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Il nuovo oro bianco: il latte materno

Dalle banche del latte ai brevetti biotech: la corsa internazionale per trasformare l'alimento della vita in una piattaforma tecnologica.

Per millenni il latte materno è stato considerato esclusivamente un alimento: una risorsa biologica naturale, legata alla relazione tra madre e figlio. Oggi quella stessa sostanza è entrata nel radar della geopolitica della salute, della biotecnologia e dell’industria alimentare avanzata. Non perché sia cambiata la sua funzione primaria, ma perché la scienza ha iniziato a decodificarne il valore nascosto: migliaia di molecole bioattive, proteine immunitarie, oligosaccaridi complessi e componenti capaci di influenzare lo sviluppo del microbioma intestinale.

Il latte umano è diventato così una nuova frontiera della bioeconomia: una materia prima biologica da studiare, replicare e industrializzare. Attorno a questa risorsa si stanno muovendo tre mondi finora separati: la rete sanitaria delle banche del latte umano donato, la ricerca farmaceutica sugli elementi bioattivi e la nuova industria del “latte umano coltivato” o dei suoi componenti prodotti attraverso fermentazione di precisione e tecnologie cellulari.

La posta in gioco è enorme. Il mercato globale non riguarda soltanto l’alimentazione infantile, ma anche nutraceutica, immunologia, farmaci biologici e prodotti funzionali. Il latte materno sta diventando una sorta di archivio molecolare della salute umana.

La banca del latte

Il primo livello di questa nuova economia è quello più tradizionale: la raccolta e distribuzione del latte umano donato. Le banche del latte umano sono nate come infrastrutture sanitarie dedicate soprattutto ai neonati prematuri e ai bambini con basso peso alla nascita. La logica è semplice: quando il latte della madre non è disponibile, il latte umano donato rappresenta, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’alternativa preferibile rispetto alla formula artificiale per molti neonati vulnerabili.

Ogni anno nel mondo nascono oltre 20 milioni di bambini con peso inferiore ai 2,5 chilogrammi, una popolazione ad alto rischio di complicazioni neonatali. In questi casi il latte umano donato è associato a una riduzione dell’incidenza dell’enterocolite necrotizzante, una grave patologia intestinale che colpisce soprattutto i prematuri.

Il sistema però resta estremamente diseguale. Secondo una fotografia globale pubblicata sulla letteratura scientifica, esistono oltre 700 banche del latte umano nel mondo, ma con modelli organizzativi molto differenti e senza standard globali completamente uniformi.

Il caso più emblematico è quello del Brasile. Il Paese possiede una delle reti più avanzate al mondo, con una struttura nazionale coordinata attraverso il sistema sanitario pubblico. La banca del latte non è soltanto un servizio ospedaliero, ma una politica pubblica di salute materno-infantile. Il modello brasiliano combina raccolta domiciliare, screening delle donatrici, pastorizzazione e distribuzione ai reparti neonatali. È diventato un riferimento internazionale perché ha trasformato la donazione del latte in una componente stabile dell’assistenza pubblica.

In Europa uno dei casi più interessanti è la Francia. All’ospedale pediatrico Necker di Parigi una banca del latte processa circa 12.000 litri di latte donato ogni anno, destinati soprattutto ai neonati prematuri ricoverati in terapia intensiva neonatale. Il processo comprende congelamento, controlli microbiologici, pastorizzazione e conservazione. Il dato francese mostra un elemento chiave: il latte materno non è più soltanto un prodotto naturale, ma una risorsa che richiede infrastrutture industriali leggere, controlli di qualità e catene logistiche specializzate.

Negli Stati Uniti il sistema è più frammentato. La Food and Drug Administration raccomanda che il latte umano donato provenga da banche che effettuano selezione delle donatrici, controlli sanitari, trattamento e conservazione sicura. Ma accanto alla rete sanitaria è cresciuto anche un mercato parallelo di scambio privato, alimentato dalla domanda di famiglie che cercano latte umano per i propri figli. Questo fenomeno ha aperto un dibattito sulla commercializzazione di una sostanza biologica prodotta dal corpo umano.

