Per secoli la geopolitica ha avuto come protagonisti gli Stati-nazione. Ma nel XXI secolo, e ancor più dopo la pandemia di COVID-19, il baricentro dell’azione politica e sanitaria globale si è spostato verso le città.
Le metropoli, dove oggi vive oltre il 56 % della popolazione mondiale secondo il rapporto World Urbanization Prospects delle Nazioni Unite (2024), sono diventate nodi decisivi di potere, innovazione e vulnerabilità. Non più semplici contenitori di popolazione, ma attori in grado di influenzare l’agenda globale della salute, del clima e delle infrastrutture. Da New York a Nairobi, da Milano a Shanghai, le città si trovano oggi al centro di una nuova geopolitica della salute, in cui le frontiere non sono più quelle tracciate sulle mappe politiche, ma quelle invisibili che delimitano reti di dati, infrastrutture sanitarie e risorse vitali.

La city diplomacy
Negli ultimi anni è emersa una forma inedita di diplomazia: la city diplomacy, la capacità delle città di interagire autonomamente sulla scena internazionale. Secondo un’analisi pubblicata da Think Global Health nel 2024, le città sono ormai epicentri tanto per le minacce quanto per le risposte sanitarie globali, con un potenziale di governance spesso superiore a quello statale. Reti come C40, ICLEI, United Cities and Local Governments o il programma Healthy Cities dell’Organizzazione Mondiale della Sanità favoriscono la cooperazione diretta tra amministrazioni municipali. Attraverso questi canali i sindaci condividono strategie su salute pubblica, inquinamento, mobilità sostenibile e gestione delle crisi sanitarie, agendo come veri e propri attori transnazionali. La diplomazia sanitaria urbana è divenuta così una dimensione strutturale della governance globale, riconosciuta e valorizzata anche dall’OMS nel suo programma 2023–2024.

L’OMS stima che oltre il 70 % delle emissioni globali di gas serra e il 60 % delle malattie respiratorie croniche abbiano origine o impatto diretto sulle aree urbane. Le città sono dunque il principale campo di battaglia della salute planetaria. Una ricerca pubblicata su PLOS Global Public Health nel 2024 ha mostrato come fattori quali densità abitativa, accesso all’acqua, trasporto pubblico e disuguaglianze socio-spaziali spieghino gran parte della variabilità della salute urbana. Nelle metropoli globali la “povertà sanitaria” non coincide più con i confini nazionali, ma con quelli dei quartieri: la distanza di poche fermate di metropolitana può tradursi in anni di aspettativa di vita in meno.
Il nesso fra cambiamento climatico e salute urbana è ormai un asse geopolitico a sé. Un’indagine pubblicata da Time nel 2025 mostra che il 75 % delle grandi città del mondo non ha ancora integrato piani che combinino politiche sanitarie e strategie climatiche, nonostante l’aumento di patologie legate al calore, all’inquinamento e all’instabilità ambientale. In questo scenario, la capacità di proteggere la popolazione da ondate di calore, inondazioni o crisi idriche diventa una forma di potere, un elemento di legittimità politica e di attrattività internazionale.

Il potere delle infrastrutture e dei dati
Le infrastrutture urbane — ospedali, reti idriche, sistemi digitali — sono ormai anche strumenti di influenza geopolitica. Uno studio pubblicato su Oxford Open International Health nel 2024 evidenzia come grandi progetti infrastrutturali transnazionali, dalla Belt and Road Initiative cinese ai programmi occidentali come il Global Gateway del G7, incorporino componenti sanitarie nei piani di sviluppo urbano. Finanziando ospedali, centri diagnostici o sistemi idrici in una città straniera, gli Stati non costruiscono solo infrastrutture, ma anche legami di dipendenza e influenza politica. Questa “geopolitica dell’infrastruttura” ridefinisce le relazioni tra città e poteri globali. Parallelamente, la ricerca dell’Università della Virginia sulla geopolitics of the smart city (2023) mostra come il controllo delle reti digitali urbane — dai sensori ambientali alle piattaforme sanitarie — sia diventato un terreno di competizione tecnologica e di sorveglianza strategica tra Stati Uniti, Cina e Unione Europea.

