Nel ventre delle città: cosa ci raccontano le acque reflue sulle prossime minacce infettive

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Sotto ogni città c’è un luogo dove la vita continua anche quando non ce ne accorgiamo: è fatto di tubi, camere di raccolta, fango, schiuma, correnti sporche che scorrono senza mai fermarsi. Nessuno lo vede. Nessuno lo racconta. Eppure, da qualche anno, è diventato il posto in cui si può intuire il futuro prima che accada. I ricercatori la chiamano sorveglianza delle acque reflue. Ma detti così, questi due termini, non dicono davvero cosa sta succedendo. Per capirlo, bisogna immaginare un depuratore all’alba: la città ancora dorme, le strade sono vuote, ma nelle vasche la vita è già in movimento.

Dentro quell’acqua, dove confluiscono fognature di case, scuole, ospedali, supermercati, uffici, c’è la traccia genetica di tutto ciò che sta circolando nei corpi di migliaia, centinaia di migliaia, milioni di persone: virus, batteri, funghi, frammenti di cellule, residui di farmaci, persino i geni che rendono i batteri resistenti agli antibiotici. Tutto mischiato, tutto anonimo, tutto reale.

Un altro mondo

Durante la pandemia, qualcuno ha avuto l’idea di andare a guardare là dentro; di misurare il materiale genetico del Sars-CoV-2 prima che i pronto soccorso iniziassero a riempirsi. Gli scienziati sapevano che nel sistema fognario sarebbe rimasta una traccia del virus. Ma la sorpresa è arrivata quando hanno confrontato i dati: nelle acque reflue l’aumento del materiale genetico del Sars-CoV-2 compariva prima dell’aumento dei casi registrati negli ospedali. A volte con diversi giorni di anticipo, in alcuni periodi addirittura con settimane di vantaggio, Era come scoprire di avere un nuovo organo sensoriale: una vista che non vede i malati, ma il movimento invisibile delle infezioni. Poi, una volta acceso quel radar, è stato impossibile spegnerlo.

In Inghilterra, quando il poliovirus ha ricominciato a circolare in modo silenzioso, non è stato un medico a notarlo. È stato un campione d’acqua raccolto sotto Londra. Nessuno era malato, nessun bambino era finito in ospedale, eppure quel segnale bastava a dire che il virus era tornato. Il governo ha lanciato una campagna vaccinale di richiamo senza aspettare che comparissero i primi casi: un intervento sanitario basato su qualcosa che non si vedeva, ma che stava già accadendo.

Negli Stati Uniti, lo stesso metodo ha intercettato il virus dell’influenza aviaria H5, quello che stava infettando i bovini tra il 2024 e il 2025. Anche in quel caso, le fogne hanno parlato prima dei referti ufficiali. Lo hanno fatto di nuovo con Candida auris, un fungo che resiste alla maggior parte delle terapie e che mette in pericolo i pazienti negli ospedali e nelle Rsa.

In alcuni Stati, il segnale nelle acque reflue è comparso settimane prima che arrivassero le prime diagnosi cliniche. Come se l’infezione avesse una fase fantasma, rilevabile solo da chi ha imparato ad ascoltare. Il punto non è che le fogne siano magiche. Il punto è che non mentono mai.

Un “nuovo organo sensoriale”

Non dipendono da quanti tamponi vengono fatti, da quante persone si fidano del medico, da quante diagnosi vengono registrate nei database sanitari. Le acque raccontano la parte sommersa di un’epidemia: gli asintomatici, i non testati, i non curati, i non segnalati.

Raccontano tutti ed è qui che il discorso tecnico diventa politico. Perché se una città può sapere con giorni di anticipo che sta arrivando una nuova ondata influenzale, o che sta circolando un virus che non dovrebbe esserci, o che la resistenza agli antibiotici sta aumentando in modo preoccupante, allora quella città può e dovrebbe agire prima, non dopo. Può preparare ospedali, avvisare la popolazione fragile, rafforzare le scorte di antivirali, perfino ricalibrare la comunicazione sanitaria. La differenza non è teorica: è il confine che separa un’epidemia contenuta da un’epidemia inevitabile.

Per questo l’Oms sta lavorando per rendere questa sorveglianza una parte stabile dei sistemi sanitari. Per questo Regno Unito, Stati Uniti, Australia, Olanda e parte dell’Unione Europea la stanno trasformando in un’infrastruttura, non in un progetto di ricerca. È una tecnologia strana, perché non si vede. Non costruisce ospedali, non produce vaccini, non appare nei programmi elettorali. Ma crea tempo. E in epidemiologia, il tempo è la differenza tra intervento e fallimento.

Certo, non è perfetta. Le piogge possono diluire i segnali. Alcuni virus si degradano più in fretta di altri. I dati non dicono in quanti si ammaleranno, ma solo che qualcosa si muove, cresce, accelera. È, in fondo, una forma di previsione che chiede interpretazione, non certezza. Un’allerta, non un verdetto. Ma è esattamente questo il punto: non serve sapere tutto prima degli altri. Basta saperlo prima con un utile anticipo.

Fra qualche anno, quando parleremo di prevenzione, forse non penseremo più solo a vaccini, terapie e screening. Penseremo anche a tubature, a impianti di depurazione, a laboratori che leggono l’acqua come se fosse un testo cifrato. Le prossime mosse saranno decisive: ampliare il numero di patogeni monitorati, integrare i dati con la sorveglianza clinica, estendere il sistema anche ai territori rurali e ai Paesi con sistemi fognari incompleti.

Perché una pandemia non inizia mai in un laboratorio, ma nel silenzio di una comunità che non se ne accorge. E forse, per evitarla, basterà ascoltare quello che le città ci stanno già dicendo. Sottovoce. Dal fondo delle loro tubature.