La sanità in Libia

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La Libia da molto tempo è un Paese diviso e, di fatto, fallito. Lo è soprattutto dal 2011, anno in cui l’intervento anglo-francese a guida Nato ha ribaltato il regime di Gheddafi. Ma anche durante l’era del rais, il concetto di Stato all’interno del territorio libico appariva alquanto aleatorio per non dire inesistente. In una situazione del genere, appare difficile organizzare una qualche forma di servizio sanitario adeguato per le esigenze della popolazione. Soltanto nelle realtà più grandi, a partire da Tripoli e Bengasi, la situazione appare quantomeno gestibile. Ma la Libia è un Paese molto vasto, con ampi territori desertici e remoti in cui anche in condizioni normali sarebbe difficile impiantare un servizio adeguato. Qualcosa però si muove, tra investimenti stranieri e spinte interne. La sanità libica rappresenta da un lato l’emblema di cosa accade all’interno di uno Stato fallito, ma dall’altro anche l’esempio di come un sistema può riuscire a sopravvivere in condizioni proibitive.

Il primo problema: la mancanza di strutture

Sotto il profilo prettamente politico, la Libia è divisa grossomodo in due grandi parti: l’area occidentale e gravitante attorno Tripoli e la regione orientale controllata in gran parte dal generale Khalifa Haftar. La prima è sotto l’influenza del governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamed Ddeibah, l’unico internazionalmente riconosciuto. Ma le sue istituzioni sono tutt’altro che unitarie e in grado di controllare il territorio. Al contrario, il governo si regge sull’appoggio delle milizie e su un equilibrio militare molto precario. A est, Haftar ha provato a dare una parvenza di unità ma anche il suo esercito in realtà altro non è che una sommatoria di gruppi armati e tribù. Sono almeno tre le guerre subite dal Paese dal 2011 in poi: la prima è quella caratterizzata dal sopra richiamato intervento della Nato, poi si è avuto il conflitto civile successivo alle elezioni del 2014 e infine la guerra innescata dall’azione di forza di Haftar contro Tripoli nel 2019.

Ognuna di questa fase di conflitto ha causato danni imponenti alle infrastrutture. Strade, acquedotti, scuole sono finite nel mirino delle parti in lotta. A questo elenco, non possono purtroppo mancare nemmeno gli ospedali. Diversi presidi sanitari sono andati distrutti perché raggiunti da raid e bombardamenti oppure perché, come accaduto soprattutto nella guerra urbana combattuta nella periferia di Tripoli nel 2019, le linee del fronte sono pericolosamente arrivate a ridosso delle strutture. Una situazione vista non solo nella capitale libica, ma anche in altre città. Difficile quantificare quanti ospedali e quanti presidi sanitari siano stati distrutti o danneggiati, ma fonti locali da tempo parlano di decine di strutture in rovina. Ma il problema investe anche gli edifici rimasti in piedi: senza la ricostituzione di uno Stato, è complesso gestire quel poco che ancora funziona.

La forte pressione sugli ospedali

Il risultato è quindi quello di avere poche strutture, messe peraltro sotto pressione a causa del clima di guerra perenne. Ogni fase conflittuale infatti, provoca feriti durante e dopo gli scontri. Gli ospedali sono così frequentati da mutilati e altre persone bisognose di cure per un lungo periodo a causa delle ferite di guerra. C’è poi il tema dei rifugiati interni: secondo le stime delle Nazioni Unite, su sette milioni di abitanti la Libia conta oltre un milione di persone rimaste senza casa.

Importante anche il tema legati ai migranti, soprattutto a Tripoli. Si calcola che in tutto il Paese sono circa 800.000 gli stranieri irregolari, molti di loro provengono dall’Africa subsahariana. Si tratta di persone arrivate, nella stragrande maggioranza dei casi, durante l’era Gheddafi quando la Libia attirava diversi lavoratori impiegati poi nella manodopera. Ma ci sono anche interi gruppi giunti tramite le carovane organizzate dai trafficanti di esseri umani. Purtroppo, secondo stime di Amnesty International e di Medici Senza Frontiere, molti a Tripoli e dintorni vivono in improvvisati centri gestiti dalle milizie. Altri in campi in mano alle istituzioni, dove però la situazione non è certo delle migliori.

Ogni giorno, da qui decine di persone vengono indirizzate negli ospedali per patologie ricollegabili alla malnutrizione, all’ipotermia oppure anche a ferite provocate dai trafficanti durante il tragitto o dentro i campi. Il più delle volte, i servizi sanitari necessari per i migranti non riescono a essere gestiti dalle strutture locali. Confermando quindi l’estrema fragilità della sanità libica.

Tra investimenti stranieri e progetti locali

Nonostante la mancanza di una vera stabilità, in Libia si cerca in qualche modo di guardare ugualmente avanti. Del resto, costruire nuove opere genera consenso e chi attualmente governa porzioni del Paese ha tutto l’interesse a mostrare l’apertura di nuovi cantieri. Inoltre, le grandi opere da ricostruire e risanare sono anche un’occasione per nuovi bandi, nuovi appalti e nuove opportunità tanto per i potentati locali quanto per le aziende straniere. A Misurata e a Tripoli si sta mettendo mano agli aeroporti e a diverse nuove strade, con i turchi che provano a sfruttare il legame particolare con il premier Ddeibah. Aziende del Paese anatolico sono interessate anche al recupero di diverse strutture sanitarie chiuse oramai da un decennio. Altri bandi sono stati invece emanati dalle autorità dell’est, uno di questi riguarda il recupero e il potenziamento del principale ospedale pubblico di Bengasi. Il fondo nazionale per la ricostruzione, guidato dalla famiglia Haftar, ha messo sul piatto due miliardi di Euro per i lavori affidati a una delle più importanti aziende del settore del nostro Paese, il Gruppo San Donato.

Nel sud del Paese, in quel Fezzan che rappresenta l’area più remota del territorio libico, diverse associazioni stanno provando a rianimare una situazione disastrosa. Nel distretto di Ghat ad esempio, così come sottolineato dall’associazione Helpcode, sono rimasti attivi soltanto un ospedale e due centri di assistenza primaria. Qui la popolazione locale, unita ad altre associazioni straniere, stanno portando avanti progetti per mettere a rete nuove strutture. Segno di una Libia che continua a navigare sull’orlo del disastro ma che, come accade da oltre un decennio, non dà segni di resa definitiva.