Il 2 ottobre scorso uno spaventoso spettro della storia si è riaffacciato in Siberia: la peste. Siamo a Irkutsk, nella Siberia orientale: la morte di una giovane dipendente dell’Istituto di ricerca antipeste della Siberia e dell’Estremo Oriente ha innescato panico e indagini, attirando l’attenzione delle autorità sanitarie internazionali.
Daria Shipilova, una tecnica di laboratorio di 28 anni, era stata ricoverata il 29 settembre per una grave polmonite ed è morta il 2 ottobre. Le prime indiscrezioni diffuse dalla stampa russa avevano ipotizzato un’infezione da peste polmonare, eventualmente contratta durante un incidente di laboratorio. Una ricostruzione che le autorità di Mosca hanno successivamente respinto, sostenendo che gli accertamenti non avessero individuato microrganismi pericolosi associati all’attività professionale della dipendente.
Cosa è successo a Irkutsk?
Il 10 ottobre, l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato un rapporto ufficiale intitolato Pneumonia of undetermined etiology – Russian Federation, nel quale ricostruisce la successione degli eventi e le verifiche effettuate con le autorità russe. Il documento chiarisce che la diagnosi rimane una polmonite a eziologia indeterminata. I test comunicati da Mosca sono risultati negativi per i patogeni ad alto rischio ricercati, compreso quello responsabile della peste. Resta tuttavia sconosciuto l’agente che ha provocato il decesso.
L’OMS ha preso atto delle comunicazioni russe, senza tuttavia considerare definitivamente chiarita la causa del decesso. Ha raccomandato, ove appropriato, ulteriori indagini sui campioni clinici disponibili e sulle informazioni epidemiologiche.
Ma facciamo un passo indietro. Proprio in questi giorni il Wall Street Journal ha ricostruito la travagliata storia dell’istituto epidemiologico. Secondo il quotidiano americano, le autorità russe avevano già contestato all’istituto l’insufficienza dei piani di decontaminazione in caso di fuoriuscita accidentale di batteri.
La posizione della Russia
La peste è provocata dal batterio Yersinia pestis, un microrganismo che sopravvive in natura attraverso un ciclo che coinvolge piccoli mammiferi e pulci. Il contagio umano può verificarsi attraverso la puntura di pulci infette, il contatto con tessuti contaminati oppure, nella forma polmonare, l’inalazione di particelle respiratorie infette. Tra il 2019 e il 2025, la maggior parte dei casi si è concentrata nella Repubblica Democratica del Congo e in Madagascar. L’OMS distingue tre principali manifestazioni cliniche: la famigerata peste bubbonica, caratterizzata dall’ingrossamento doloroso dei linfonodi; quella setticemica, che interessa il sangue; e quella polmonare, particolarmente pericolosa per la rapidità della progressione e la possibilità di trasmissione interumana.
La presenza di focolai naturali in aree della Siberia, della Mongolia e della Cina rende la sorveglianza epidemiologica un elemento essenziale della sicurezza sanitaria regionale. Si tratta non solo di identificare eventuali infezioni umane, ma anche di monitorare fauna selvatica, vettori e dei cambiamenti ambientali che possono modificare le occasioni di esposizione al batterio. Secondo la scheda epidemiologica dell’OMS aggiornata, la peste polmonare non trattata può provocare la morte anche entro 18-24 ore dall’insorgenza dei sintomi. La disponibilità di antibiotici efficaci rende però possibile la guarigione. La Russia occupa una posizione particolarmente delicata nella geografia epidemiologica dell’Eurasia. Le regioni siberiane e le aree prossime alla Mongolia e alla Cina comprendono ecosistemi nei quali il batterio può mantenersi attraverso serbatoi animali.
Il caso di Irkutsk
Uno studio dello scorso aprile pubblicato su China CDC Weekly, basato sui dati nazionali di sorveglianza dal 2010 al 2024, ha documentato 33 casi umani di peste in Cina, dei quali 14 mortali, nel periodo considerato. Le infezioni si sono concentrate soprattutto nella Mongolia Interna, nella regione dello Xizang e nella provincia del Gansu. Un secondo studio del 2026, pubblicato sulla rivista scientificaiScience, ha analizzato oltre settant’anni di dati epidemiologici nella Mongolia Interna, individuando associazioni tra il rischio di infezione umana e fattori ambientali quali precipitazioni e prossimità alle infrastrutture ferroviarie.
Il caso di Irkutsk, tuttavia, risulta ancora più degno di attenzione, poichè coinvolge un istituto specializzato nello studio di agenti patogeni pericolosi. Se le prime ricostruzioni giornalistiche avevano ipotizzato che la ricercatrice fosse stata esposta al batterio durante la rottura accidentale di una provetta, le autorità russe hanno dichiarato che due verifiche indipendenti non hanno individuato incidenti di laboratorio. Le autorità hanno inoltre riferito che il decesso non è stato causato dalla peste, in quanto la ricercatrice era stata vaccinato contro gli agenti patogeni ad alto rischio con cui aveva lavorato. La donna, inoltre, non aveva viaggiato al di fuori dell’Oblast di Irkutsk nelle due settimane precedenti la comparsa dei sintomi.
La questione ha fatto scattare l’allerta in tutto il mondo: il 6 ottobre, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sollecitato una maggiore trasparenza da parte della Russia, mentre il presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington stava seguendo attentamente la situazione, manifestando disponibilità a fornire assistenza. Anche il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha seguito la vicenda, sottolineando che le informazioni disponibili non consentivano una conclusione definitiva sul potenziale rischio per la popolazione europea.