La guerra dei brevetti

La vera competizione geopolitica però non riguarda soltanto il latte donato. Riguarda ciò che il latte contiene. La ricerca scientifica ha identificato migliaia di componenti, ma alcuni sono diventati particolarmente interessanti per l’industria:

  • lattoferrina, proteina con funzioni antimicrobiche e immunitarie;
  • oligosaccaridi del latte umano (HMO), zuccheri complessi che favoriscono lo sviluppo del microbiota intestinale;
  • proteine bioattive coinvolte nello sviluppo immunitario;
  • molecole potenzialmente utilizzabili nella nutrizione clinica e nella farmaceutica.

Gli HMO rappresentano uno dei segmenti più promettenti. Alcune analisi di mercato stimano che il mercato globale degli oligosaccaridi del latte umano abbia raggiunto un valore nell’ordine di centinaia di milioni di dollari e possa superare il miliardo nei prossimi anni grazie alla crescita della nutrizione infantile avanzata, degli integratori e degli alimenti funzionali.

Gli Stati Uniti sono il principale laboratorio della nuova industria.

La startup Helaina ha sviluppato una tecnologia basata sulla fermentazione di precisione per produrre lattoferrina bio-identica a quella presente nel latte umano. Il principio è simile a quello usato nella biologia sintetica: utilizzare microrganismi programmati per produrre molecole specifiche. La società ha attirato decine di milioni di dollari di investimenti e punta a fornire ingredienti destinati alla nutrizione infantile e ad altri settori della salute.

Un’altra realtà americana, Biomilq, lavora invece sulla produzione di componenti del latte umano attraverso cellule mammarie coltivate in laboratorio. L’obiettivo non è creare semplicemente una nuova formula artificiale, ma avvicinarsi alla complessità biologica del latte materno naturale.

La nuova frontiera: il latte umano coltivato

Il passaggio successivo è quello più rivoluzionario: produrre componenti del latte umano senza dipendere dalla produzione naturale. La tecnologia chiave è la fermentazione di precisione, una branca della biotecnologia che utilizza lieviti o altri microrganismi modificati geneticamente come “fabbriche biologiche”.

Singapore è uno degli ecosistemi più aggressivi nella ricerca sulla nutrizione cellulare. La biotech TurtleTree ha raccolto 30 milioni di dollari nella prima tranche di un round Series A per sviluppare tecnologie di produzione di proteine del latte attraverso piattaforme cellulari e fermentazione di precisione. Il Paese vede queste tecnologie come parte della propria strategia di sicurezza alimentare: una nazione che importa gran parte del proprio cibo considera la biologia sintetica un elemento di resilienza nazionale. Anche l’Unione europea sta entrando nella competizione. Il progetto europeo HuMiLAF, finanziato nell’ambito dell’European Innovation Council, punta allo sviluppo della lattoferrina del latte umano attraverso fermentazione di precisione.

L’Australia rappresenta un caso particolare nella nuova geopolitica del latte materno perché combina due dimensioni apparentemente lontane: una rete sanitaria pubblica costruita per garantire latte umano ai neonati più fragili e un ecosistema biotech che punta a trasformare le molecole del latte in prodotti industriali ad alto valore aggiunto. Sul primo fronte Canberra ha progressivamente costruito un sistema nazionale di raccolta e distribuzione del latte umano donato. Il protagonista è Australian Red Cross Lifeblood, la stessa organizzazione nazionale che gestisce il sistema del sangue, scelta non casuale: il latte materno viene trattato sempre più come una risorsa biologica che richiede criteri di sicurezza, tracciabilità e controllo analoghi ad altri prodotti sanitari.

