Il traffico di organi sulle nuove rotte della disperazione

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Il traffico di organi non coincide necessariamente con l’immagine cinematografica di una persona rapita, anestetizzata e privata di un rene in una clinica clandestina. La realtà documentata dalle organizzazioni internazionali è più complessa e, proprio per questo, più inquietante. Esistono almeno due fenomeni distinti: il traffico di persone finalizzato all’espianto degli organi e il traffico di organi, nel quale l’organo viene illegalmente rimosso, acquistato, venduto, trasportato o utilizzato, anche quando non è configurabile il reato di tratta di esseri umani. La distinzione è prevista anche dagli strumenti internazionali.

In entrambi i casi, però, il meccanismo economico alla base è lo stesso: da una parte c’è qualcuno che ha bisogno disperatamente di un organo; dall’altra qualcuno che possiede esattamente ciò che il primo non può ottenere legalmente. In mezzo c’è un mercato. E il mercato ha bisogno di vulnerabilità.

Il mercato invisibile

Le statistiche ufficiali raccontano soltanto una piccola parte del fenomeno. L’ultimo Global Report on Trafficking in Persons dell’UNODC ha identificato circa 175 vittime di tratta a fini di espianto di organi tra il 2017 e il 2023, segnalate dalle autorità di circa 25 Paesi. Il 63% delle vittime rilevate era costituito da uomini; il Nord Africa e il Medio Oriente rappresentavano la regione con il maggior numero di casi individuati. Nello stesso periodo sono state registrate circa 152 condanne in dieci Paesi. (

Il numero, apparentemente esiguo, è proprio ciò che potrebbe trarre in inganno. L’UNODC avverte che il fenomeno è estremamente difficile da individuare. Le operazioni possono essere rapide, spesso concentrate in un’unica transazione, e la vittima può apparire inizialmente consenziente. Se il consenso è ottenuto attraverso inganno, frode o abuso di una condizione di vulnerabilità, però, non è considerato valido ai fini della qualificazione della tratta.

Il Dipartimento di Stato americano ha sottolineato lo stesso problema: le barriere alla denuncia e la scarsità dei sistemi di raccolta dati fanno sì che la dimensione effettiva del traffico sia probabilmente molto superiore a quella registrata. È una delle caratteristiche che rendono il traffico di organi particolarmente difficile da combattere.

L’organo più ricercato è il rene, seguito da parti del fegato. L’UNODC segnala che le vittime ricevono spesso compensi molto inferiori a quelli promessi o addirittura nessun pagamento, mentre possono subire conseguenze fisiche e psicologiche a lungo termine. Il paradosso è che il traffico prospera proprio grazie all’esistenza di un sistema medico estremamente sofisticato. Un organo non può essere semplicemente “venduto” come un qualsiasi bene illegale. Serve compatibilità biologica. Serve un chirurgo. Serve una struttura. Servono analisi. Servono farmaci immunosoppressori. Servono documenti o documentazione sanitaria. Serve spesso attraversare una frontiera. E serve un paziente pronto a pagare. Per questo l’UNODC descrive le reti di traffico di organi come strutture che richiedono specialisti medici, coordinamento logistico e accesso alle strutture sanitarie.

Il criminale che controlla la frontiera, dunque, non deve necessariamente essere lo stesso che trova il donatore. Il broker che individua la vittima non deve essere quello che organizza il viaggio. Il medico che esegue l’operazione può trovarsi in un altro Paese. La filiera è transnazionale per sua natura.

La rotta del Mediterraneo e il laboratorio nordafricano

Le guerre non generano automaticamente un mercato di organi, creano però le condizioni nelle quali quel mercato può attecchire. Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha evidenziato come conflitti armati, popolazioni sfollate, rifugiati e collasso dello Stato di diritto possano essere sfruttati dai trafficanti per procurarsi organi. Quando le persone perdono casa, documenti, reddito e protezione giuridica, aumenta la loro esposizione a forme di sfruttamento che in condizioni normali sarebbero più difficili da imporre. La guerra distrugge le reti familiari. La fuga produce debiti. I campi profughi riducono le opportunità economiche. Le frontiere chiuse aumentano il potere dei trafficanti. La detenzione rende il migrante ricattabile. A quel punto il corpo può diventare la garanzia di un debito.

