso oltre a provocare le caratteristiche lesioni delle vie respiratorie. L’OMS sottolinea che le forme severe e i decessi sono principalmente conseguenza degli effetti della tossina. È anche per questo che il caso del cuginetto vaccinato è interessante, pur senza poter essere trasformato in una prova scientifica basata su due soli individui. Il bambino ha contratto l’infezione, ma il quadro clinico riferito è stato molto più lieve. Il punto non è dunque sostenere che “chi è vaccinato non si infetta”, il punto è capire che la vaccinazione cambia radicalmente la probabilità di sviluppare una malattia grave e le sue conseguenze.
Il problema della fiducia
Il caso siciliano assume un significato ulteriore perché arriva in una regione dove le coperture vaccinali sono problematiche. La stampa ha riportato, sulla base delle informazioni dell’ASP, circa 800 minori non immunizzati nell’area palermitana interessata dalle verifiche. Le autorità hanno inoltre avviato controlli nelle scuole per ricostruire la situazione vaccinale e individuare eventuali ulteriori soggetti vulnerabili, ma anche qui sarebbe sbagliato fermarsi alla categoria “no-vax”. La questione di fondo è la capacità di un sistema sanitario di sapere chi non è vaccinato, capire perché non lo è, raggiungerlo e recuperare le vaccinazioni mancanti. Anagrafe vaccinale, pediatri, servizi territoriali, scuola, comunicazione sanitaria e attività di recupero non sono compartimenti separati. Sono parti dello stesso sistema di prevenzione, ed il caso Palermo rende visibile anche questo.
L’Italia dispone di un sistema di obblighi vaccinali per l’infanzia, ma l’esistenza di un obbligo non coincide automaticamente con l’immunizzazione della popolazione. La prevenzione richiede qualcosa di più della norma, richiede che il sistema sappia intercettare chi rimane fuori, e soprattutto richiede che una famiglia consideri la vaccinazione una scelta ragionevole, non un’imposizione da aggirare. È qui che la questione diventa politica nel senso più ampio del termine, non perché i vaccini debbano diventare terreno di appartenenza partitica, ma perché la fiducia nelle istituzioni sanitarie è una componente della salute pubblica.
Dopo la pandemia, la discussione sui vaccini è diventata più polarizzata, la fiducia nella medicina, nelle istituzioni e negli esperti è stata sottoposta a una pressione senza precedenti. Parallelamente, i social network hanno reso molto più facile la circolazione di informazioni false, aneddoti presentati come prove e correlazioni trasformate artificialmente in rapporti di causa-effetto. L’esempio più evidente è il falso legame tra vaccinazioni e autismo, una relazione che non è supportata dalle evidenze scientifiche, ma limitarsi a definire “ignoranti” le persone che credono a queste informazioni sarebbe un errore anche dal punto di vista della comunicazione scientifica.
La fiducia non si ordina, si costruisce. Si costruisce smontando l’incertezza, distinguendo tra eventi possibili ed eventi probabili, mostrando il rapporto tra rischio e beneficio e soprattutto evitando di chiedere ai cittadini una fiducia cieca.La difterite rappresenta un caso quasi perfetto di quello che potremmo chiamare paradosso della memoria epidemiologica.
L’importanza della prevenzione
Abbiamo dimenticato la malattia proprio perché la prevenzione ha funzionato, le generazioni più giovani non hanno visto bambini morire per una malattia che oggi consideriamo remota. Non hanno visto le complicanze cardiache della difterite e non hanno conosciuto la paura associata alle infezioni respiratorie che potevano diventare rapidamente letali. Questa distanza storica modifica la percezione del rischio.
L’OMS segnala che nel 2025 l’85% dei bambini nel mondo ha ricevuto le tre dosi di vaccino contro difterite, tetano e pertosse, questo è un dato enorme, ma significa anche che quasi 20 milioni di bambini non hanno completato quella protezione. L’OMS continua, infatti, a indicare la necessità di mantenere elevate coperture vaccinali e di contrastare esitazione e disuguaglianze nell’accesso. La lezione è semplice, ma tutt’altro che banale, quando una malattia diventa rara, il rischio non necessariamente scompare, può semplicemente diventare molto meno invisibile ed evidente. Non serve avere paura della difterite, serve ricordare perché non la vediamo. La risposta al caso di Palermo non dovrebbe essere una nuova ondata di paura, la paura è una pessima strategia di comunicazione sanitaria, la risposta dovrebbe essere una maggiore consapevolezza.
La difterite è una malattia prevenibile. Il vaccino è uno degli strumenti che ha reso possibile il crollo della sua incidenza, ma la protezione non è un’eredità permanente, richiede cicli vaccinali corretti e richiami nel tempo. Il caso di Palermo ci ricorda quindi qualcosa che riguarda molto più dei vaccini. Ci ricorda che il successo della prevenzione contiene una contraddizione: “più funziona, meno si vede”.
È proprio quando smettiamo di vedere la malattia, può diventare più facile dimenticare perché avevamo scelto di prevenirla. La difterite non è tornata perché la medicina ha smesso di funzionare; si è banalmente mostrata di nuovo perché, in assenza di un’adeguata prevenzione, e dato che le malattie sanno aspettare, ha potuto riempire un nuovo spazio. La salute di una popolazione dipende, nel tempo, generazione dopo generazione, dalla decisione di proteggerla da situazioni come questa, da malattie come la difterite.
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