Era il 1976 quando, per la prima volta, il professor Peter Piot ha identificato un nuovo virus dall’elevata mortalità. Il primo caso è stato rilevato in un villaggio africano chiamato Yambuku, a pochi passi dal fiume Ebola. Da allora, quel virus è noto con il nome del corso d’acqua che lambisce le regioni settentrionali della Repubblica Democratica del Congo. Paese che, da quel momento in poi, ha dovuto ciclicamente convivere con la comparsa del virus e la propagazione delle malattie generate dal vettore. A partire dalla scorsa estate e a distanza di cinque anni dall’ultima volta, un’altra epidemia di ebola ha fatto capolino nel territorio congolese e, in particolare, nella provincia del Kasai. Da qui una lunga serie di preoccupazioni legate alla possibile diffusione dell’epidemia nella regione, nelle cui vicinanze peraltro infuria il conflitto tra le forze di Kinshasa e l’M23.
Le prime buone notizie
Nell’analizzare una determinata delicata situazione, ogni tanto è possibile per fortuna partire da notizie più rassicuranti. Le autorità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) infatti, hanno dichiarato che il 5 ottobre scorso sono stati raggiunti i dieci giorni dall’ultimo caso di epidemia segnalato nel Kasai. Ad oggi, l’ultima segnalazione risale al 26 settembre scorso. Secondo gli analisti dell’Oms, il dato lascerebbe spazio a un certo ottimismo. Quando un nuovo caso non si manifesta da dieci giorni o due settimane, vuol dire che il virus è in fase di contenimento.
Tuttavia, è ancora presto per cantare vittoria. Del resto, così come si è visto durante gli anni del Covid, le curve epidemiologiche nei grafici si muovono costantemente sia verso l’alto che verso il basso. Finché l’epidemia non sarà considerata arrestata, la guardia nel Kasai non potrà scemare. Ad ogni modo, considerando che il primo caso della nuova epidemia di ebola risale all’agosto scorso, il primo contenimento della diffusione della malattia dimostra una pronta reazione da parte delle autorità sanitarie. Tanto a livello locale quanto, dall’altro lato, a livello internazionale.
I numeri della nuova epidemia
La Repubblica Democratica del Congo, al pari degli organismi internazionali, potrebbero aver quindi forse imparato la lezione. Dopo le prime avvisaglie infatti, a Kinshasa come tra le fila dell’Oms ci si è mossi con maggiore anticipo che in passato. Sono state potenziate le poche ma vitali strutture sanitarie del Kasai, mentre le autorità locali sono riuscite a far rispettare le prime misure di precauzione.
Ad oggi, i casi accertati risultano 64. I decessi, al 26 settembre 2025, sono stati 43 e tra questi tre erano operatori sanitari. Sembrerebbero numeri contenuti, ma occorre considerare le difficoltà di monitoraggio nei primi giorni dell’epidemia. Inoltre, sempre rimanendo con lo sguardo alle cifre, la mortalità ha raggiunto 67% tra i casi rintracciati. Una percentuale molto alta e che dimostra, ancora una volta, quanto l’ebola nella maggior parte dei casi risulti letale e dunque temibile. Inoltre, cifre del genere appaiono molto difficili dall’essere assorbite da un sistema sanitario, come quello congolese, molto lontano dagli standard di sufficienza.
Perché l’Africa ha tremato di nuovo
Regioni remote in cui intervenire, alta mortalità, alto tasso di incidenza in sistemi sanitari poco adeguati: la comparsa dell’ebola pongono ogni volta il Congo e l’intero continente africano davanti il timore che qualcosa possa sfuggire di mano. Così come accaduto nel 2014, quando l’epidemia si è affacciata sull’Africa occidentale e, nel giro di pochi mesi, ha portato alla paralisi dei sistemi sanitari di diversi Paesi. O come quando ancora, sempre nel Congo, nel 2018 un nuovo focolaio ha causato molte vittime ed è stato contenuto soltanto dopo due anni di sforzi.
Quando ad agosto Kinshasa ha denunciato il primo caso della nuova epidemia di ebola, l’intera Africa occidentale ha tremato. Anche perché la Repubblica Democratica del Congo, in questa precisa fase, è alle prese con la recrudescenza della guerra nel Nord Kivu e nelle aree limitrofe.
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