Il potere delle città, inoltre, si misura sempre più nella gestione dei dati. Grazie a big data, intelligenza artificiale e reti di sensori, le amministrazioni locali possono monitorare in tempo reale la qualità dell’aria, la mobilità, le emergenze sanitarie e persino i focolai epidemici. Uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 2024 ha dimostrato che l’uso combinato di dati di mobilità e sensori ambientali consente di prevedere variazioni di rischio respiratorio con dieci giorni di anticipo rispetto ai picchi di ricoveri ospedalieri. Tuttavia, la governance di questi dati resta irrisolta: la questione di chi possieda, usi e protegga queste informazioni è diventata centrale. Nel nuovo ordine globale, il controllo dei dati sanitari urbani è una forma di potere e può determinare alleanze o tensioni tra città, Stati e imprese tecnologiche.
Nel 2023 più di settanta sindaci hanno firmato la Mayors’ Declaration for Better Pandemic Prevention, chiedendo all’OMS di riconoscere formalmente il ruolo delle città nel Pandemic Accord in negoziazione. Il Global Cities Hub di Ginevra ha sostenuto che le città non sono più semplici esecutori di politiche nazionali, ma soggetti dotati di legittimità e competenze di coordinamento sanitario transnazionale. Anche le Nazioni Unite, attraverso OMS e UN-Habitat, stanno esplorando modelli di governance multilivello in cui le città partecipano direttamente alle politiche sanitarie globali. È un cambiamento epocale: la geopolitica della salute si decentralizza, diventa reticolare e distribuita.
Questa trasformazione offre nuove opportunità ma anche rischi. Le città possono reagire più rapidamente alle emergenze sanitarie e ambientali, sperimentare modelli di welfare innovativi e costruire cooperazioni dirette con altre metropoli. Tuttavia, emergono anche dipendenze economiche, rischi di sorveglianza digitale senza adeguate garanzie democratiche e disuguaglianze crescenti tra città globali e città periferiche.
Le città regine della geopolitica della salute
Le città più avanzate sul fronte della salute urbana e climatica si trovano oggi distribuite in tutti i continenti, e rappresentano laboratori viventi di un nuovo modo di intendere il benessere collettivo. In Europa spiccano Madrid, Ginevra, Copenaghen, Rotterdam, Lione, Milano e Pamplona, che hanno integrato la pianificazione urbana con la salute pubblica, creando modelli riconosciuti a livello internazionale. Madrid, ad esempio, è tra le prime nel Healthy Urban Design Index dell’ISGlobal per la qualità dell’aria e l’accessibilità pedonale, mentre Copenaghen è considerata un riferimento mondiale per l’adattamento climatico urbano e la promozione della salute attraverso infrastrutture blu-verdi e piste ciclabili integrate nella rete sanitaria cittadina.
Ma la leadership globale in questo campo non è più esclusivamente europea. In Nord America, città come Toronto, Vancouver e New York stanno sperimentando un’integrazione sempre più stretta tra salute, clima e pianificazione sociale. Toronto ha lanciato un Climate Change and Health Strategy che unisce monitoraggio delle ondate di calore, accesso ai servizi per i più vulnerabili e politiche di mitigazione urbana. New York, attraverso l’iniziativa OneNYC 2050, lega resilienza climatica e salute pubblica in una strategia di lungo periodo che include edilizia sostenibile, alimentazione sana e infrastrutture verdi nei quartieri periferici. Vancouver, invece, è diventata un modello di “urban wellness planning”, unendo strategie ambientali e indicatori di salute mentale e comunitaria.

In Asia, alcune delle città più dense del pianeta stanno reinventando il proprio metabolismo urbano per garantire vivibilità e salute. Singapore è pioniera nella pianificazione bioclimatica e nella gestione integrata del verde come infrastruttura sanitaria, con politiche che mirano a mantenere una temperatura urbana inferiore di 3–4 gradi rispetto alla media regionale. Seul ha sviluppato un sistema avanzato di monitoraggio ambientale che collega dati sanitari, qualità dell’aria e mobilità urbana, mentre Tokyo ha introdotto “green corridors” che collegano parchi e spazi pubblici per ridurre lo stress termico e promuovere attività fisica quotidiana.
I modelli di salute urbana
In Africa, città come Kigali, Cape Town e Nairobi stanno emergendo come modelli di salute urbana adattata al clima. Kigali, capitale del Ruanda, è considerata una delle città più pulite e resilienti del continente grazie a una politica di trasporti sostenibili e alla gestione partecipata dei rifiuti, elementi che hanno migliorato la salute respiratoria della popolazione. Cape Town, dopo la crisi idrica del 2018, ha integrato la gestione delle risorse idriche nelle politiche sanitarie e di pianificazione urbana, costruendo una cultura civica del benessere ambientale. Nairobi, attraverso progetti co-finanziati da UN-Habitat e OMS, sta sviluppando piani di salute climatica nei quartieri informali, legando mitigazione ambientale, igiene pubblica e diritti sociali.
Anche in America Latina alcune città stanno mostrando un dinamismo notevole. Bogotá è diventata simbolo della mobilità salutare e inclusiva grazie alla rete di piste ciclabili e alle giornate senza auto, mentre Curitiba, in Brasile, ha ispirato il concetto di “urban health corridors”, percorsi verdi che combinano trasporto pubblico, biodiversità e salute mentale. Santiago del Cile, colpita da frequenti ondate di calore e smog, ha introdotto politiche integrate che uniscono monitoraggio climatico, allerta sanitaria e rimboschimento urbano.
Nel mondo dell’Oceania, Melbourne e Auckland sono diventate punti di riferimento per la pianificazione “climate-smart health”. Melbourne ha adottato una strategia di “urban forest” per aumentare la copertura arborea e ridurre i ricoveri dovuti a calore estremo, mentre Auckland ha unificato i dipartimenti di salute pubblica e pianificazione ambientale per elaborare politiche congiunte di resilienza e qualità della vita.
La salute delle città è, dunque, oggi uno degli indicatori più sensibili della stabilità geopolitica mondiale. L’urbanizzazione, la digitalizzazione e la crisi climatica fondono in un’unica arena questioni sanitarie, ambientali e strategiche. Per affrontarle è necessario un nuovo paradigma multilivello, che includa standard internazionali per la gestione dei dati sanitari urbani, meccanismi di finanziamento equi e sostenibili, e il riconoscimento formale del ruolo delle città nei negoziati globali. Secondo il Cities and Global Governance Report pubblicato nel 2025 dal Perry World House dell’Università della Pennsylvania, la geopolitica del XXI secolo non sarà decisa solo tra Stati, ma tra quelle città che sapranno rendere vivibile, sicura e sana la propria esistenza.