Il servizio fornisce latte umano pastorizzato soprattutto alle unità di terapia intensiva neonatale per i bambini prematuri o con condizioni cliniche particolari. Nel Paese nascono ogni anno circa 24.000 bambini prematuri o con peso molto basso alla nascita, una popolazione per cui il latte donato può rappresentare un intervento medico rilevante, anche per ridurre il rischio di enterocolite necrotizzante, una grave patologia intestinale dei neonati prematuri.

I numeri mostrano la crescita del sistema. Uno studio pubblicato nel 2025 sul programma Lifeblood ha analizzato i primi sei anni di attività (dal luglio 2018 al giugno 2024): 1.794 donne hanno donato complessivamente 23.714 litri di latte umano. La quantità media donata per donatrice è stata di circa 13,4 litri, con alcuni casi molto superiori. Il governo australiano ha inoltre rafforzato il finanziamento pubblico del settore: nel 2026 ha annunciato oltre 6 milioni di dollari australiani per sostenere il servizio nazionale di latte umano donato destinato ai neonati vulnerabili.

Ma il vero salto strategico australiano si trova sul fronte industriale. A Sydney è nata All G, una biotech specializzata nella produzione di proteine del latte umano attraverso fermentazione di precisione, la stessa tecnologia che sta rivoluzionando diversi settori della bioeconomia: dalla carne coltivata alle proteine alternative. L’obiettivo dell’azienda è produrre proteine presenti nel latte materno, come la lattoferrina, senza dipendere dalla raccolta del latte umano. La lattoferrina è una proteina con proprietà antimicrobiche e immunomodulanti, considerata uno degli elementi più interessanti per avvicinare le formule infantili alle caratteristiche biologiche del latte materno. All G ha raccolto circa 50 milioni di dollari complessivi, con un round da 10 milioni di dollari australiani destinato ad accelerare lo sviluppo commerciale della tecnologia. La società ha inoltre avviato una collaborazione con la francese Armor Protéines per l’espansione internazionale.

Chi controllerà i dati biologici del latte materno?

La competizione sul latte umano non si gioca soltanto sulla capacità di produrne i componenti in laboratorio, ma anche sulla raccolta e sull’analisi dei dati biologici che esso contiene. Negli ultimi anni il latte materno è diventato uno dei campi più promettenti della cosiddetta “multi-omics”, l’integrazione di genomica, proteomica, metabolomica e microbiomica per comprendere come le diverse componenti biologiche interagiscano nello sviluppo del neonato.

La ricerca ha ormai dimostrato che il latte umano non è un alimento standardizzato. La sua composizione varia in funzione della genetica materna, della fase della lattazione, dello stato di salute, dell’alimentazione e persino del microbioma della madre. Uno studio pubblicato nel 2024 su Cell Genomics, che ha analizzato oltre 300 coppie madre-neonato, ha identificato 482 loci genetici associati all’espressione genica della ghiandola mammaria e alla concentrazione degli oligosaccaridi del latte umano (HMO), mostrando come il patrimonio genetico materno influenzi direttamente la composizione del latte e, di conseguenza, il microbioma intestinale del bambino.

Parallelamente cresce l’interesse verso il microbioma del latte materno, cioè l’insieme dei microrganismi naturalmente presenti nel latte. Le più recenti revisioni scientifiche indicano che questi batteri rappresentano una delle prime fonti di colonizzazione dell’intestino neonatale e svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo del sistema immunitario. Alterazioni del microbioma del latte sono state associate, sebbene la ricerca sia ancora in evoluzione, a un maggiore rischio di alcune condizioni come allergie, coliche infantili e disturbi metabolici.

Questa nuova conoscenza sta alimentando una corsa internazionale ai brevetti. Diverse domande di brevetto, depositate negli Stati Uniti e in Europa, puntano non solo alla produzione industriale degli oligosaccaridi del latte umano, ma anche a metodi per utilizzare gli HMO come strumenti per modulare il microbioma intestinale dei neonati alimentati con formula e monitorarne la maturazione biologica. La proprietà intellettuale non riguarda quindi più soltanto una molecola, ma l’intero ecosistema biologico che essa è in grado di influenzare.

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