Per anni l’Italia si è raccontata come il paese della dieta mediterranea, dei mercati rionali, del cibo “buono e sano” contrapposto al junk food d’oltreoceano. L’immaginario collettivo è quello di un popolo tendenzialmente in salute, longevo, protetto dai suoi piatti tradizionali. Ma dietro questa narrazione rassicurante, da tempo, si muove un’altra storia: quella di un paese in cui l’eccesso di peso è diventato la norma per una parte enorme della popolazione adulta, e in cui già a otto o nove anni troppi bambini hanno un corpo che porta segni precoci di una malattia metabolica che dura tutta la vita.
Nel 2023, secondo i dati ufficiali, il 44,6% degli italiani sopra i 18 anni è in sovrappeso o obeso. Quasi una persona su due. La quota è rimasta sostanzialmente stabile rispetto al 2019, ma la componente di vera e propria obesità ha continuato a crescere nel tempo: gli adulti con obesità sono arrivati all’11,3%, in aumento rispetto al 10% di inizio anni Duemila. Gli uomini stanno peggio delle donne: oltre il 53% dei maschi adulti è in sovrappeso o obeso, contro il 36% delle donne. E come sempre in Italia, le medie nazionali nascondono fratture profonde: nel Mezzogiorno l’eccesso di peso riguarda quasi il 50% degli adulti, rispetto a poco più del 41% nel Nord-Ovest. Le differenze sociali sono altrettanto nette: tra chi ha al massimo la licenza media, più della metà è in sovrappeso o obeso, mentre fra i laureati la quota scende a circa un terzo.
Se traduciamo queste percentuali in persone, le cifre diventano ancora più concrete. Un’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità, relativa al biennio 2020-2021, stimava che circa 17 milioni di italiani adulti fossero in sovrappeso e oltre 4 milioni vivessero già con obesità conclamata. In altre parole, l’eccesso ponderale è ormai una condizione di massa, non una deviazione marginale. E questa massa di corpi appesantiti si porta dietro un carico crescente di diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiovascolari, apnee notturne, artrosi, alcune forme di tumore.
Ma forse il dato che racconta meglio la portata del problema, e il suo futuro, è quello che riguarda l’infanzia. La sorveglianza nazionale “OKkio alla Salute”, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, ha fotografato nel 2023 la situazione dei bambini italiani di terza elementare, quindi di otto-nove anni. Su oltre quarantaseimila bambini partecipanti, il 19% risulta in sovrappeso e il 9,8% obeso, con un 2,6% in condizione di obesità grave. I maschi stanno leggermente peggio delle femmine, ma la verità è che la differenza di genere impallidisce di fronte a quella geografica e sociale: i valori sono molto più alti al Sud e nelle famiglie più svantaggiate.
Se proviamo a trasformare le percentuali in immagini di classe, il quadro diventa immediato: su dieci bambini di terza, in media sette hanno un peso normale, due sono in sovrappeso e uno è obeso. Nelle regioni meridionali, però, questo equilibrio si spezza. In Campania, per esempio, due bambini e mezzo su dieci sono in sovrappeso e quasi due su dieci sono obesi: significa che in una classe, quattro alunni su dieci vivono già in un grave eccesso ponderale. In Trentino, all’estremo opposto, la quota di bambini sovrappeso si aggira attorno al 12% e quella di obesi scende sotto il 4%. Dal 43% di bambini in eccesso ponderale in Campania a circa il 15% in Trentino: nella geografia dell’obesità infantile, l’Italia è spaccata in due.
C’è una notizia, tuttavia, in parte rassicurante: rispetto al 2008-2009, il sovrappeso infantile è sceso dal 23,2% al 19%, e l’obesità dal 12% al 9,8%. Ma da quasi dieci anni la curva non cala più, fluttua in un plateau che indica una sorta di “nuovo normale” di eccesso ponderale. Nel frattempo, i comportamenti a rischio restano diffusi: un bambino su dieci non fa colazione, più di un terzo la fa in modo inadeguato, quasi sette su dieci fanno merende molto abbondanti, oltre un quarto non mangia frutta o verdura ogni giorno, e quasi la metà passa più di due ore al giorno davanti a schermi.
