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Ci sono contesti dove la diffusione delle droghe è paragonabile a una vera e propria emergenza sanitaria. E questo perché l’uso e il consumo di sostanze stupefacenti all’interno di un territorio, può essere paragonato alla stregua di un’epidemia. Dove però il virus è rappresentato dalla droga, mentre il vettore è incarnato dal disagio sociale e dalle ferite tutte interne a un’intera popolazione. In Sierra Leone, Paese che nel recente passato ha conosciuto anche l’ebola, oggi l’epidemia più letale è quella generata dal kush. Ossia una sostanza stupefacente che ha in serbo due elementi in grado di rendere poco controllabile la sua diffusione virale: è poco costosa e produce immediata assuefazione. Un mix letale per migliaia di giovani, sia in Sierra Leone che in tutta l’Africa occidentale.

La prima comparsa del kush

Tutto è iniziato quando le autorità della Sierra Leone nel 2022 hanno notato un’impennata nell’abuso di droghe nelle periferie di Freetown, capitale del Paese. Alcuni funzionari hanno intuito che si trattava di sostanze ancora sconosciute ai pochi laboratori presenti in città. Molti giovani hanno lamentato disturbi sia fisici che psichici, con le strutture sanitarie locali andate subito sotto pressione e in difficoltà. Nei mesi successivi, sono stati contati anche diversi morti da overdose.

La Sierra Leone ha così conosciuto il kush, termine affibbiato alla nuova droga misteriosa. Ma Freetown non disponeva di armi per contrastarne la diffusione e così, nel giro di pochi mesi, morti per overdose e ricoveri sono diventati la norma in molte regioni.

L’emergenza sanitaria del 2024

Julius Maada Bio, presidente della Sierra Leone, nell’aprile del 2024 ha tenuto un discorso televisivo per dichiarare l’emergenza nazionale: “Siamo di fronte – ha dichiarato davanti le telecamere – a una minaccia esistenziale“. È la prima volta che un governo ha dichiarato un’emergenza per via della diffusione di una sostanza stupefacente. Circostanza che aiuta a capire la complessità della situazione, legata all’impennata nel numero di morti di overdose tra i più giovani e alla pressione sulle già fragili istituzioni sanitarie.

In Sierra Leone infatti, anche a causa della guerra civile degli anni ’90 che ha distrutto buona parte delle infrastrutture, nella stessa capitale è difficile trovare ospedali in grado di offrire cure e supporti necessari. Nelle aree più remote, la situazione è ancora più difficile e intere comunità si sono ritrovate da sole nel contrastare la diffusione del kush. I media locali, hanno anche messo in rete la notizia che, tra le sostanze usate per comporre le dosi, erano presenti ossa umane triturate. Un’affermazione rivelatasi falsa, ma in parte considerata utile per provare ad allontanare i più giovani da ogni tentazione.

La situazione oggi

La guerra non è stata ancora vinta e, al contrario, adesso la diffusione di questa sostanza sta interessando anche i Paesi dell’area vicina. L’Ecowas, l’organizzazione che riunisce i governi dell’Africa occidentale, ha dichiarato nei mesi scorsi la diffusione del kush come minaccia transnazionale. Tuttavia, in Sierra Leone alcuni segni di speranza sono arrivati grazie alla analisi dettagliate delle dosi sequestrate tra le vie di Freetown. In particolare, così come si legge negli studi resi noti dal Global Initiative against Transnational Organised Crime, le dosi di kush contengono oppioidi sintetici noti come nitazeni, 25 volte più potenti del fentanyl.

I test erano stati chiesti dal governo della Sierra Leone: conoscere il nemico, in ogni guerra, è il primo passo per prendere le contromisure. In effetti, le analisi hanno dato due chiare indicazioni. La prima, riguarda la possibilità di usare alcune sostanze come il naloxone per contrastare gli effetti del kush e far diminuire le morti per overdose. La seconda, è inerente al fatto che, contrariamente a quanto creduto all’inizio dell’emergenza, le sostanze chimiche usate per produrre le dosi arrivano dall’estero. In particolare, da Cina, Regno Unito e Paesi Bassi. Freetown potrebbe quindi setacciare i carichi che quotidianamente arrivano nei propri porti dai Paesi in questione, al fine di bloccare il processo di produzione della droga.

Il kush come emblema del malessere sociale

Da quando è stata dichiarata l’emergenza nazionale, le autorità si sono mosse soprattutto in chiave repressiva. Sono state attuate molte operazioni di polizia, alcune delle quali hanno smantellato centrali di spaccio, gang organizzate e reti di spacciatori. Ma questo non è ovviamente bastato, anche perché una volta catturati i principali criminali, il mercato è stato preso in mano da singoli spacciatori. Pesci piccoli cioè, ancora più difficili da controllare.

Ma il vero problema ha natura soprattutto sociale. Molti giovani qui non hanno prospettive, appaiono disillusi da una realtà che non permette loro non solo di lavorare ma anche di pensare a un futuro diverso. La droga è il porto più sicuro, anche il meno costoso e il più facile da avere. La vera sfida della Sierra Leone è costruire, con il passare del tempo, una rete sanitaria capace sia di curare chi è vittima della droga e sia di prevenire l’ulteriore diffusione del letale “virus” del kush. In tal senso, la prevenzione e le campagne di educazione potrebbero salvare molte vite e alleviare il peso sul sistema sanitario.

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