Gli anestetici non sono semplici farmaci ospedalieri. Sono infrastrutture chimiche di potere. Non curano nel senso classico del termine, non eliminano una malattia né prevengono un’infezione, ma rendono possibile quasi tutta la medicina moderna. Senza anestesia non esistono la chirurgia contemporanea, la medicina d’emergenza, la terapia intensiva, il triage militare, la gestione dei feriti di guerra. Eppure, proprio perché lavorano nell’ombra, raramente entrano nel dibattito strategico sulla sicurezza sanitaria. È qui che nasce una vulnerabilità sistemica: ospedali ipertecnologici possono diventare fragili per la mancanza di poche molecole fondamentali.
Due famiglie di anestetici, due vulnerabilità diverse
La scala del fenomeno è enorme. Le stime pubblicate su The Lancet indicano che nel mondo si eseguono circa 313 milioni di interventi chirurgici ogni anno. Questa cifra non è solo un indicatore sanitario: è un dato geopolitico. Ogni intervento implica una catena continua e affidabile di anestetici, dispositivi, gas medicali, personale formato. Quando uno di questi elementi viene meno, la capacità di uno Stato di “fare medicina” si riduce drasticamente. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità include tra i farmaci essenziali anestetici come propofol, ketamina, isoflurano, sevoflurano, protossido d’azoto e diversi anestetici locali: senza di essi, parti fondamentali dei sistemi sanitari collassano.
Dal punto di vista della resilienza, gli anestetici non sono tutti uguali. Gli anestetici endovenosi – come propofol e ketamina – dipendono da una delle filiere industriali più fragili dell’intero settore farmaceutico: la produzione sterile iniettabile. Impianti complessi, costi elevati, controlli stringenti e margini ridotti rendono questo segmento estremamente vulnerabile a fermi produttivi e uscite dal mercato. Il propofol è diventato l’esempio più noto: negli Stati Uniti è stato ripetutamente segnalato in carenza dalla American Society of Health-System Pharmacists, che ha indicato tra le cause l’aumento improvviso della domanda, ritardi produttivi e la dismissione del prodotto da parte di un grande produttore nel 2023. Anche quando un’agenzia regolatoria dichiara una carenza “risolta”, come ha fatto la FDA in un documento ufficiale del 2023, l’esperienza mostra che le crisi di approvvigionamento tendono a ripresentarsi in ondate, seguendo dinamiche industriali più che cliniche.
Gli anestetici inalatori e i gas medicali presentano vulnerabilità diverse ma altrettanto critiche. Qui la supply chain assomiglia più a quella dell’energia che a quella di un farmaco tradizionale: produzione chimica, stoccaggio, logistica specializzata, manutenzione delle reti ospedaliere. A questo si è aggiunta, negli ultimi anni, una nuova dimensione geopolitica: il clima. Gli anestetici volatili fluorurati hanno un impatto ambientale misurabile, e questo ha portato governi e sistemi sanitari a intervenire direttamente sull’uso di alcune molecole. Nel Regno Unito, il NHS ha avviato la dismissione nazionale del desflurano a partire dal 1° aprile 2024. A livello OCSE, la Scozia è indicata come il primo sistema sanitario ad averlo eliminato nel 2023, seguita dall’Inghilterra nel 2024.
Queste scelte non sono neutre per la resilienza. Ridurre o eliminare un anestetico significa concentrare la domanda sugli altri. Secondo stime pubblicate su The Lancet Planetary Health, nel 2023 il sevoflurano rappresentava già oltre l’85% delle anestesie che utilizzavano alogenati. Una convergenza così marcata su pochi agenti aumenta il rischio sistemico: qualsiasi problema produttivo o regolatorio colpisce una quota maggiore di attività clinica. Inoltre, la regolazione ambientale può ridisegnare la geografia industriale. Studi recenti indicano che l’isoflurano ha un potenziale di riscaldamento globale (GWP100) significativamente più alto del sevoflurano; questo lo rende più esposto a restrizioni future, soprattutto nel contesto delle politiche europee sui gas fluorurati che entrano in una fase cruciale dal 2026.
