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La rivoluzione sanitaria della Cina: perché Pechino ha bisogno degli Usa

Se, da un lato, la Cina lavora per raggiungere l'autosufficienza economica e intende smarcarsi dalla dipendenza tecnologica statunitense, dall'altro esiste ancora un ambito nel quale Pechino e Washington possono collaborare: il campo della salute pubblica.

Se, da un lato, la Cina lavora per raggiungere l’autosufficienza economica e intende smarcarsi dalla dipendenza tecnologica statunitense, dall’altro esiste ancora un ambito nel quale Pechino e Washington possono collaborare: il campo della salute pubblica. Già, perché il Dragone ha un obiettivo preciso fissato, nero su bianco, nelle pagine che compongono un dettagliato piano lanciato nel 2016 e denominato Healthy China 2030, qualcosa che in italiano suona come Cina Sana 2030.

Il gigante asiatico intende infatti ottimizzare l’assistenza sanitaria nazionale elevandola, entro la fine del decennio, allo stesso livello di quella delle nazioni più sviluppate. Fateci caso: la Cina ha da tempo aperto il proprio mercato interno ai farmaci statunitensi e occidentali più avanzati, e, nonostante sia in un corso una guerra commerciale con gli Usa, ha esentato i prodotti medicali da tariffe e ritorsioni.

Le forniture che Pechino ha esentato dai dazi – in attesa di capire cosa accadrà tra qualche settimana – comprendono infatti vaccini, prodotti chimici diagnostici, adesivi chirurgici, sedativi della tosse e altri medicinali. Nel 2024, ha sottolineato il Wall Street Journal, la Cina ha importato prodotti farmaceutici per un valore di 52 miliardi di dollari, in netta crescita rispetto ai 27 miliardi del 2017. Per la cronaca, tra i recenti medicinali stranieri accolti con particolare calore oltre la Muraglia troviamo Ozempic di Novo Nordisk, il farmaco contro il cancro ai polmoni Lorbrena della Pfizer e il vaccino contro il cancro al collo dell’utero Gardasil della Merck.

Healthy China 2030

Colmare il divario con l’Occidente, in termini economici ma parallelamente anche sul fronte della qualità della vita dei cittadini, è un’impresa ardua per la Cina. È per questa ragione che Pechino ha mantenuto apertissima la porta del dialogo farmaceutico, proprio perché attraverso questa cooperazione il Partito Comunista Cinese spera di rafforzare la prosperità nazionale – una delle basi della sua legittimità politica – anche migliorando l’assistenza sanitaria.

Basti ricordare che mezzo secolo fa l’aspettativa di vita oltre la Muraglia era di appena 60 anni contro i quasi 79 anni odierni (come gli Stati Uniti) raggiunti grazie al miglioramento dell’economia e delle infrastrutture sanitarie pubbliche. L’upgrade ha consentito al governo di avere a disposizione vaccini, acqua pulita, più ospedali e medici, nonché di ridurre i decessi correlati al parto e la presenza di malattie infettive.

Certo, archiviati i vecchi problemi il Partito deve fare i conti con nuovi ostacoli figli della combinazione tra urbanizzazione e crescente ricchezza. Quali? Metà degli adulti cinesi è obesa o in sovrappeso. Oltre 118 milioni di persone – un quarto della popolazione totale – soffrono di diabete. E – ancora, come negli Usa – le principali cause di morte in Cina sono dovute a malattie cardiache e cancro.

Gli obiettivi di Pechino

La Cina è una potenza assoluta nella produzione di farmaci generici e, come detto, ha accesso a farmaci di base e vaccini. Pechino risulta però essere ancora un attore emergente nell’innovazione farmaceutica. Non solo: l’assicurazione statale cinese “copre” economicamente soltanto alcuni farmaci americani – come per esempio i trattamenti per l’Hiv di Gilead – mentre gli altri devono essere pagati privatamente.

Piccolo problema: la classe media cinese continua a crescere e c’è chi chiede un’assistenza sanitaria migliore. Emblematico un dato raccolto dalla Banca Mondiale: nel 2022 la spesa sanitaria pro capite della Cina – includendo sia la spesa pubblica che privata – ammontava a 672 dollari contro i 12.434 dollari degli Stati Uniti. Il governo cinese ha dunque cambiato registro promuovendo misure interne e facilitando l’importazione di un maggior numero di farmaci stranieri (compresi quelli per il diabete e la perdita di peso).

Il Dragone ha addirittura ridotto i tempi di approvazione normativa per questi prodotti di oltre tre anni, in parte accettando dati di studi clinici esteri per evitare studi ridondanti. Il motivo? Semplice: Pechino desidera che le aziende farmaceutiche statunitensi e straniere svolgano un ruolo attivo nel miglioramento del livello di assistenza sanitaria del Paese nazionale. Un’occasione che i governi occidentali potrebbero – e dovrebbero – sfruttare per migliorare i loro rapporti diplomatici con la Cina.

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