Mpox e crisi africana: il ritorno di un’epidemia dimenticata

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L’Africa occidentale e centrale è alle prese con una nuova e silenziosa emergenza sanitaria: il ritorno dell’Mpox, meglio conosciuto come vaiolo delle scimmie. Nel 2025 i casi di Mpox in Africa hanno già superato i 21.000 in almeno 13 Paesi, superando il totale del 2024 (circa 19.700).

La Mpox è una malattia virale infettiva appartenente alla famiglia degli Orthopoxvirus, la stessa del vaiolo, da cui eredita molte caratteristiche cliniche, come le lesioni cutanee a forma di vesciche o croste. Nei casi più gravi, può portare a infiammazione cerebrale, sepsi e persino alla morte.  Conosciuta in passato come “vaiolo delle scimmie”, è stata identificata per la prima volta proprio nelle scimmie in un laboratorio in Danimarca, mentre il primo caso umano è stato registrato nel 1970 nella Repubblica Democratica del Congo.

Negli ultimi anni, il virus ha mostrato un’evoluzione significativa. Oltre alla trasmissione zoonotica (da animale a essere umano), ha acquisito la capacità di diffondersi anche per via sessuale, oltre che attraverso altre forme di contatto ravvicinato. Per evitare stigmatizzazioni e associazioni fuorvianti, nel 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha rinominato la malattia in Mpox.

A partire dal 2024, l’aumento dei contagi nella Rdc e la diffusione in paesi vicini e lontani, inclusa l’Italia dove i primi casi sono stati rilevati a giugno 2025, hanno portato l’Oms a dichiarare la Mpox emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale (Pheic). Secondo il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, la situazione resta critica a causa del continuo aumento dei casi e della probabile circolazione non rilevata in diversi Paesi al di fuori del continente africano.

Il caso del Malawi

Il Ministero della Salute del Malawi ha annunciato nuovi casi di Mpox nella capitale Lilongwe dall’inizio dell’epidemia ad aprile 2025, portando il numero di casi confermati a 48. L’ultimo caso segnalato è quello di una donna di 51 anni del distretto di Lilongwe che non ha mai viaggiato al di fuori del Malawi. Secondo quanto riportato, la donna si è presentata all’ospedale di Bwaila il 7 luglio con sintomi che includevano tosse ed eruzione cutanea. Le analisi hanno confermato l’infezione da Mpox mercoledì 9 luglio.

Le autorità sanitarie stanno lottando contro la carenza di vaccini e la limitata capacità di test e ospedali in molti Paesi, dove spesso mancano posti letto. Nel complesso, il continente avrebbe bisogno di circa 6,4 milioni di dosi di vaccino, ma è ancora lontano dall’averle disponibili, con solo 1,3 milioni di dosi ricevute nel mese di maggio.

I Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) segnalano 52.082 casi dall’inizio del 2025 a maggio, con oltre 1.770 decessi durante l’epidemia nel suo complesso. A giugno 2025, 24 paesi africani hanno segnalato una trasmissione attiva di Mpox. In Sierra Leone e Uganda, il numero di casi settimanali confermati supera ora rispettivamente i 600 e i 200, mentre la Rdc rimane l’epicentro, rappresentando oltre l’80% di tutti i casi confermati. Il Malawi è stato invece l’ultimo Paese a registrare un focolaio. Il rialzo, seppur “solo” del 6–7% rispetto all’anno scorso, è particolarmente indicativo perché inserito in un contesto di diminuzione dei finanziamenti occidentali, che ha intaccato la capacità di risposta locale.

In Malawi, i primi casi sono emersi dopo i tagli agli aiuti statunitensi, che hanno colpito duramente il sistema sanitario, in particolare i programmi dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) dedicati all’assistenza e alla prevenzione dell’HIV, alimentando il timore di un’escalation delle malattie infettive. In diversi casi, i pazienti colpiti da Mpox erano immunodepressi, spesso a causa dell’interruzione della terapia antiretrovirale dovuta a carenze di farmaci. L’HIV, soprattutto se non adeguatamente trattato, può aumentare il rischio e la gravità dell’Mpox, rendendo la gestione della malattia più complessa. Il Malawi ha perso oltre 350 milioni di dollari, il 13% del suo bilancio nazionale, interrompendo i servizi per l’HIV, l’assistenza sanitaria materna e i sistemi di sorveglianza.

Disinformazione e teorie del complotto

In molte aree dell’Africa, la diffusione dell’Mpox è complicata da una massiccia disinformazione, che mina gravemente gli sforzi di prevenzione e cura. In Repubblica Democratica del Congo, dove si concentra l’epidemia, un report di UNICEF relativo al 2024 ha rilevato che solo il 56% della popolazione ha sentito parlare della malattia, mentre la comprensione di sintomi, modalità di trasmissione e prevenzione è estremamente limitata. Nel caso della Rdc, il problema è aggravato dalla presenza di aree isolate difficili da raggiungere e dalla scarsa diffusione dei telefoni cellulari, posseduti da meno della metà della popolazione.

