La guerra in Iran e la sanità del Medio Oriente: l’impatto su un sistema in ascesa

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Non solo sport e non solo intrattenimento: il soft power delle monarchie del Golfo in questi ultimi anni è passato anche dalla sanità. Tra Dubai, Abu Dhabi, Doha, Riad e tra le altre grandi città della regione, sono state costruite importanti strutture e cliniche considerate all’avanguardia. Il tutto, attraendo anche personale dall’estero. L’Italia ne sa qualcosa, visto il fenomeno molto discusso negli anni di medici e infermieri che preferiscono trasferirsi sulle sponde del Golfo. Lì dove stipendi e condizioni di lavoro molto spesso risultano migliori. Ma adesso, con la guerra che sta interessando tutta la regione, la situazione rischia di diventare problematica. La sanità delle petromonarchie potrebbe assistere alla fine della sua ascesa, tra gente che rientra e mancanza di forniture.

La fuga dal Golfo

Il precedente paragone tra lo sportwashing e il soft power della sanità non è per caso. Allo stesso modo di come sono stati costruiti grandi stadi, nei Paesi del Golfo sono state edificate nell’ultimo decennio alcune delle più avveniristiche strutture sanitarie. E come non si è badato a spese per attrarre grandi campioni, così a favore di medici e infermieri stranieri sono state stanziate cifre importanti e capaci di calamitare l’attenzione di molti professionisti. Il motivo è da rintracciare non solo nella volontà di migliorare i locali sistemi sanitari, ma anche in quello di fare delle capitali della regione un’avanguardia in fatto di ricerca.

La creazione di poli sanitari e tecnologici, rappresenta da almeno due decenni una delle prerogative dei governi delle petromonarchie. Un modo per migliorare l’immagine dei Paesi in questione, ma anche per attirare maggiori investimenti. Il problema però, è che la caduta di razzi e droni sui grattacieli iconici delle metropoli mediorientali sta vanificando molti sforzi. Anche in questo caso, la situazione si può paragonare a quella sportiva: stanno tornando a casa molti campioni, al pari di come stanno andando via diversi professionisti.

Una circostanza che sta già adesso creando problemi. In molte cliniche, si sta cercando di frenare la fuga degli operatori nel timore di vedere le strutture andare sotto organico. Dall’Arabia Saudita al Qatar, passando per Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Oman, il timore di molti governi è quello di avere ospedali meno pronti e preparati. Il tutto poi, proprio in una fase in cui l’arrivo di ordigni dall’Iran richiederebbe maggiori sforzi. Non si può parlare di collasso della sanità regionale, almeno per il momento. Ma di certo, le preoccupazioni iniziano a diventare sempre più importanti. Anche perché, tra le altre cose, con le varie economie ferme per via del blocco dello Stretto di Hormuz, gli introiti per finanziare i progetti rischiano di venir meno.

Non è solo un problema mediorientale

C’è inoltre la questione riguardante i rifornimenti. Con lo Stretto di Hormuz quasi del tutto impraticabile, non sono soltanto i rifornimenti di petrolio a scarseggiare. A Dubai, così come a Doha, già da giorni non si fanno vedere in porto le navi che trasportano farmaci e materiale medico. Una situazione che ha portato la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) a lanciare un’allerta. Proprio a Dubai infatti, ha sede uno degli hub dell’Oms che rifornisce di medicinali e strumenti vari alcune delle strutture allestite in situazioni di emergenza.

Da Dubai ad esempio, dipendono le forniture per il campo della città egiziana di El Arish usato per spedire aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Molte forniture, hanno fatto sapere dalla sede dell’Oms, sono in ritardo. Con conseguente preoccupazione per la tenuta della situazione a Gaza e in altri contesti limitrofi. Lo stesso discorso vale per i campi in Afghanistan e in altre aree delicate del medio oriente. Lo stop all’hub di Dubai sta generando ritardi nelle forniture, con non secondarie ricadute internazionali.