Sono sempre stati due gli indicatori che hanno dato, soprattutto al di fuori del continente, un’immagine piuttosto negativa della sanità africana: da un lato, l’alta mortalità infantile e, dall’altro lato, l’aspettativa di vita mediamente modesta rispetto al resto del mondo. Oggi questi indicatori raccontano però un’altra realtà: cifre e dati mostrano un volto diverso dell’Africa, capace di reagire e, nel corso soprattutto degli ultimi due decenni, far registrare notevoli progressi. La mortalità infantile è stata di fatto dimezzata, mentre l’aspettativa di vita è aumentata di dieci anni. Numeri che non richiamano a semplici e provvisorie convergenze del momento, bensì a miglioramenti strutturali e in grado di stabilizzarsi nel medio e lungo periodo.
I dati su mortalità infantile e aspettativa di vita
Andando a guardare nel dettaglio le cifre riguardanti la sanità africana, il primo dato che risalta agli occhi è proprio quello inerente la mortalità infantile. Nel 2022, come certificato dalle Nazioni Unite, si è raggiunto il picco minimo: in media, nei vari Paesi africani, sono deceduti 47 bambini ogni mille nuovi nati. Si tratta ovviamente di un dato ancora piuttosto alto, considerando ad esempio che in Europa la mortalità infantile è di 3.4 decessi ogni mille nuovi nati. Inoltre, sotto il profilo prettamente etico, è chiaro che ogni morte neonatale rappresenta una tragedia. Tuttavia, occorre considerare che soltanto nel 1990 la media in Africa era di 181 decessi ogni mille neonati. Nel giro di poco più di trent’anni, il continente è riuscito a dimezzare i dati più nefasti e a certificare un notevole miglioramento della situazione.
Una circostanza che vale anche per il più generale quadro sull’aspettativa di vita. Considerando la media continentale e senza contare quindi le (tante) differenze tra i vari Paesi, secondo l’Oms nel 2000 un cittadino africano poteva aspettarsi 46 anni di vita in buona salute. In quel periodo, lo stesso dato riportato a livello globale sforava per la prima volta quota 63 anni. Il divario tra l’Africa e il resto del mondo era quindi ben evidente. Nel 2019 invece, per la prima volta, l’aspettativa media di vita nel continente africano ha raggiunto i 56 anni. In poco meno di un ventennio, il dato è aumentato di dieci anni: “La media è ancora inferiore a quella globale – si legge in un report sempre dell’Oms – ma l’Africa è il continente che ha fatto registrare il miglior incremento negli ultimi due decenni”.
Il miglioramento dei servizi di base
Se muoiono meno neonati e sempre più persone arrivano ad avere una buona salute per quasi 60 anni, vuol dire che molti più cittadini in Africa sono sempre più assistiti e raggiunti dai servizi sanitari. E in effetti, andando a guardare i dati emersi sia dall’Oms che da diversi istituti di ricerca internazionali, si vede come quasi la metà della popolazione africana oggi abbia accesso ad almeno i servizi basilari. Anche in questo caso il paragone con i primi anni del secolo appare importante: nel 2000, stando all’Oms, solo il 24% della popolazione aveva accesso ai servizi sanitari, mentre adesso la percentuale è salita fino al 46%.
“Si riscontrano – si legge nel report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – Miglioramenti nella fornitura di servizi sanitari essenziali, miglioramenti nella salute riproduttiva, materna, neonatale e infantile, nonché progressi nella lotta contro le malattie infettive, grazie al rapido aumento delle misure di controllo dell’HIV, della tubercolosi e della malaria dal 2005″. I miglioramenti sono stati dovuti principalmente a due fattori: la presenza di più ospedali e presidi sanitari nel territorio, il miglioramento delle strutture già esistenti. Ma anche, come si può leggere tra le righe del report prima citato, a maggiori investimenti e a una maggiore attenzione da parte dei vari governi del continente a partire dai primi anni del nuovo secolo.
Le sfide future e le incognite
Fin qui le note positive. Non mancano però incognite e problematiche di un certo rilievo. A proposito di investimenti, una sfida significativa in chiave futura è rappresentata dal taglio dei fondi Usa, garantiti in questi ultimi anni soprattutto nell’ambito dei programmi UsAid. Con la scelta, operata da Washington, di ridimensionare drasticamente l’erogazione di finanziamenti a favore dell’Africa, molti progetti rischiano di subire un brusco stop. Vale soprattutto per gli aiuti legati alla lotta all’Hiv, piaga sanitaria ma anche sociale soprattutto per l’Africa subsahariana. Così come per il contrasto alla tubercolosi e ad altre malattie infettive che oggi, dopo anni di investimenti, stanno registrando un progressivo indietreggiamento.
Diversi governi africani sono perfettamente a conoscenza delle insidie legate al ridimensionamento dei fondi internazionali, non solo statunitensi ma anche europei. Tanto è vero che in Ruanda a marzo si è tenuta una conferenza sull’Agenda della Salute in Africa (Ahaic) che ha avuto, come principale tematica affrontata, proprio la sostenibilità della sanità continentale alla luce del taglio degli aiuti. Due le strade indicate: da un lato, favorire la prevenzione in modo da diminuire il peso sui vari sistemi sanitari, dall’altro aumentare gli investimenti pubblici dei vari governi. Aminata Wurie, project manager del Resilience Action Network Africa, nel congresso svoltosi a Kigali ha sottolineato come soltanto due Paesi su 55 (Sudafrica e Capo Verde) hanno destinato nell’ultimo anno il 15% del Pil alla sanità. Molto poco per quelle che sono le necessità future del continente.
C’è poi un’altra questione, riguardante l’uniformità dei miglioramenti in ambito sanitario. I progressi complessivi registrati negli ultimi due decenni, non hanno raggiunto l’intero territorio africano e spesso risultano distribuiti a macchia di leopardo. A pesare in tal senso, è la condizione di alcuni Paesi in guerra, come Sudan e Congo, oppure immersi in difficili contesti sociali al proprio interno.

