Capire la sanità del XXI secolo significa accettare un fatto scomodo: una parte crescente della cura non dipende più soltanto da farmaci, protocolli clinici o competenze professionali, ma da una geografia invisibile fatta di wafer di silicio, firmware e catene di fornitura globali. In questa nuova geografia, l’ospedale non è più soltanto un luogo di assistenza, ma un’infrastruttura tecnologica ad alta complessità e ad alta dipendenza. E come tutte le infrastrutture critiche fondate su componenti essenziali, è esposto a shock che non nascono in corsia, ma nei nodi industriali e geopolitici dove quei componenti vengono estratti, raffinati, progettati, prodotti, certificati e aggiornati.
Il nodo non è che la sanità utilizzi tecnologia: lo ha sempre fatto. Il cambiamento strutturale è che oggi la tecnologia medica è diventata un sistema integrato in cui hardware e software sono inseparabili. Un ventilatore moderno, una TAC, un sistema di risonanza magnetica, una pompa d’infusione, un monitor multiparametrico o una piattaforma di diagnostica di laboratorio non sono semplici apparecchi elettromeccanici: sono architetture digitali complesse che dipendono da microcontrollori, memorie, sensori, chip di potenza, moduli di comunicazione e software embedded. Quando una di queste componenti viene meno, non si rompe solo una macchina: si interrompe una funzione clinica essenziale.
Questa dipendenza diventa geopoliticamente rilevante perché la sanità occupa una posizione strutturalmente debole all’interno del mercato globale dei semiconduttori. I dispositivi medici e la diagnostica rappresentano una quota minima della domanda complessiva di chip, stimata attorno all’1% dell’offerta globale. In un contesto di scarsità, come quello emerso dopo la pandemia e durante le tensioni geopolitiche degli ultimi anni, questo significa che il settore sanitario non ha la forza contrattuale dei grandi comparti dell’elettronica di consumo, dell’automotive o delle telecomunicazioni. Quando la capacità produttiva si restringe, la sanità rischia di essere servita per ultima, nonostante il suo valore vitale.
Il risultato è un paradosso: la salute pubblica è una priorità assoluta per gli Stati, ma non lo è necessariamente per le dinamiche industriali delle filiere tecnologiche globali. Questa frizione tra valore sociale e logica di mercato è uno dei primi elementi geopolitici del problema. In un mondo interdipendente, chi non controlla la produzione dei componenti critici è esposto a una vulnerabilità strutturale, anche quando dispone di personale sanitario qualificato e di risorse finanziarie.
Negli ultimi anni questa vulnerabilità è emersa in modo sempre più esplicito. Le autorità sanitarie hanno iniziato a riconoscere formalmente l’esistenza di carenze di dispositivi medici, istituendo meccanismi di monitoraggio e obblighi di notifica per i produttori in caso di interruzioni della fornitura. È un passaggio significativo: significa ammettere che la continuità delle cure può essere messa a rischio non solo da emergenze cliniche, ma anche da problemi industriali e logistici. E tra questi problemi, la disponibilità di componenti elettronici è diventata una variabile critica.
La fragilità non è però solo quantitativa, cioè legata alla scarsità fisica dei chip. È anche una fragilità di controllo. Gran parte dei dispositivi medici avanzati funziona grazie a firmware proprietari, aggiornabili solo dai produttori, spesso vincolati a contratti di manutenzione, certificazioni e sistemi di autenticazione dei componenti. Questo significa che la funzionalità clinica di un’apparecchiatura può dipendere da una patch software, da una licenza o dalla disponibilità di un ricambio certificato. Anche in assenza di qualsiasi intenzione coercitiva, l’effetto è chiaro: l’accesso alla cura viene mediato da un’infrastruttura tecnica e contrattuale che può diventare un collo di bottiglia.
In termini geopolitici, ogni dipendenza concentrata è una leva potenziale. Nel caso della sanità digitale, questa leva non assume la forma spettacolare di un embargo esplicito, ma quella silenziosa di un aggiornamento che non arriva, di un supporto che termina, di un componente che non può essere sostituito perché non riconosciuto dal sistema. La vulnerabilità non è visibile al paziente, ma è estremamente concreta per l’ospedale.
Questa dipendenza si innesta su una geografia industriale dei semiconduttori fortemente concentrata. La produzione più avanzata è localizzata in pochissimi Paesi, con una quota schiacciante della capacità manifatturiera sotto i dieci nanometri concentrata in Asia orientale, in particolare a Taiwan e in Corea del Sud. Questo dato non implica automaticamente uno scenario di crisi, ma descrive una realtà strutturale: una parte decisiva della tecnologia globale dipende da un perimetro geografico ristretto e geopoliticamente sensibile. La sanità, che utilizza questi chip in apparecchiature sempre più sofisticate, è intrinsecamente esposta alle stesse tensioni.