È lungo le rotte migratorie che questo meccanismo appare con particolare chiarezza.

Uno degli studi più recenti e dettagliati è quello del criminologo Seán Columb, pubblicato nel 2025 sulla rivista Crime, Media, Culture, dedicato alle connessioni fra traffico di migranti ed espianto illecito di organi lungo la rotta del Mediterraneo centrale. La ricerca non sostiene che tutti, o anche solo la maggioranza, dei migranti che attraversano Libia ed Egitto siano coinvolti nel traffico di organi. Al contrario, l’autore sottolinea esplicitamente che il campione è esplorativo e non rappresentativo di tutte le esperienze migratorie. Ma proprio questo campione permette di osservare un fenomeno molto più ampio: la convergenza di mercati criminali differenti.

Una persona può entrare nella filiera come migrante. Poi diventare debitore di uno smuggler. Essere sequestrata. Essere sottoposta a estorsione. Essere costretta al lavoro forzato. E infine ricevere la proposta di vendere un rene per pagare il debito o finanziare la fuga. Lo studio di Columb descrive proprio queste “sinergie criminali“: reti e intermediari che collegano traffico di migranti, estorsioni, detenzione, lavoro forzato e traffico di organi senza che necessariamente esista una singola organizzazione criminale che controlli l’intera filiera. Lo studio raccoglie testimonianze di rifugiati eritrei e sudanesi che raccontano di essere stati avvicinati da intermediari in Egitto o durante il percorso migratorio e di aver preso in considerazione, o effettivamente venduto, un rene per finanziare il viaggio o pagare debiti e riscatti.

Libia, Egitto e Siria: le rotte della vulnerabilità

La fascia che dal Corno d’Africa attraversa Sudan ed Egitto fino alla Libia e al Mediterraneo mostra in maniera particolarmente evidente come differenti mercati criminali possano sovrapporsi.

La Libia è il caso più evidente.

Anni di conflitto e frammentazione istituzionale hanno prodotto un ambiente nel quale gruppi armati e reti criminali possono sfruttare migranti e rifugiati. L’UNODC aveva già documentato, nelle sue analisi sulle rotte africane, casi e segnalazioni di migranti rapiti lungo il percorso verso il Nord Africa e successivamente sottoposti a estorsioni, riscatti o sfruttamento, incluso il rischio di rimozione di organi.

La questione è importante perché mostra come il traffico di organi possa non essere un’attività isolata. Una persona può entrare nella filiera come migrante e diventare successivamente vittima di rapimento, estorsione, lavoro forzato o sfruttamento finalizzato alla vendita di un organo.

Lo stesso meccanismo può operare in Egitto, che rappresenta uno dei principali snodi delle rotte provenienti dal Corno d’Africa e dal Sudan. Qui esistono anche precedenti giudiziari e investigativi documentati. L’UNODC ha ricordato un’indagine egiziana sul traffico di organi che nel 2016 portò all’arresto di 45 persone, tra proprietari di centri medici, medici e professori universitari. Il dato è importante perché dimostra ancora una volta la necessità di abbandonare l’idea del traffico di organi come attività necessariamente separata dalla medicina formale.

L’Egitto è inoltre particolarmente significativo per la sua posizione geografica: è contemporaneamente Paese di destinazione, transito e punto di passaggio per persone che arrivano da aree caratterizzate da guerre e crisi profonde.

La Siria rappresenta invece il caso più delicato. Nel corso della guerra sono circolate numerose accuse relative alla vendita di organi da parte di rifugiati e persone sfollate. Alcune stime hanno raggiunto numeri estremamente elevati, ma non tutte sono state sottoposte a una verifica indipendente sufficientemente solida.