Hengrui, Cspc, Hansoh: in Cina è iniziata la corsa per creare il nuovo colosso biotech globale

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La Cina è pronta a voltare pagina sul fronte delle biotecnologie. Per decenni Pechino è stata associata per lo più alla produzione di farmaci generici e a un modello industriale basato sui bassi costi. Adesso il Paese sta costruendo un ecosistema biotech sempre più sofisticato sostenuto da investimenti, talenti, infrastrutture e da una crescente capacità di sviluppare medicinali innovativi.

L’obiettivo del Dragone? Dare vita a un gruppo farmaceutico capace di competere fuori dai confini nazionali con colossi come Pfizer, Roche e AstraZeneca. Il South China Morning Post ha citato alcuni dei protagonisti in rampa di lancio come Jiangsu Hengrui Pharmaceuticals, Cspc Pharmaceutical Group e Hansoh Pharmaceutical, considerandoli i candidati più probabili per compiere il salto di qualità internazionale del settore biotecnologico d’oltre Muraglia.

La corsa è già iniziata attraverso una raffica di accordi di out-licensing, accordi con cui le aziende cinesi cedono a partner stranieri i diritti per sviluppare e commercializzare i propri farmaci in cambio di pagamenti iniziali e royalties. Per la cronaca, e per capire l’entità del fenomeno, il valore di questi deal ha raggiunto la cifra record di 110 miliardi di dollari nel primo semestre del 2026, pari a circa l’80% del totale registrato nell’intero 2025.

I protagonisti del biotech cinese

Il caso più significativo è forse quello di Hengrui. Fondata nel 1970 nella provincia di Jiangsu, l’azienda è passata dalla produzione di medicinali generici allo sviluppo di terapie innovative in settori come oncologia, immunologia, malattie metaboliche e cardiovascolari. Lo scorso maggio ha siglato un accordo con Bristol Myers Squibb da 15,2 miliardi per 13 programmi sperimentali nelle aree dell’oncologia e dell’immunologia. Non si è trattato di un episodio isolato: la società è ormai entrata nella classifica delle prime 30 aziende farmaceutiche mondiali stilata dalla consulenza britannica Idea Pharma per capacità di sviluppare e commercializzare nuovi medicinali.

Anche Cspc sta cercando di sfruttare la stessa traiettoria. A gennaio il gruppo ha raggiunto un’intesa con AstraZeneca dal valore potenziale di 18,5 miliardi, concedendo alla multinazionale i diritti globali, esclusa la Cina, su un portafoglio di farmaci iniettabili per la gestione del peso. Sempre AstraZeneca ha poi costituito con Cspc una joint venture per realizzare a Shijiazhuang, capitale dello Hebei, un impianto destinato alla produzione e alla fornitura di farmaci per il mercato globale. La multinazionale britannico-svedese deterrà il 49% della nuova società, mentre il restante 51% sarà nelle mani del partner cinese.

Capitali e investimenti

Per trasformare la ricerca in un business globale la Cina deve movimentare capitali enormi, effettuare sperimentazioni cliniche di fase avanzata, facilitare autorizzazioni regolatorie e creare una rete commerciale internazionale. Non è un’impresa da poco. Secondo Tony Ren di Macquarie Capital, portare un farmaco oncologico destinato a una patologia diffusa come il tumore al polmone può richiedere circa 2 miliardi soltanto per gli studi clinici.

È proprio qui che gli accordi miliardari con le Big Pharma occidentali possono diventare un interessante trampolino di lancio per il Dragone. I ricavi generati dall’out-licensing permettono infatti ai gruppi cinesi di finanziare nuovi programmi di ricerca e, soprattutto, di accumulare le risorse necessarie per costruire una presenza autonoma all’estero. Non a caso, Ing stima che il valore complessivo degli accordi di out-licensing tra biotech cinesi e aziende occidentali possa arrivare a 240 miliardi nel 2026, contro i 136 miliardi del 2025.

Il potenziale del settore emerge anche dai numeri della ricerca: la Cina rappresenta ormai circa il 30% dei nuovi farmaci in sviluppo a livello mondiale, seconda soltanto agli Stati Uniti. E gli investitori internazionali stanno aumentando la loro esposizione: nella prima metà del 2026, 11 società del comparto sanitario e farmaceutico hanno raccolto a Hong Kong complessivamente 1,8 miliardi attraverso le Ipo.

La strada è però ancora lunga. Gli analisti stimano che potrebbero servire 10-15 anni prima che i gruppi cinesi siano in grado di vendere su larga scala medicinali con il proprio marchio negli Stati Uniti e in Europa. Pechino, intanto, continua a spingere sul settore: nel nuovo piano quinquennale il biotech è stato indicato tra le industrie strategiche emergenti e il governo ha promesso sostegno lungo l’intera filiera.