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Altro che una nuova auto elettrica o uno smartphone di ultima generazione. Quello che sta cercando di produrre Akeso, una dinamica azienda cinese di biotecnologie, potrebbe teoricamente rivoluzionare il settore farmaceutico globale. Di cosa si tratta? Si chiama ivonescimab (noto anche come AK112) ed è un farmaco antitumorale sperimentale appartenente alla categoria degli anticorpi monoclonali bispecifici. È questo prodotto ad aver reso Michelle Xia, fondatrice e Ceo di Akeso, una stella nascente della farmaceutica mondiale. Il Wall Street Journal ha scritto che Miss Xia ”rappresenta una generazione emergente di aziende biotecnologiche in Cina pronta a sfidare i giganti occidentali’‘.

In realtà la signora non ha alcuna intenzione di alimentare la Guerra Fredda in corso tra Pechino e Washington, e anzi auspica che una migliore collaborazione tra i due Paesi possa rendere ivonescimab un farmaco sempre più efficiente nella lotta contro i tumori. Ma cosa sappiamo di Michelle Xia? Come ha fatto a scoprire un farmaco che potrebbe riavvicinare i grandi rivali Usa e Cina, e, al contempo, offrire una soluzione per un nemico fin qui considerato imbattibile?

L’ascesa di Miss Xia

Xia fondò Akeso Biopharma (Akeso deriva dal nome della dea greca della guarigione) nel lontano 2012 insieme a tre colleghi. In quel periodo la Cina poteva contare su pochi laboratori in grado di scoprire farmaci in maniera autonoma mentre gli Stati Uniti erano all’avanguardia e, soprattutto, potevano contare su numerosi scienziati cinesi.

Miss Xia, nata nel Gansu e laureata in Biochimica presso la Sun Yat Sen University di Guangzhou, era una di loro: si occupava di ricerca sul cancro all’Università di Louisville e lavorava negli Usa per aziende come Bayer. Era tormentata dal fatto che la Cina avesse poco o nulla da offrire in termini di medicina moderna. “Mi sono chiesta: perché non c’è innovazione in Cina?”, ha raccontato la signora, 58 anni, in un’intervista. Detto, fatto: Xia creò Akeso a Zhongshan, nella provincia del Guangdong, all’interno della ”Torch Development Zone”, un parco tecnologico nazionale creato dal governo di Pechino proprio con l’intenzione di stimolare lo sviluppo scientifico e tecnologico. Quello sviluppo, oggi, sembrerebbe finalmente aver toccato anche il settore biotecnologico e farmaceutico.

Già, perché negli ultimi anni diversi farmaci Made in China hanno ottenuto l’approvazione delle autorità di regolamentazione statunitensi, e tanti altri sono stati concessi in licenza e sono in fase di sviluppo presso aziende come Roche e Novo Nordisk. Il farmaco di Xia potrebbe tuttavia essere il più importante di tutti, se le sue potenzialità dovessero essere confermate negli studi clinici in corso negli Usa.

Il successo di Akeso

Il jolly di Xia coincide con una terapia iniettabile chiamata ivonescimab, una terapia che ha mostrato risultati favorevoli rispetto al trattamento antitumorale Keytruda di Merck, del valore di 29,5 miliardi di dollari all’anno, in uno studio di fase 3.

In un discorso tenuto qualche anno fa presso la sua vecchia università di Guangzhou spiegò agli studenti di aver coltivato “il sogno di rendere i farmaci più avanzati del mondo accessibili ai pazienti oncologici cinesi”. Akeso ha iniziato con poco meno di 3 milioni di dollari di finanziamenti di capitale di rischio, ha affittato un ufficio e assunto ricercatori con laurea triennale. I fondatori non ricevevano alcuno stipendio. La svolta è arrivata quando, nel 2015, Akeso si aggiudicò un accordo di licenza con Merck, con quest’ultima che acquisì i diritti mondiali per lo sviluppo e la commercializzazione di un anticorpo contro il cancro. Per la cronaca l’anticorpo, quavonlimab, è ancora in fase di sperimentazione umana presso Merck, che ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni.

Da quel momento in poi Akeso guadagnò credibilità e contratti. Oggi la sua sede centrale, nel Guangdong, è un campus tentacolare con ampi stabilimenti che producono decine di farmaci destinati al mercato cinese o in fase di sperimentazione clinica. L’azienda ha uno staff di oltre 3.000 persone e un valore di mercato azionario di circa 9,5 miliardi di dollari.

Le speranze nell’ivonescimab

L’ivonescimab è definito un anticorpo bispecifico perché colpisce due proteine, una delle quali scatena il sistema immunitario e uccide le cellule tumorali, mentre l’altra agisce impedendo ai tumori di ricevere il loro apporto di sangue. Uno studio pubblicato lo scorso settembre ha rilevato che i pazienti affetti da cancro al polmone trattati con ivonescimab hanno avuto in media una durata di vita senza progressione della malattia quasi doppia rispetto ai pazienti trattati con Keytruda, un noto farmaco antitumorale tradizionale.

“Dai dati presentati finora sembra che il beneficio sia reale“, ha dichiarato Gilberto Lopes, primario di oncologia medica presso il Sylvester Comprehensive Cancer Center dell’Università di Miami, al Wsj. “Abbiamo però bisogno di ulteriori dati da altre parti del mondo per verificare se i risultati siano validi anche al di fuori della Cina e se vi sia anche un vantaggio in termini di sopravvivenza globale”, ha aggiunto lo stesso Lopes.

Akeso ha concesso in licenza il farmaco alla Summit Therapeutics che lo sta testando negli Stati Uniti e che lo venderà in loco (e in molti altri mercati) qualora dovesse ottenere l’approvazione delle autorità di regolamentazione. Non resta che attendere.

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