C’è una nuova pandemia che potrebbe colpire nei prossimi anni l’Africa. Non si tratta però di un virus o di una nuova malattia infettiva. La vera nuova pandemia è legata allo stop ai finanziamenti a favore della sanità africana. Secondo uno studio pubblicato nei giorni scorsi su The Lancet, il taglio drastico osservato negli ultimi mesi negli aiuti al continente potrebbe avere un effetto pari a quello di un’epidemia. In particolare, potrebbero esserci da qui al 2030 qualcosa come 14 milioni di morti in più rispetto alla media e ai casi attuali. Il dito dello studio della rivista è puntato soprattutto sui tagli relativi al programma Usaid, voluti a inizio anno dal presidente Usa Donald Trump. L’Africa tuttavia potrebbe avere al suo interno i mezzi per mitigare l’impatto della diminuzione dei fondi. La sfida per il continente è proprio questa: sopravvivere al taglio degli aiuti internazionali.
Usaid e non solo
The Lancet si è focalizzata sul piano Usaid perché, specialmente negli ultimi venti anni, dietro questa sigla si è celato il più importante programma umanitario internazionale. Inoltre, il taglio dei capitoli destinati a Usaid ha avuto a febbraio un’importante eco mediatica. Le stretta sul piano è stata infatti presentata da Donald Trump, assieme all’allora alleato (e responsabile del dipartimento Doge) Elon Musk, come un successo nella lotta agli sprechi e allo sperpero di denaro pubblico. I tagli hanno interessato soprattutto l’Africa, lì dove i progetti finanziati da Usaid hanno avuto un impatto decisivo per i successi di inizio secolo della sanità continentale.
Tuttavia, i tagli agli aiuti non stanno arrivando solo dagli Stati Uniti. Già da tempo è ravvisabile un trend volto a una progressiva diminuzione dei fondi anche dall’Europa. Complice la crisi economica, così come complice una generale revisione della spesa, il Vecchio Continente sta complessivamente girando meno somme all’Africa. Circostanza che contribuisce ovviamente ad aumentare i timori per la sostenibilità della sanità futura.
La prima strategia: puntare sulla prevenzione
In un continente in cui in diverse regioni si fa fatica ad avere un regolare accesso all’acqua potabile, la prima sfida consiste evidentemente nel creare le condizioni affinché le persone possano ricevere tutti i servizi indispensabili e quindi ammalarsi di meno. In una sola parola, la prima cura è la prevenzione. Ne è convinto ad esempio Githinji Gitahi, Ceo di Amref, Ong da tempo impegnata nel continente: “Sicuramente non possiamo permetterci cure sanitarie per tutti, ma possiamo permetterci la salute, che ridurrà i nostri costi sanitari complessivi”, ha dichiarato.
Investire su una maggiore accessibilità dell’acqua potabile, migliorare la situazione ambientale nelle grandi megalopoli, affrontare il problema dello smaltimento dei rifiuti: si tratta di azioni che permetterebbero una drastica diminuzione di numerose malattie, circostanza che a sua volta comporterebbe un ridimensionamento del fabbisogno sanitario.
Investimenti, partenariati e produzione interna: le altre ricette per il futuro
Dell’arrivo di sempre meno somme per la sanità africana se n’è parlato già a febbraio a Kigali, capitale del Ruanda. Il Paese, protagonista di un importante sviluppo a livello sanitario, ha ospitato la sesta conferenza internazionale sulla sanità africana. I vari ministri e capi di governo intervenuti sono stati d’accordo soprattutto su un preciso punto: occorre aumentare gli investimenti pubblici dei Paesi africani. Attualmente, soltanto il Sudafrica riesce a spendere il 15% del Pil in sanità mentre soltanto Capo Verde ha fissato come obiettivo quello di arrivare alla cifra spesa da Pretoria. Tutti gli altri sono ben lontani da un simile risultato, ma adesso occorrerà invertire la rotta.
C’è un altro punto su cui l’Africa potrebbe puntare: i partenariati tra pubblico e privato, un modo per garantire importanti servizi senza passare da ulteriori aggravi di spesa per le casse di Stati che spesso presentano gravi problemi di budget. E poi c’è forse quella che più di tutte rappresenta una sfida decisiva per il futuro: aumentare la produzione di medicinali e vaccini all’interno del continente. Gli Stati spenderebbero meno e, inoltre, l’Africa si approprierebbe del know how necessario per diventare sempre più autonoma.