Le crisi, i conflitti funzionano, gli stress test
Le crisi e i conflitti funzionano da stress test. In guerra, l’anestesia diventa una tecnologia di massa: amputazioni, chirurgia d’urgenza, stabilizzazione dei feriti. In tempo di pace, la terapia intensiva svolge una funzione analoga. Milioni di pazienti ventilati ogni anno richiedono sedazione continua. Durante la pandemia di Covid-19, la pressione improvvisa ha reso visibili fragilità che prima erano nascoste: la domanda di sedativi è aumentata più rapidamente della capacità produttiva, e la carenza di propofol e di altri sedativi è stata documentata in numerosi studi clinici e analisi accademiche.
A monte di tutto questo c’è il tema della dipendenza industriale. Non conta solo dove viene prodotto il farmaco finito, ma da dove arrivano gli ingredienti farmaceutici attivi e quanta capacità produttiva esiste per le forme più complesse. Un rapporto dell’industria farmaceutica europea ha stimato che circa il 23% del volume di API importati extra-UE proviene dalla Cina. Questo dato, pur provenendo da una fonte industriale, è coerente con il dibattito politico in corso nell’Unione Europea. Nel 2025, un’inchiesta di Reuters ha descritto l’avvio del Critical Medicines Act, che identifica circa 270 medicinali critici e mira a ridurre le dipendenze esterne e a correggere meccanismi di gara basati esclusivamente sul prezzo.
Qui emerge il nodo geopolitico centrale: i sistemi sanitari tendono a ottimizzare il costo immediato, mentre la resilienza richiede ridondanza, capacità produttiva locale, diversificazione geografica. Se l’anestesia è un’infrastruttura, il prezzo più basso non è necessariamente il costo reale: il costo sistemico di una sala operatoria ferma non entra nei capitolati di gara.
Il punto cieco della sicurezza sanitaria
A rendere il quadro ancora più delicato contribuisce la struttura del mercato. Sui volatili inalatori, varie analisi di mercato convergono su un punto qualitativo: il settore è oligopolistico, con pochi player ricorrenti. Ad esempio, una panoramica industriale per il mercato USA elenca ripetutamente aziende come Baxter, AbbVie, Piramal, Hikma, Halocarbon, Sandoz, Fresenius Kabi. Per i gas medicali, la concentrazione è ancora più “infrastrutturale”: pochi grandi fornitori dominano ampie regioni (es. Air Liquide, Linde, Messer in Europa) e i contratti spesso assomigliano a utilities.
Esiste infine una tensione spesso ignorata: la transizione ecologica dell’anestesia è necessaria, ma se non viene governata come politica di sicurezza sanitaria può ridurre la ridondanza. Documenti e statement professionali sottolineano che alcuni agenti, pur avendo un impatto climatico maggiore, svolgono una funzione di “backup” in caso di carenze. Eliminare senza pianificare la sostituibilità e le scorte significa scambiare un rischio ambientale con un rischio clinico immediato.
Prendere sul serio l’idea che gli anestetici siano infrastrutture di potere implica scelte concrete. Significa includerli stabilmente nelle liste di medicinali critici e nei piani di crisi, come fa il gruppo sulle carenze dell’Agenzia europea per i medicinali. Significa riformare il procurement introducendo criteri di continuità e diversificazione, non solo di prezzo. Significa investire in capacità produttiva per sterili iniettabili e pianificare la transizione climatica garantendo ridondanza e sostituibilità clinica.
Gli anestetici sono invisibili finché funzionano, come l’elettricità in una città. Ma quando mancano, rivelano la loro vera natura: non semplici farmaci, ma condizioni materiali della sovranità sanitaria. In questo senso, parlare di anestesia significa parlare di geopolitica della salute nel suo significato più concreto: la capacità di un sistema di continuare a operare, salvare e stabilizzare quando la normalità finisce.

