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La Cina conquista l’Africa anche con gli ospedali

Pechino impegnata a finanziare diverse strutture nel continente africano, da qui passa la sfida con Usa e Ue per i soft power

A Tagiura dal 2024 è attivo un grande e importate ospedale, tra i più moderni del Corno d’Africa. La cittadina si trova a Gibuti, Paese strategico in quanto affacciato sul Mar Rosso e il cui territorio non a caso ospita decine di caserme e basi militari straniere. C’è anche una base italiana, così come una cinese. Ma la bandiera del Paese asiatico non la si trova soltanto nella struttura in cui risiedono i suoi soldati. Al contrario, proprio all’ingresso del nosocomio di Tagiura non mancano vessilli del Dragone al fianco di quelli di Gibuti. Il motivo è semplice: la Cina ha finanziato interamente la costruzione della struttura, divenuta fiore all’occhiello della sanità regionale ma anche della presenza di Pechino in questa parte del continente.

Quello di Tagiura è soltanto un esempio, in quanto di strutture sanitarie finanziate dai cinesi in Africa oramai se ne contano parecchie. Dal Ruanda, dove il gigante asiatico ha costruito l’ospedale di Masaka, alla Repubblica Centrafricana, passando per le Comore e il Lesotho. Non solo stadi e non solo ferrovie dunque, il soft power cinese in Africa si realizza anche con gli ospedali. E adesso sembra essere partita una vera e propria competizione su questo fronte con Usa e Ue.

Gli ospedali come parte del soft power

Ferrovie e porti sono infrastrutture che, se costruite in Africa, hanno un vantaggio per chi le finanzia: permettere alle merci di correre più velocemente e aumentare quindi il commercio. La Cina ha da tempo intrapreso questa strategia, finanziando nuove lunghe tratte ferrate in grado di collegare alcuni porti con alcune delle più importanti capitali del continente. Vale ad esempio per la ferrovia tra Mombasa e Nairobi, così come quella che mette in comunicazione proprio il porto di Gibuti con Addis Abeba. Gli ospedali, a prima vista, non sembrano offrire un immediato vantaggio strategico ed economico. Si tratta di strutture che offrono al territorio il potenziamento di vitali servizi prima quasi del tutto inesistenti, ma che non impattano sul commercio o su altri settori economicamente importanti. In realtà, la situazione è un po’ diversa. In primo luogo, il Paese che realizza l’investimento permette a proprie aziende di lavorare e ramificarsi all’estero.

L’elemento più importante da tenere in considerazione riguarda però il soft power. La capacità cioè di influenzare un territorio senza l’ausilio delle armi, dell’hard power appunto, ma con strumenti legati all’economia, alla politica e anche alla cultura. La Cina, costruendo diversi ospedali in vari Paesi africani, si è garantita la permanenza delle proprie bandiere in molte città africane. In questa maniera, Pechino fa sentire la sua presenza nel continente al pari di come accade già in altri settori.

A Bobo-Dioulasso, seconda città del Burkina Faso, gli ideogrammi cinesi sono posizionati al fianco delle indicazioni in francese all’interno del locale ospedale universitario. La struttura è stata inaugurata il 25 dicembre scorso, alla presenza di alcuni rappresentanti cinesi i quali hanno rivendicato il ruolo del loro governo nel finanziamento dei lavori. Stesso discorso per il General Hospitali di Kinshasa, così come per la più importante clinica oculistica di Maseru. Lì dove c’è un ospedale costruito da Pechino, vi è un tassello importante del soft power cinese. E seguendo il programma del China-Africa Cooperation Beijing Action Plan 2025-2027, di tasselli del genere potrebbero esserci sempre di più nel prossimo futuro.

La sfida con Ue e Usa

Non tutto è oro quello che luccica, come spesso capita. La politica di soft power sanitaria cinese ha i suoi limiti, tanto per Pechino quanto per i Paesi africani che ospitano strutture finanziate dal dragone. In una ricerca del 2025 del Global Health Research and Policy, è emerso ad esempio che al fianco dei miglioramenti dei servizi sanitari nei territori che ospitano i nuovi ospedali, ci sono anche importanti criticità. Quali le difficoltà legate alle incomprensioni linguistiche e alle barriere di ordine culturale. Nel 2026, uno studio del PubMed Center ha rivelato anche problemi legati alla sostenibilità economica dei finanziamenti e al rischio, percepito come molto forte da parte delle opinioni pubbliche africane, di patire una dipendenza tecnologica da Pechino.

Nonostante i punti deboli, la Cina vuole premere sull’acceleratore sul fronte del soft power sanitario in Africa. Sfruttando peraltro quello che oggi appare come un ridimensionamento della propria presenza da parte degli Usa. Quando Donald Trump nel gennaio 2025 è tornato alla Casa Bianca, ha subito interrotto i finanziamenti legati a Usaid e, tra questi, molti coprivano progetti sanitari in Africa. Oggi Washington sta puntando su una strategia più vocata a singoli accordi su specifici progetti con singoli Paesi africani, ma di fatto la Casa Bianca ha improvvisamente ridimensionato la propria presenza nel continente.

L’Europa, al contrario, punta a implementare i propri investimenti. Nell’ambito dell’iniziativa Mav+, l’Ue nel 2026 stornerà verso l’Africa oltre cento milioni di Euro per progetti riguardanti la formazione del personale, la produzione in loco di materiale sanitario e il potenziamento di alcuni enti sanitari. Il Vecchio Continente appare quindi ben presente, anche se a livello di strutture sanitarie la Cina fa la parte del leone. Proprio questa posizione di potenziale vantaggio, sta inducendo Pechino a puntare ulteriormente sulla sanità in Africa per il proprio soft power. Sfidando così sia gli Usa, in parte in ritirata, che la stessa Ue.

Fonti:

https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12978664/?

https://link.springer.com/article/10.1186/s41256-025-00420-2

https://www.fmprc.gov.cn/eng/zy/gb/202409/t20240905_11485719.html?

https://www.nature.com/articles/d41586-026-00425-y?

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