Questi numeri basterebbero da soli a parlare di emergenza nazionale. Ma in realtà l’Italia è inserita in una crisi globale dell’obesità che sta cambiando il profilo delle malattie del pianeta. Secondo le stime più recenti, nel 2022 più di 890 milioni di adulti nel mondo vivevano con obesità, pari a circa il 16% della popolazione adulta globale, e oltre 2,5 miliardi erano in sovrappeso. La prevalenza di obesità è più che raddoppiata dal 1990 al 2022, e nel 2022 si calcolavano circa 879 milioni di adulti e 159 milioni tra bambini e adolescenti con obesità: più di un miliardo di persone in tutto.
Non va meglio se guardiamo al futuro: una grande analisi pubblicata su una delle principali riviste mediche internazionali ha stimato che, senza interventi forti, entro il 2050 circa il 60% degli adulti e un terzo dei bambini nel mondo potrebbe essere in sovrappeso o obeso. Questo significa passare da poco più di 700 milioni di adulti in eccesso ponderale nel 1990 a oltre 2,1 miliardi nel 2025, con una proiezione fino a 3,8 miliardi di adulti e 746 milioni di bambini entro metà secolo. In Europa, e in particolare nell’area mediterranea, l’Italia non è affatto un’eccezione virtuosa: i dati internazionali collocano il nostro paese fra quelli con valori più elevati di eccesso ponderale nei bambini, insieme a Spagna, Grecia e Cipro.
E un aggiornamento italiano che sintetizza i dati inclusi in un grande studio globale pubblicato su Lancet evidenzia che la prevalenza di obesità negli adulti italiani ha raggiunto il 18%, mentre fra bambini e ragazzi le percentuali di obesità sono circa il 12% nei maschi e l’8% nelle femmine.
In questo contesto, quello che è accaduto in Italia in questo autunno è qualcosa che va oltre il pur importante ambito sanitario: è un vero cambio di paradigma politico e culturale. Con la Legge 3 ottobre 2025, n. 149, entrata in vigore il 24 ottobre, il Parlamento ha approvato una norma specifica dal titolo “Disposizioni per la prevenzione e la cura dell’obesità”. Al di là della formula giuridica, il cuore del provvedimento è contenuto in una frase chiave: “L’obesità è riconosciuta come patologia cronica sociale e invalidante”.
Per la prima volta, in modo esplicito e con una legge ad hoc, l’Italia non considera più l’obesità un semplice fattore di rischio o un problema di stile di vita, ma una malattia cronica vera e propria, con una dimensione sociale e invalidante. In parallelo, la legge prevede che l’assistenza alle persone con obesità rientri nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), riconoscendo dunque il diritto all’accesso alle cure rimborsate, e inserisce l’obesità nel Piano Nazionale della Cronicità, lo strumento con cui lo Stato organizza la presa in carico di lungo periodo delle patologie croniche.
Non si tratta solo di parole. Il provvedimento autorizza finanziamenti dedicati: dal 2025 è previsto il finanziamento di un programma nazionale per la prevenzione e la cura dell’obesità, con una spesa di 700 mila euro per il 2025, 800 mila per il 2026 e 1,2 milioni annui a partire dal 2027. A questi si aggiungono 400 mila euro all’anno dedicati alla formazione di medici, pediatri e personale del Servizio sanitario nazionale sui temi di sovrappeso e obesità, e 100 mila euro annui per campagne di informazione e sensibilizzazione sui corretti stili di vita e la lotta alla sedentarietà. Viene inoltre istituito, presso il Ministero della Salute, un Osservatorio per lo studio dell’obesità, incaricato di monitorare dati epidemiologici, valutare le politiche e diffondere conoscenze sugli stili di vita.
L’Italia, grazie a questa legge, viene descritta da diversi osservatori come il primo paese al mondo ad adottare una cornice normativa così esplicita e organica sull’obesità, che unisce prevenzione, cura e inclusione sociale. Alcune analisi sottolineano come si tratti della “prima legge al mondo per la prevenzione e la cura dell’obesità, riconosciuta come patologia cronica”, e diverse società scientifiche di diabetologia e obesità hanno salutato il provvedimento come un passaggio “di grande rilievo per la salute pubblica”.