Circolano anche teorie del complotto, come l’idea che l’Mpox sia stato creato appositamente da poteri esteri, usato per sterilizzare popolazioni o generare profitti farmaceutici. Teorie che affondano le radici in una diffidenza storica verso le istituzioni, eredità di un passato coloniale caratterizzato da abusi sistemici e politiche razziste. Una delle domande da cui derivano queste teorie è “perché epidemie come Ebola e Mpox colpiscono sempre noi, ma non altri Paesi?”, ma le risposte emergono spesso in assenza di strumenti critici o fonti affidabili. Questo tipo di narrativa, profondamente radicata in un contesto di disuguaglianze storiche e sfiducia istituzionale, rende ancora più difficile una risposta sanitaria efficace e tempestiva.

Anche lo stigma sociale rappresenta uno degli ostacoli relativi alla malattia. Le persone affette da Mpox vengono spesso emarginate, in alcuni contesti si pensa che il contagio sia una forma di punizione per comportamenti morali ritenuti “sbagliati”. Questo tipo di credenze alimenta il silenzio e impedisce l’accesso tempestivo alle cure.

Nonostante l’alta disponibilità potenziale al vaccino (circa il 75% della popolazione sarebbe disposta a riceverlo), i timori, l’assenza di fiducia e la scarsa informazione rallentano l’adesione a campagne sanitarie e vaccinali. Anche in Malawi il livello di consapevolezza resta basso. Qualcuno ricorre a rimedi tradizionali come foglie ed erbe, un fenomeno già osservato all’epoca del Covid‑19, che in passato ha avuto conseguenze letali con migliaia di decessi.

L’assenza di informazione affidabile contribuisce anche allo stigma verso gruppi vulnerabili, compresi le persone con HIV, riducendo la capacità di ricerca di assistenza e aumentando la trasmissione silente del virus. Per contrastare questo scenario, la Africa Infodemic Response Alliance (Aira), coordinata da Who Afro e Africa Cdc, ha avviato campagne di fact‑checking, programmi di alfabetizzazione all’informazione e monitoraggio del flusso di rumor con sistemi di machine learning combinati a interventi sul campo.

La dipendenza dall’Occidente

Il rischio è che l’Mpox diventi il simbolo di una crisi più profonda, quella della dipendenza africana dai finanziamenti esterni e della fragilità delle reti di sorveglianza sanitaria. E mentre diversi Paesi africani cercano di colmare il vuoto lasciato dai tagli occidentali, Cina e Russia si stanno affermando come partner emergenti nella cooperazione sanitaria.

In Liberia, uno dei primi Paesi a ricevere il sostegno dell’USAID a partire dal 1961, l’interruzione del sostegno statunitense ha provocato una crisi nei servizi sanitari, con cliniche senza farmaci e operatori non retribuiti, offrendo spazio a un intervento cinese che già copre infrastrutture sanitarie, assistenza tecnica e forniture mediche. Le aziende cinesi hanno gestito le miniere d’oro della Liberia, costruito strade e formato operatori umanitari. Nel mese di giugno, la Cina ha aperto un reparto di cardiologia nell’ospedale principale della capitale, intitolato a John F. Kennedy, ma che era comunemente chiamato “Just For Killing” a causa delle sue scarse risorse, anche prima dei tagli degli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, la Russia ha promosso il suo vaccino Orthopoxvac, sviluppato dal laboratorio Vektor in Siberia, suscitando interesse da parte di diversi Paesi africani gravemente colpiti dall’Mpox. Anche Stati membri dell’Eurasian Economic Union hanno espresso interesse nell’acquisto di questo vaccino, oltre che di sistemi diagnostici correlati e trattamenti antivirali. L’ente federale russo Rospotrebnadzor ha annunciato di aver fornito kits diagnostici per l’Mpox alla Rdc e Burundi, supportando anche corsi di formazione per tecnici e operatori sanitari locali. Tuttavia, la dotazione effettiva e l’approvazione internazionale del vaccino rimangono limitate.

Queste alleanze presentano dei limiti evidenti, poiché spesso privilegiano aiuti immediatamente visibili (donazioni di vaccini, forniture mediche), ma mancano di un impegno strutturale nel rafforzamento delle reti sanitarie nazionali, la formazione del personale o il potenziamento della sorveglianza epidemiologica. Senza una strategia sanitaria integrata e autonoma, l’Africa rischia di sostituire una dipendenza con un’altra, senza ridurre la propria vulnerabilità strutturale.