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Nel panorama della geopolitica contemporanea, la guerra ha progressivamente spostato il proprio baricentro. Non è più soltanto una questione di frontiere, arsenali o superiorità tecnologica. Sempre più spesso, il vero terreno di scontro è la capacità di controllare la vita quotidiana delle popolazioni, la loro salute, la loro riproduzione e la loro possibilità di futuro. In questo scenario, il corpo femminile emerge come uno spazio strategico centrale, al tempo stesso vulnerabile e decisivo, sul quale si giocano equilibri militari, demografici e politici.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, oltre il 70% dei civili colpiti dai conflitti armati contemporanei sono donne e minori. Questo dato non è solo il risultato di bombardamenti indiscriminati o di violenze dirette, ma riflette una realtà più profonda: nei contesti di guerra, la distruzione dei sistemi sanitari colpisce in modo sproporzionato la salute femminile. Quando ospedali, cliniche e reti di assistenza primaria vengono smantellati o resi inaccessibili, gravidanza, parto, contraccezione e cure ginecologiche diventano fattori di rischio letale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato che, nei paesi in conflitto, il rischio di morte materna può essere fino a venti volte superiore rispetto ai contesti stabili, con picchi drammatici nelle aree sottoposte ad assedio o a sfollamenti di massa.

In questo senso, la salute femminile non è un effetto collaterale della guerra, ma uno dei suoi strumenti. Negare l’accesso a cure riproduttive significa indebolire la capacità di una comunità di rigenerarsi, aumentare la mortalità evitabile e produrre instabilità sociale a lungo termine. Ogni parto non assistito, ogni aborto clandestino, ogni complicanza ginecologica non trattata contribuisce a erodere il tessuto demografico e psicologico di una popolazione. La biologia femminile diventa così una variabile strategica, capace di incidere sulla durata e sugli esiti di un conflitto.

A rendere questa vulnerabilità ancora più profonda interviene un problema strutturale che precede la guerra, ma che in guerra diventa letale: la sistematica assenza di dati clinici adeguati sulle donne. Per decenni, la ricerca biomedica internazionale ha utilizzato il corpo maschile come riferimento standard, escludendo le donne dagli studi clinici per ragioni legate alla variabilità ormonale o al potenziale rischio riproduttivo. Studi autorevoli hanno dimostrato che fino agli anni Duemila la maggioranza dei trial farmacologici non riportava dati disaggregati per sesso, con conseguenze dirette sulla sicurezza e sull’efficacia dei trattamenti.

In contesti di conflitto, questa lacuna si traduce in un aumento silenzioso della mortalità e della morbilità femminile. Farmaci salvavita possono avere effetti collaterali più gravi sulle donne, anestetici possono risultare sovra- o sottodosati, protocolli di emergenza possono non tenere conto delle differenze fisiologiche legate al ciclo ormonale, alla gravidanza o alla menopausa. L’assenza di una medicina calibrata sui corpi femminili diventa una forma di violenza strutturale, invisibile ma sistematica, che si somma agli effetti diretti della guerra.

Negli ultimi anni, alcune forze armate hanno iniziato a riconoscere che questa invisibilità non è solo un problema etico, ma un limite operativo. I dati raccolti dai sistemi sanitari militari di paesi come Stati Uniti, Canada e Israele mostrano che l’integrazione della medicina di genere migliora la prontezza operativa delle truppe, riduce le assenze per motivi sanitari e aumenta la capacità di risposta in scenari complessi. La presenza crescente di donne nelle forze armate ha reso evidente che ignorare la biologia femminile significa compromettere l’efficienza complessiva delle operazioni. In questo quadro, la tutela della salute femminile diventa un fattore di vantaggio strategico, capace di rafforzare la coesione interna e la legittimità esterna delle missioni militari.

La dimensione più estrema di questa geopolitica del corpo emerge nei campi profughi. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, oltre la metà dei circa cento milioni di sfollati nel mondo sono donne e ragazze. Nei campi, dove l’accesso all’acqua, ai servizi igienici e ai farmaci è limitato, il ciclo mestruale, le patologie ginecologiche croniche e la gestione della fertilità diventano problemi di sicurezza collettiva. Ricercatori dell’UNFPA hanno documentato come la mancanza di prodotti per l’igiene mestruale aumenti il rischio di infezioni, ma anche l’esposizione a violenze e sfruttamento, poiché molte donne sono costrette a barattare beni essenziali per soddisfare bisogni primari legati al proprio corpo.

In questi contesti, il corpo femminile smette di essere una dimensione privata e diventa una questione di governance. Chi controlla l’accesso alle cure, ai farmaci e ai servizi riproduttivi esercita un potere diretto sulla vita quotidiana delle persone e sulle dinamiche interne delle comunità sfollate. La salute femminile diventa un indicatore di stabilità o di collasso sociale.

Questa centralità del corpo femminile nei conflitti non è una novità storica, ma oggi assume forme più sistematiche e meno dichiarate. Il controllo della riproduzione è sempre stato uno strumento di guerra: dallo stupro utilizzato come arma di terrore e pulizia etnica, documentato in modo estensivo nei Balcani, e in Rwanda, fino alle politiche di sterilizzazione forzata o di restrizione delle nascite in contesti di occupazione. La Commissione Internazionale per i Crimini di Guerra ha riconosciuto che la violenza riproduttiva non è un effetto collaterale, ma una strategia deliberata volta a distruggere l’identità e la continuità delle comunità colpite.

Nel mondo contemporaneo, però, il controllo non passa solo attraverso la violenza diretta, ma anche attraverso la gestione della conoscenza. Studiare o non studiare i corpi femminili, raccogliere o ignorare dati sulla loro salute, significa decidere quali vite sono degne di protezione e quali possono essere sacrificate. La geopolitica della salute rivela così una verità scomoda: la neutralità scientifica è un’illusione quando la produzione di conoscenza incide sulla sopravvivenza di intere popolazioni.

Studiare davvero le donne oggi non è soltanto una questione di equità, ma un atto strategico. Significa riconoscere che il futuro demografico, economico e politico dei territori passa attraverso la salute e l’autonomia dei corpi femminili. Chi controlla quei corpi, chi ne garantisce o ne nega la cura, esercita un potere che va ben oltre il campo di battaglia. In un’epoca in cui le guerre sono sempre più lunghe, ibride e diffuse, la biologia femminile diventa uno dei luoghi decisivi in cui si gioca il destino delle società.

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