Questo passaggio legislativo, però, non nasce nel vuoto. Già da anni le principali organizzazioni sanitarie internazionali riconoscono l’obesità come malattia cronica non trasmissibile, strettamente associata a diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, tumori e altre patologie. Nel 2022 l’Assemblea Mondiale della Sanità ha approvato un piano di accelerazione globale per fermare l’epidemia di obesità, mettendo nero su bianco il suo ruolo tra le principali cause di morte e disabilità nella Regione europea.
A livello scientifico, un gruppo internazionale di esperti ha proposto di superare la definizione di obesità basata solo sul BMI, distinguendo tra “obesità clinica”, caratterizzata non solo dall’indice di massa corporea ma anche da circonferenza vita e presenza di danni alla salute, e “pre-obesità clinica”, per chi è ad alto rischio pur non avendo ancora sviluppato complicanze. Questa nuova cornice concettuale mira a identificare meglio chi ha davvero bisogno di trattamenti intensivi e chi invece può beneficiare soprattutto di interventi preventivi sullo stile di vita.
La scelta italiana di riconoscere l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante — così la definiscono esperti e clinici in sedi ufficiali, sottolineando che non si tratta di un problema di “mancanza di volontà” — si colloca pienamente dentro questa evoluzione internazionale. Ma la rende concreta: traduce concetti medici in diritti, obblighi istituzionali, percorsi assistenziali.
C’è poi un altro elemento che rende questo passaggio un vero spartiacque: il tempo storico in cui avviene. Mentre il legislatore cambia il quadro giuridico, la medicina sta vivendo una rivoluzione terapeutica nel trattamento dell’obesità. Negli ultimi anni sono arrivati in Italia farmaci come semaglutide, un agonista del recettore GLP-1, e tirzepatide, che combina l’azione su GIP e GLP-1: molecole nate per il diabete che, alle dosi oggi impiegate, portano a cali ponderali paragonabili in alcuni casi alla chirurgia bariatrica. Studi di real life su pazienti italiani sovrappeso o obesi confermano che questi trattamenti, inseriti in programmi strutturati, consentono perdite di peso significative e migliorano diversi parametri cardiometabolici.
Non stupisce che il mercato esploda: le stime indicano che la spesa privata per gli agonisti GLP-1 in Italia è più che raddoppiata in un solo anno, passando da poco più di 50 milioni di euro nel 2023 a oltre 115 milioni nel 2024. Ma questi medicinali hanno costi elevati e, per essere efficaci, devono essere assunti per lunghi periodi, spesso anni. Oggi, in assenza di rimborsabilità su larga scala, l’accesso è fortemente diseguale.
Sul versante della salute pubblica, l’Italia prova così a colmare un ritardo storico. Per anni, l’obesità è stata trattata come un “rischio” fra tanti, spesso spostata sul piano della responsabilità individuale. Ora entra a pieno titolo nel Piano Nazionale della Cronicità, accanto a patologie come diabete, malattie cardiovascolari, BPCO. Questo significa, almeno nelle intenzioni, che i sistemi regionali dovranno programmare servizi, percorsi, ambulatori e centri specializzati per l’obesità, integrati con la medicina generale, la pediatria di libera scelta, i servizi ospedalieri e territoriali.
Le implicazioni globali di questa scelta non sono secondarie. In molti paesi ad alto reddito, l’obesità è già riconosciuta come malattia, ma poche nazioni hanno adottato una legge organica specifica, con finanziamenti dedicati, inserimento nei livelli essenziali di assistenza e in un piano nazionale per le cronicità. L’Italia diventa dunque un laboratorio politico e sanitario: un caso da osservare per capire se riconoscere per legge l’obesità come malattia cronica aiuti davvero a migliorare prevenzione, equità di accesso alle cure, uso appropriato dei farmaci innovativi, riduzione dei costi a lungo termine dovuti alle complicanze.
Non è detto, infatti, che il solo riconoscimento normativo basti. L’Italia, con i suoi dati di prevalenza — circa un adulto su cinque con obesità, percentuali ancora molto alte fra i bambini, un forte intreccio tra eccesso di peso e diabete di tipo 2 — ha tutti gli elementi per diventare un caso emblematico del concetto di “diabesità”, quell’intreccio tra diabete e obesità che rappresenta una delle principali sfide per i sistemi sanitari del XXI secolo.

