Le guerre non sono soltanto eventi geopolitici devastanti: spesso si configurano come silenziosi amplificatori di epidemie che favoriscono la diffusione di parassiti e malattie parassitarie.
La storia ci insegna che in molti conflitti le malattie hanno causato più vittime delle armi, colpendo soldati e cittadini già provati da fame, malnutrizione e gravi carenze igienico-sanitarie. Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, il tifo petecchiale trasmesso dai pidocchi provocò migliaia di contagi e decessi tra le truppe e le popolazioni civili, in particolare tra i prigionieri e i soldati nelle trincee dove le condizioni di vita e quelle igieniche erano estremamente precarie.
E ancora: nei contesti tropicali, durante la guerra del Vietnam la malaria rappresentò una minaccia costante sia per le truppe americane sia per quelle vietnamite, favorita dalle condizioni climatiche, dalla mancanza di una profilassi efficace e dalle difficoltà logistiche nella distribuzione dei farmaci antimalarici.
Questi sono solo alcuni esempi storici che mettono in luce come le guerre creino condizioni ideali per la diffusione di malattie infettive e parassitarie. La disgregazione, o in alcuni casi la totale assenza, dei servizi sanitari di base, insieme agli spostamenti forzati di popolazioni, al sovraffollamento nei campi profughi e nelle trincee, alla scarsità di acqua potabile e all’interruzione delle campagne di controllo degli insetti vettori, contribuiscono a rendere gli scenari di guerra un terreno fertile per epidemie.
In queste situazioni, anche malattie facilmente prevenibili e controllabili in “tempi di pace” si possono trasformate in vere e proprie emergenze sanitarie, aggravando ulteriormente le sofferenze di popoli già vulnerabili, con effetti a lungo termine sulla salute pubblica e sulla stabilità delle comunità.
L’emergenza sanitaria nella Striscia di Gaza
Tornando all’attualità, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e diversi articoli scientifici riportano situazioni analoghe nella Striscia di Gaza. In questa area del mondo, così vicina alle nostre regioni, le conseguenze sanitarie del conflitto armato hanno raggiunto livelli drammatici, con scabbia, pidocchi e infezioni cutanee (ed altre malattie infettive) che si stanno diffondendo rapidamente tra i palestinesi nei campi profughi sovraffollati.
Sempre secondo i dati dell’Oms e di Unicef (febbraio 2025), dall’inizio del conflitto sono stati registrati oltre 100.000 casi di scabbia e pediculosi e circa 65.000 casi di manifestazioni cutanee. La situazione è resa ancora più critica dal fatto che oltre 1,8 milioni di persone, su una popolazione totale di 2,3 milioni, sono sfollate e vivono in accampamenti improvvisati, senza acqua e costretti a riutilizzare vestiti sporchi, favorendo la trasmissione di parassiti e malattie parassitarie.
Cosa sono la scabbia e i pidocchi? La scabbia è una malattia cutanea contagiosa causata dall’acaro Sarcoptes scabiei var. hominis, che provoca intenso prurito ed eruzioni cutanee, localizzate su mani, polsi, tronco e piedi. Si trasmette per contatto pelle-pelle o tramite oggetti contaminati. Anche i pidocchi, insetti ematofagi, causano intenso prurito e si trasmettono attraverso contatto diretto, soprattutto tra bambini e nei contesti di sovraffollamento, quali i campi profughi.
In generale, molte aree del Medio Oriente sono endemiche per la leishmaniosi cutanea. Noi siamo abituati a sentir parlare di leishmaniosi nei cani, ma esistono specie di Leishmania (il patogeno appunto) in grado di infettare anche l’uomo, causando lesioni cutanee ulcerative che possono risultare molto dolorose.
Questa malattia parassitaria viene trasmessa dai flebotomi, piccoli insetti simili a zanzare, che trasmettono il parassita all’uomo attraverso la loro puntura. Come ricordato, la leishmaniosi cutanea è endemica in molte regioni del Medio Oriente, dove rappresenta un importante problema di salute pubblica. La prevenzione si basa principalmente sulla prevenzione personale e sul controllo degli insetti vettori. Ma le guerre (nella Striscia di Gaza, Afghanistan, Siria, Yemen …) hanno interrotto le campagne di controllo di questi insetti e le attività di prevenzione, rendendo difficile l’accesso alle cure e ostacolando la diagnosi precoce e il trattamento, favorendo la persistenza e la diffusione di queste malattie trasmissibili e controllabili in condizioni di pace.
Condizioni allarmanti
Attraverso fotografie e video riportati dai media sappiamo quanto siano allarmanti le condizioni igieniche e l’affollamento negli accampamenti: dopo oltre un anno di bombardamenti e offensive militari, grandi quantità di rifiuti e acque contaminate si sono accumulate vicino alle abitazioni (ormai macerie) e ai campi, creando un ambiente ideale per la riproduzione e diffusione di parassiti e insetti. Al Jazeera sottolinea che i bambini, in particolare, sono le principali vittime in quanto più vulnerabili e maggiormente esposti.
Mentre lontano da Gaza si discute e si parla di accordi e progressi, sul campo la crisi sanitaria continua ad aggravarsi, richiamando con urgenza la necessità di interventi umanitari immediati. Garantire l’accesso a cure mediche, acqua potabile (solo poche persone han accesso ad acqua pulita) e condizioni igieniche minime è essenziale e nell’interesse di tutti per contenere la diffusione di malattie parassitarie e infettive.
Ma non fermiamoci a considerare solo questi aspetti. Ricordiamo infatti che le guerre, possono favorire la comparsa di nuove aree endemiche spostando popolazioni verso zone prima non colpite, aggravando ulteriormente la diffusione delle malattie anche in contesti precedentemente indenni. Inoltre, le migrazioni forzate verso paesi ospitanti possono sovraccaricare i sistemi sanitari locali, esponendo nuove comunità al rischio di malattie parassitarie e infettive. Insomma, la fragilità della situazione nel Mediterraneo orientale potrebbe tradursi in un grave peggioramento dello stato sanitario nella regione, con effetti che dureranno negli anni.