Taglio degli aiuti internazionali, mancanza di personale adeguato, pochi investimenti da parte dei governi locali: se da un lato, così come documentato in altre occasioni, la sanità africana sta attuando importanti passi in avanti, dall’altro è pur vero che sopravvivere all’attuale contingenza appare molto difficile. Molte fratture che percorrono la spina dorsale dei vari sistemi sanitari africani, vengono appianate e ricucite dal volontariato: è grazie all’opera di centinaia di professionisti che prestano il proprio servizio in Africa se, in posti dove mancano anche le strutture basilari, migliaia di persone possono avere garantite prestazioni essenziali per la propria salute. Ma potrà essere sempre così? In realtà, il continente oggi più che mai deve lavorare per far camminare la sanità con le proprie gambe.
L’assenza di medici
C’è un dato che, in prima battuta, deve fare riflettere: l’Oms stima come sufficiente, per garantire i fabbisogni minimi della popolazione, la presenza di 13 medici ogni mille abitanti. In Africa, la media complessiva è di 2.9 medici ogni mille abitanti. Si tratta di una cifra molto bassa ma che, paradossalmente, non riflette a pieno la drammaticità della situazione. Il dato infatti è complessivo e non tiene conto delle disparità tra le varie aree del continente. Ci sono Paesi dove si raggiunge una media discreta, pur essendo comunque al di sotto di quella considerata dall’Oms come sufficiente.
Ma ci sono anche zone dove, al contrario, la presenza di medici è stimata ben al di sotto di 2 ogni mille abitanti. E questo è possibile riscontrarlo soprattutto nell’Africa sub sahariana, così come nello specifico in Paesi contrassegnati da una costante instabilità. Si possono annoverare in questo gruppo la Somalia, così come la Repubblica Centrafricana. Più di recente, le offensive jihadiste in Mali e Burkina Faso hanno fatto precipitare una situazione già carente prima delle tensioni. Da non dimenticare, in questo contesto, la Repubblica Democratica del Congo: qui, nell’area occidentale, ci sono regioni i cui sistemi sanitari sono da tempo sotto pressione per la ciclica comparsa di epidemie quali, tra tutte, la temuta ebola.
L’apporto del volontariato
Ben si intuisce quindi quanto sia importante il contribuito dei volontari, vera e propria cerniera in grado di ricucire gli strappi di sistemi sanitari gravati da contesti politici instabili o da governi che non danno la necessaria attenzione alla sanità. Molti medici e infermieri rappresentano a volte l’unico presidio sanitario in aree dove, diversamente, intere comunità non avrebbero mezzi e strumenti per curarsi.
Oggi non esiste un dato esatto di quanti siano i volontari presenti in Africa, ma si può tracciare una stima partendo da un documento del 2005 prodotto dal National Institutes of Health degli Stati Uniti (Nih). In quello che (ad oggi) è l’unico “censimento” dei volontari presenti in Africa, si parla di almeno 5.000 tra medici (stimati in 1.500) e paramedici. Oggi potrebbero essere anche di più, considerando che il flusso di volontari non è mai diminuito nonostante l’impennata di guerre e tensioni in varie aree del continente. Anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, i volontari non si muovono da soli per via soprattutto degli alti costi da sostenere. Ci sono quindi associazioni religiose, Ong laiche e gruppi ricollegabili all’Onu e all’Oms che, oramai da tempo, risultano radicati sui vari territori in cui si opera.
I limiti in previsione futura
Ma anche il volontariato per l’Africa può avere dei risvolti negativi. O, per meglio dire, può rappresentare la presenza di vere e proprie storture all’interno dei vari sistemi sanitari. Il fatto stesso che in un territorio occorra l’apporto di volontari, vuol dire che la direzione intrapresa non è quella giusta. Un sistema non può infatti reggersi unicamente sull’opera di chi presta il proprio lavoro dall’estero. Al contrario, la sanità di una determinata regione può avere prospettive di lungo periodo solo con il lavoro di propri professionisti e lo sviluppo di nuove strutture.
In poche parole, la presenza di volontari dovrebbe costituire un’eccezione in determinati casi particolari e non, al contrario, una regola. Lo si legge anche nel documento del Nih sopra citato: “La creazione di condizioni favorevoli all’impiego e alla formazione del personale nazionale è fortemente auspicata come alternativa al volontariato – si legge – Solo in circostanze eccezionali l’invio di volontari sanitari internazionali è considerato una misura temporanea difendibile”. La strada quindi, da questo punto di vista, è quella della formazione del personale. Un obiettivo però a cui i governi africani possono aspirare solo quando decideranno di investire maggiormente sul settore: attualmente soltanto il Sudafrica spende il 15% del proprio Pil sulla sanità.
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