Negli ultimi anni il dibattito sui virus altamente patogeni ha cambiato tono, è uscito dai laboratori ed è finito al centro delle discussioni globali, diventando un terreno in cui scienza, politica e sicurezza si intrecciano senza più confini netti. In un simile scenario, un’espressione continua a riaffiorare: “gain-of-function”. Un termine tecnico che, a forza di sentirlo, è diventato quasi un simbolo del nostro tempo.
In realtà il concetto, se lo spogliamo dai fantasmi che gli sono stati cuciti addosso, è lineare: modificare geneticamente un microrganismo per aumentarne alcune funzioni — la patogenicità, la trasmissibilità, lo spettro di ospite — e provarne altre che potrebbero emergere spontaneamente in natura. Lo scopo è capire in anticipo quali mutazioni potrebbero trasformare un virus in un problema globale. Prevederlo, riconoscerlo, e dunque preparare vaccini e terapie prima che sia troppo tardi.
È un lavoro che ha permesso di individuare mutazioni chiave dei virus respiratori e che ha accelerato in modo decisivo lo sviluppo dei vaccini e degli antivirali contro SARS-CoV-2, soprattutto nei primi mesi del 2020. Ma è anche una ricerca che solleva domande inevitabili: quanto possiamo spingerci avanti senza rischiare di superare il confine della biosicurezza? Chi controlla questi esperimenti? Con quali regole, quali garanzie, quali responsabilità?
Leggere le mutazioni
Domande che sono diventate ancora più urgenti quando la pandemia ha messo in luce la fragilità della cooperazione internazionale. Le varianti di SARS-CoV-2 — da Alfa a Delta, fino a Omicron e ai suoi sub-lineages — hanno attraversato i confini più velocemente della diplomazia. Le tensioni sull’accesso ai vaccini, sugli antivirali, sulle forniture di materiali sanitari essenziali hanno mostrato quanto la geopolitica influenzi la salute più di quanto siamo disposti ad ammettere. E le controversie sulle origini del virus hanno fatto il resto: ogni Paese ha raccontato la sua versione dei fatti, ogni governo ha letto la scienza attraverso le proprie esigenze politiche. Nel frattempo, milioni di persone aspettavano risposte chiare, mentre il mondo scopriva quanto fosse complicato averle.
Eppure, la capacità di leggere le mutazioni — come 501Y, K417N, E484K nella proteina spike — e di adattare in tempo reale vaccini e terapie è stata fondamentale. I vaccini a mRNA hanno mostrato una rapidità di aggiornamento che altri vaccini, come alcuni vettoriali, faticavano a garantire. Gli antivirali di nuova generazione, come Molnupiravir, hanno aggiunto una seconda linea di difesa nelle fasi più critiche della pandemia. Ma la scienza, da sola, non è bastata. Perché ogni tecnologia, per funzionare davvero, ha bisogno di qualcosa che non si può sintetizzare in laboratorio: equità. Una distribuzione giusta. La capacità di arrivare anche nei Paesi che non possono permettersi di competere sul mercato globale.
Le misure non farmacologiche — mascherine, ventilazione, igiene delle mani, distanziamento — sono rimaste essenziali proprio perché il mondo reale non si muove alla stessa velocità dei laboratori. Ed è forse qui che emerge il quadro più ampio. Le epidemie, prima ancora che biologiche, sono sociali. Nascono e si diffondono in un terreno dove contano povertà, instabilità politica, conflitti, migrazioni, deforestazione, densità urbana e sistemi sanitari che non riescono a stare al passo con la crescita della popolazione.
La collaborazione tra Paesi
In molte aree del mondo — quelle che spesso vediamo solo se costretti da un’emergenza — le infezioni da virus emergenti, rappresentano una minaccia quotidiana, sono malattie che, in contesti fragili, sfuggono alle statistiche e alla comunicazione internazionale, alimentando quella zona d’ombra in cui la geopolitica tende a sottovalutare i problemi che non percepisce come “strategici”.
E allora, se vogliamo davvero governare ciò che la scienza rende possibile, dobbiamo fare un passo avanti nel modo in cui pensiamo alla biosicurezza. La ricerca gain-of-function può produrre strumenti preziosi per la salute globale, ma richiede standard etici chiari, valutazioni trasparenti del rischio, regole nazionali e internazionali che non lascino spazio ad ambiguità.
Serve una governance che non viva solo nei documenti tecnici, ma anche nella fiducia tra Paesi, nella partecipazione delle comunità, nella capacità di spiegare al pubblico perché certi esperimenti esistono e perché devono essere controllati rigorosamente. Il futuro non sarà formato soltanto da laboratori sempre più avanzati, ma anche da trattati pandemici credibili, sorveglianza capillare, sistemi di risposta rapidi e soprattutto accesso equo a vaccini e cure. Senza questo equilibrio, ogni innovazione rischia di diventare un privilegio. E ogni epidemia è una lente che amplifica le disuguaglianze.
La verità è che viviamo in un mondo in cui un virus può spostare equilibri politici e sociali molto più velocemente di quanto siamo abituati a pensare. Per questo la scienza da sola non basta: serve una visione collettiva, capace di tenere insieme sicurezza, etica, trasparenza e cooperazione. Solo così potremo affrontare le sfide che verranno senza ripetere, ogni volta, gli stessi errori.