A monte della fabbricazione dei chip si colloca poi un altro livello di dipendenza: quello delle materie prime critiche e della loro raffinazione. Litio, cobalto, nichel, grafite e terre rare sono essenziali per l’elettronica avanzata, ma la loro estrazione e soprattutto la loro lavorazione sono altamente concentrate. La crescita dell’offerta raffinata nei prossimi anni è prevista provenire in larga parte da un numero molto limitato di Paesi, con una dominanza marcata nella fase di processing. Questo significa che il vero collo di bottiglia non è solo la miniera, ma la capacità industriale di trasformare il materiale grezzo in input utilizzabile dall’industria dei semiconduttori.
Le terre rare rappresentano un esempio emblematico. Anche quando l’estrazione avviene in diversi continenti, la separazione e la raffinazione restano concentrate in pochi hub industriali. Alcuni Paesi occidentali stanno cercando di sviluppare progetti alternativi, ma la filiera resta fragile e lenta da riconfigurare. Per la sanità, questo si traduce in una dipendenza indiretta ma reale: magneti, sensori, componenti elettroniche e sistemi di controllo utilizzati nei dispositivi medici avanzati incorporano materiali la cui disponibilità è legata a equilibri geopolitici lontani dalla sfera sanitaria.
Di fronte a questa realtà, gli Stati stanno progressivamente cambiando postura. La sanità viene sempre più spesso classificata come infrastruttura critica, al pari dell’energia, dei trasporti o delle telecomunicazioni. In Europa, questa visione si è tradotta nell’inclusione del settore sanitario all’interno dei quadri normativi sulla resilienza delle entità critiche. È un cambiamento concettuale rilevante: la salute non è più soltanto una politica sociale, ma una dimensione della sicurezza collettiva. E se un ospedale è un’infrastruttura critica, allora lo è anche la filiera tecnologica che lo rende operativo.
La stessa logica emerge nelle strategie sui semiconduttori adottate da grandi aree economiche. I piani industriali per rafforzare la produzione di chip non nascono per la sanità, ma finiscono per avere un impatto diretto sulla sua resilienza. Ridurre la dipendenza da poche fabbriche, diversificare le catene di approvvigionamento e rafforzare la capacità produttiva regionale significa, indirettamente, ridurre il rischio che reparti ospedalieri restino fermi per mancanza di componenti.
Anche fuori dall’Europa si osserva un orientamento simile. In Paesi come l’India, le politiche sui semiconduttori non puntano a un’autosufficienza totale, ma alla costruzione di una base industriale sufficientemente robusta da ridurre l’esposizione agli shock globali. È un approccio coerente con le esigenze della sanità: non eliminare l’interdipendenza, ma renderla meno pericolosa, meno asimmetrica, meno concentrata.
In questo quadro, l’idea di un “sistema operativo sanitario sovrano” va interpretata con precisione. Non si tratta di creare un’unica piattaforma o di chiudere le frontiere tecnologiche, ma di ridurre i lock-in, aumentare l’interoperabilità, rafforzare la capacità di manutenzione e riparazione, migliorare la trasparenza delle filiere e costruire scorte e priorità per i dispositivi realmente essenziali. È una logica di resilienza, non di autarchia.
Il punto centrale è che il futuro della salute globale si gioca anche nei nanometri dei semiconduttori. Non perché i chip curino, ma perché senza chip una parte crescente della medicina moderna semplicemente non funziona. Per decenni la geopolitica della salute si è concentrata su vaccini, brevetti e accesso ai farmaci. Tutto questo resta fondamentale. Ma oggi esiste un secondo livello, meno visibile e altrettanto decisivo: quello delle infrastrutture tecnologiche che rendono possibile la cura.
Il fronte silenzioso dei chip sanitari è proprio questo: la trasformazione della sanità in infrastruttura computazionale. Finché la cura dipenderà da sistemi basati su componenti concentrati, firmware proprietari e filiere fragili, la geopolitica non resterà fuori dall’ospedale. Entrerà dalla porta più piccola possibile: quella di un microchip che non arriva, di un componente che non può essere sostituito, di un aggiornamento che non viene rilasciato. In quel momento, la medicina scopre una verità nuova e molto concreta: la sovranità sanitaria non è solo la capacità di acquistare farmaci, ma la capacità di far funzionare le macchine che permettono di curare.

